Verso le Cantonali 2027

Le elezioni? Senza intesa, una contesa all'ultimo voto

A un anno dalle elezioni analizziamo alcuni scenari – Cifre alla mano, senza alleanza il risultato del 2023 non basterebbe all’UDC per entrare in Governo (portando al raddoppio del PLR) – Ma anche solo un leggero miglioramento le permetterebbe di ottenere il tanto ambito seggio
©Chiara Zocchetti
Paolo Gianinazzi
10.04.2026 06:00

Alleanza o rottura? La posta in gioco, come vedremo, è altissima. Con, sullo sfondo, moltissime incognite, sopratutto per l’UDC: entrare in Consiglio di Stato è possibile ma per nulla scontato; mentre a Berna una corsa separata potrebbe costare uno se non due seggi all’area.

Fra esattamente un anno (e un giorno), domenica 11 aprile, i ticinesi saranno chiamati a rinnovare Governo e Parlamento. In un’elezione che, senza intesa tra Lega e UDC, potrebbe diventare una battaglia all’ultimo voto. Al centro dell’attenzione, in questo momento, vi sono infatti (e per forza di cose) i rapporti tra i due «cugini» di destra, con l’ipotesi di una rottura fra i partiti. Un’eventualità che, va da sé, potrebbe sparigliare le carte in tavola. E non di poco. In dubbio, infatti, vi è il doppio seggio in Consiglio di Stato. Ma non solo: a cascata, gli effetti potrebbero riguardare anche le Federali e, guardando più in là, pure le Comunali. Tutto ciò, senza dimenticare che tale decisione potrebbe avere riflessi pure a sinistra (con diverse formazioni che si stanno muovendo per un’intesa progressista) e al centro dello scacchiere, con i partiti di riferimento (PLR e Centro) che cercheranno sicuramente un modo per non restare «spettatori».

Vediamo però, cifre alla mano, di capire quali potrebbero essere alcuni scenari della prossima elezione. Partendo ovviamente dall’alleanza tra Lega e UDC e dalle consegzuenze di una rottura.

La premessa

Lo diciamo sin da subito, a scanso di equivoci: le cifre e i calcoli che presenteremo tra poco sono ovviamente di natura orientativa e dunque da prendere assolutamente con le pinze. E questo per tanti motivi. Uno su tutti: si basano sui risultati ottenuti dai rispettivi partiti nel 2023. Tanto è cambiato da allora. E tanto potrà ancora cambiare nell’anno che ci separa dalle Cantonali 2027. Senza dimenticare che anche le scelte dell’elettorato cambiano in base alle condizioni di partenza, ossia sulla base delle stesse alleanze. Ma, se proprio vogliamo speculare, tanto vale farlo con cifre e dati.

L’ipotesi senza cambiamenti

La prima domanda a cui cercheremo di rispondere è la seguente: come sarebbe andata, nel 2023, se Lega e UDCavessero corso separate?

Per rispondere riavvolgiamo il nastro a quella domenica di tre anni fa. Quando l’alleanza con una lista unica ottenne 311.591 voti di lista nella corsa al Consiglio di Stato. Risultato che le valse due seggi. Uno assegnato nella prima ripartizione (il quorum era fissato a 189.134 voti di lista) e un altro assegnato nella seconda ripartizione. Il quoziente ottenuto da Lega e UDC nella seconda ripartizione (155.795 voti di lista) superò infatti abbastanza agilmente quello del PLR, che si fermò a quota 129.406 voti.

Ricordate queste cifre del 2023, passiamo dunque alla «simulazione». Dividendo, in prima battuta, il totale dei voti di lista (i già citati 311.591) secondo la forza dei due partiti. Che in questo caso – per forza di cose – dobbiamo prendere in prestito dai risultati ottenuti nella corsa per il Gran Consiglio: in quella tornata la Lega ottenne il 14,95% dei voti di lista, mentre l’UDC si fermò a quota 10,29%. Ora, tenendo per buona questa proporzione, significa che sul totale (100%) dell’alleanza, la Lega pesò per circa il 59,3% e l’UDC per circa il 40,7%. Dunque, sempre sfruttando questa proporzione, significa che sul totale di 311 mila voti di lista, teoricamente nella corsa per il Governo la Lega avrebbe ottenuto 184 mila voti e l’UDC 127 mila. Ciò significa, in soldoni, che nessuno dei due partiti si sarebbe assicurato un seggio alla prima ripartizione. Alla seconda ripartizione, invece, la Lega avrebbe mantenuto un solo seggio, mentre l’UDC (con 127 mila voti) avrebbe ceduto il passo per pochi voti al PLR, che con i suoi 129 mila voti in seconda ripartizione si sarebbe assicurato un secondo seggio in Governo. Teoricamente, dunque, la composizione del Governo sarebbe stata: due PLR, e un seggio a testa a Lega, Centro e PS.

Tendenza favorevole

Ora, va però anche detto che in questi anni l’UDC è in una fase ascendente. Ed è quindi lecito attendersi che il risultato democentrista, perlomeno all’interno dell’area, migliori in questa tornata elettorale. E ciò potrebbe ovviamente modificare il risultato finale.

Come visto poco fa, nella seconda ripartizione l’UDC avrebbe perso la corsa al Governo con circa 2 mila voti di distacco dal PLR. Di riflesso, ai democentristi sarebbe bastato (pur mantenendo la «forza» dell’area ferma a 311 mila voti) un risultato più equilibrato con la Lega per ottenere il seggio. Se la forza tra i due partiti, ipoteticamente, fosse stata del 50%-50%, i democentristi con 155 mila voti di lista sarebbero effettivamente entrati in Governo. All’UDC, dunque, per entrare in Consiglio di Stato – tenendo ferme tutte le altre variabili – basterebbe anche solo un leggero miglioramento rispetto al 2023 (oppure un peggioramento da parte del PLR). Come dire: non sarebbe scontato, ma nemmeno impossibile.

Tutto ciò, ci dice però una cosa soltanto: senza l’alleanza sarebbe con ogni probabilità una battaglia all’ultimo voto, giocata soprattutto – in particolare tra UDC e PLR – sui «resti» ottenuti da questi partiti nella seconda ripartizione.

La variabile «rossa»

Ma non va però dimenticata un’altra variabile: un’ipotetica alleanza a sinistra, a cui alcuni partiti stanno effettivamente pensando per la corsa al Consiglio di Stato. In questo «gioco dei resti», infatti, potrebbe teoricamente inserirsi anche una lista progressista. Se nel 2023 si fossero sommati tutti i voti di lista ottenuti da PS-Verdi (196.990), PC-POP (19.950), Più Donne (21.134) e MpS (17.103), l’area progressista avrebbe ottenuto 255.177 voti, ossia un «resto» alla seconda ripartizione di 127.588 voti. Ovvero: lo stesso risultato teorico dell’UDC, a meno di 2 mila voti dal PLR. Come dire: i progressisti uniti potrebbero perlomeno tentare di giocarsela. Tanto è vero che – ma questa è fantapolitica all’ennesima potenza – se nel 2023 queste liste avessero corso pure con Avanti con T&L (57.698 voti di lista) avrebbero senza dubbio portato a casa il secondo seggio, anche senza l’ipotetica rottura tra Lega e UDC.

Seggi a rischio anche a Berna

Ora, va anche detto che la rottura tra Lega e UDC non avrebbe ripercussioni solo alle elezioni cantonali. L’alleanza, infatti, riguarda anche la congiunzione delle liste nella corsa alle Camere federali, prevista a ottobre dell’anno prossimo.

Ripetendo l’esercizio fatto qui sopra (che però per le Federali è molto più preciso poiché si conoscono i risultati delle singole liste), ossia separando i voti di Lega e UDC ottenuti alle Federali 2023, ne emerge molto concretamente che l’alleanza avrebbe perso un seggio al Consiglio nazionale, in favore del Centro, che ne avrebbe ottenuti due.

La Lega (con tutte le varie liste e sottoliste) ottenne infatti 110.448 voti di lista, mentre i democentristi fecero meglio, raggiungendo quota 123.385.

Il quorum in questo caso venne posto a 91.016 voti di lista. Entrambi i partiti, dunque, avrebbero confermato un seggio a testa alla prima ripartizione. Nella seconda ripartizione, però, la Lega si sarebbe fermata a quota 55.224 voti di lista e i democentristi a 61.692. Risultati, entrambi, non sufficienti per ottenere un altro seggio nella seconda ripartizione (come effettivamente avvenne con le liste congiunte), a favore del Centro che nella seconda ripartizione ottenne 75.074 voti di lista.

Tutto ciò, senza parlare della corsa per la Camera alta. Un’elezione ben più difficile da «simulare», poiché a contare (più che i partiti e le alleanze) sono soprattutto i candidati. Ma va da sé che confermare il seggio di Marco Chiesa, senza una vera e propria alleanza e con un concorrente leghista in campo, sarebbe ben più complicato rispetto a tre anni fa.

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