«Le polemiche sulle nomine? Auspico finiscano al più presto»

L’ultima tornata di nomine in Magistratura per mano del Gran Consiglio è stata caratterizzata da molte polemiche e attriti fra partiti. Ancora una volta, a risentirne è stata l’immagine delle istituzioni, uscita malconcia. Andrea Pagani, procuratore generale, torna anche su questo tema, rilanciando allo stesso tempo l’idea di un diverso sistema di nomina dei magistrati.
Con la cerimonia di giuramento, la scorsa settimana sono entrati in carica tre sostituti procuratori che vanno a rafforzare il Ministero pubblico. In prospettiva, queste nomine sono sufficienti?
«Sarà il tempo a dirci se queste nomine saranno sufficienti. Bisogna infatti considerare che le due nuove procuratrici pubbliche (Monica Snider e Margaret Kuelen, ndr) vanno a sostituire due magistrati uscenti (Moreno Capella e Andrea Gianini, ndr). Inoltre, hanno dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi tre sostituti procuratori sui quattro che il Gran Consiglio ha nominato a inizio giugno. Il quarto arriverà a metà agosto. Queste quattro forze in più daranno una boccata d’ossigeno a un ufficio che da tempo - in particolare da quando è entrato in vigore il nuovo Codice di procedura penale nel 2011 -, soffre di apnee notturne. Questo perché ci sono molti più formalismi, ma non solo. Negli ultimi quattro anni c’è stato un aumento del 40% degli incarti in entrata. Secondo uno studio nazionale, in Svizzera occorrerebbe un procuratore pubblico ogni 10 mila abitanti. Fate voi il conto: in Ticino occorrerebbe averne poco meno di quaranta. Invece, con i quattro sostituti procuratori appena nominati, arriviamo a 27 magistrati».
La mancanza di effettivi che riflessi ha sul lavoro di tutti i giorni?
«Ogni tanto occorre lavorare sui dossier con una scala di priorità. Lasciamo perdere i procedimenti penali per i reati cosiddetti ‘di massa’, come quelli della circolazione stradale, che anche grazie ai segretari giudiziari seguono un iter celere. Per determinati altri incarti si impone il principio fondamentale del Codice di procedura penale, che dice che tutti i procedimenti penali riguardanti i detenuti hanno priorità. Questi incarti vengono dunque trattati il più velocemente possibile, e assorbono parecchio tempo lavorativo dei procuratori anche solo per il fatto che il carcere giudiziario è stracolmo. Per il resto, i procuratori pubblici fanno gli straordinari e molto spesso lavorano almeno uno dei due giorni dei weekend».
Rimaniamo sul tema delle nomine. Prima, durante e dopo l’elezione in Gran Consiglio non sono mancate le polemiche. Si è arrivati addirittura a mettere in piazza professionisti la cui unica colpa era di aver concorso per un bando pubblico. Le diatribe tra partiti come si riflettono sul Ministero pubblico?
«Certamente non fanno bene all’immagine in generale delle Istituzioni, siano esse giudiziarie, inquirenti o giudicanti. Ma soprattutto, ci tengo a sottolinearlo, tolgono attrattività alla carica e al desiderio di mettersi a disposizione dell’Istituzione e quindi a servire lo Stato. Gli avvocati, anche giovani, preferiscono esercitare la professione privata piuttosto che mettersi a disposizione facendo un regolarissimo concorso per poi magari finire sul giornale per polemiche che il candidato mai alimenta. Sono sempre polemiche frutto del fuoco che si innesca in seno alla politica. L’auspicio è che ciò possa finire il più presto possibile. Così come dovrebbe finire il più presto possibile il fatto che la politica - preposta secondo la Costituzione a nominare i magistrati - talvolta è in ritardo sotto il profilo della tempistica delle sostituzioni, lasciando in difficoltà chi deve continuare a condurre la barca. Quest’anno è partito un magistrato d’esperienza all’inizio di febbraio. La dichiarazione di fedeltà è arrivata il 30 giugno. Pensate agli straordinari che un paio di procuratori hanno dovuto fare per sopperire all’assenza di un magistrato che è andato a ricoprire legittimamente un ulteriore casella nello scacchiere giudiziario della catena penale».
Il problema, però, sta nel manico. Il sistema di nomina, come sostenuto da più parti, non funziona più. Qual è la sua opinione a tal proposito? Il sistema andrebbe rivisto, magari prendendo esempio da altri Cantoni?
«La soluzione perfetta non esiste. Il sistema oggi in vigore in Ticino non si avvicina più alla perfezione. Perfezione che noi, al contrario, dovremmo cercare di avvicinare il più possibile. A mio modo di vedere, e parlo solo per il Ministero pubblico e non delle autorità giudicanti, occorrerebbe che le nomine in mano al Parlamento siano solo quelle dei procuratori che vanno a comporre la Direzione dell’ufficio, vale a dire il procuratore generale e i suoi sostituti. Per le altre, come i procuratori pubblici e i sostituti procuratori pubblici, su concorso e dopo esame della commissione di esperti, l’ultima parola dovrebbe spettare a un’autorità terza. Dopo il preavviso della stessa Direzione del Ministero pubblico, ritengo che questa autorità possa essere il Consiglio della Magistratura».
Secondo lei la politica si lascerà sfuggire di mano il controllo sulle nomine?
«Sono piuttosto scettico. Credo che occorrerà qualche anno ancora prima che si possa arrivare a una soluzione diversa. E questo perché comprendo che l’autorità che oggi ha in mano le nomine non se le lascerà sfuggire presso altri organismi dello Stato. Questo sistema, quando sono stato nominato per la prima volta nel dicembre del 2002, funzionava ancora, nel senso che nella sostanza erano i capigruppo dei partiti ad accordarsi senza clamore e quindi senza le conseguenti polemiche. Polemiche che oggi portano ad avere la maggior parte delle candidature che provengono dall’interno del Ministero pubblico. E non, invece (come qualche volta aiuterebbe avere in un’ottica di complementarità delle esperienze), dall’esterno, da chi ha svolto per qualche anno la professione di avvocato».
Passiamo alla logistica della Giustizia, un altro tema caldo. Il Cantone si sta muovendo per cercare una soluzione appropriata. Ma ci vorrà ancora parecchio tempo. In quali condizioni lavorano attualmente i suoi collaboratori?
«Talvolta sono condizioni di lavoro complicate, perché non c’è proprio più spazio. Faccio un esempio: i sostituti procuratori pubblici dovremo posizionarli al piano seminterrato di Palazzo di Giustizia. E poi lo spazio sarà finito davvero. Non solo: gli avvocati che hanno accesso agli atti a determinati momenti di una procedura, fanno a gomitate per poter accedere nelle uniche due piccole sale per la visione dei documenti. Quindi capite bene che le condizioni di lavoro non sono più al passo coi tempi. Addirittura, anche fra procuratori pubblici possono capitare frizioni per consentire la visione degli atti. E questo evidentemente non va bene. Oltre a ciò, ci sono spazi per gli interrogatori in cui, fra tanti scatoloni, i patrocinatori e gli imputati si trovano in una condizione di disagio. Specie quando fa così caldo e l’unico climatizzatore obsoleto in ufficio non funziona a dovere».
Insomma, l’urgenza non sembra mancare anche dal profilo logistico.
«Nonostante tutto, riusciamo ancora a lavorare. Ma voglio dire questo: nel 2026 ci si potrebbe attendere qualcos’altro in uno Stato benestante e moderno. Faccio un passo in più: quando ricevo colleghi d’Oltralpe, talvolta un po’ mi vergogno delle condizioni di Palazzo di Giustizia, con tutti gli incarti stazionati nei corridoi. Ho visto molti altri palazzi di Giustizia in altri Cantoni, e francamente sembra di essere andati in un’altra nazione».
C’è altro?
«Sì. Perché al di là dell’immagine, c’è un problema di sicurezza. Non per niente il recente processo per la rapina alla gioielleria Taleda è stato fatto al carcere della Stampa».
Ha citato i voluminosi incarti che si trovano sparsi un po’ ovunque all’interno di Palazzo di giustizia. In questo senso, a che punto siamo con la digitalizzazione della Giustizia?
«È un lavoro immane. Per decisione del Consiglio federale, bisogna mettersi in pari al più tardi entro la fine del 2032. In settembre o ottobre di quest’anno, un procuratore pubblico sarà in parte dedicato a creare - metaforicamente - l’arredamento necessario da inserire nel nuovo applicativo che ci verrà fornito. E che sarà connesso alla piattaforma svizzera Justitia 4.0».
La digitalizzazione aiuterà il lavoro del Ministero pubblico?
«Non sono in grado di dirlo. Per i nostalgici della carta come il sottoscritto è una rivoluzione, per i nativi digitali è aria a pieni polmoni. Sarà la prova del terreno a dirci se funzionerà. Anche perché continueremo a ricevere documenti, come denunce o segnalazioni, in forma cartacea, che dovranno essere integrate al digitale. La sfida, quindi, sarà enorme».
Concludiamo con i rapporti tra Ministero pubblico e Tribunale penale cantonale. Nei corridoi di Palazzo di giustizia, in passato, si raccontava di alcuni screzi tra il personale delle due istituzioni. Oggi come sono i rapporti?
«Con il TPC posso dire che i rapporti sono perfettamente allineati alla collaborazione istituzionale. Ognuno nel proprio ruolo».
