La storia

L’epica battaglia per le Officine

L’orgoglio di una città intera - Ecco in esclusiva i contenuti della memoria inviata da Bellinzona al CdA della Società del Gottardo nel 1883 per rivendicare la sede dell’Officina delle Riparazioni
© CdT/ Chiara Zocchetti
Prisca Dindo
12.09.2026 06:00

Nel 1883, un anno dopo l’inaugurazione della linea ferroviaria del San Gottardo, la Municipalità di Bellinzona inviò al Consiglio di Amministrazione della Società del Gottardo una memoria formale per rivendicare la sede dell’Officina Centrale delle Riparazioni. Il documento porta la firma dell’allora sindaco Giuseppe Molo, e del Segretario comunale. La posta in gioco era alta. Più comuni si erano candidati ad accogliere le officine: Biasca, Giubiasco, e soprattutto a nord ‘Altorfo’ (Altorf), capitale del Cantone Uri.

Il testo si apre con un’evocazione solenne: «Appunto un anno è trascorso dal giorno in cui, in mezzo agli entusiasmi di una popolazione festante e trepida, il treno inaugurale del Gottardo percorreva la linea da Lucerna a Chiasso.» In quel clima di euforia restava irrisolto un nodo cruciale: dove costruire l’officina? La risposta, per i municipali bellinzonesi, era ovvia: «Prima fra tutte balzava agli occhi Bellinzona — centro e nodo della rete del Gottardo.»

L’offerta e i sacrifici

Nella riunione del 21 gennaio 1883, l’Assemblea comunale aveva votato all’unanimità di assumere tutte le spese di espropriazione del terreno e «di accordare alla Società del Gottardo un ulteriore sussidio di fr. 50.000 in contanti, e ciò oltre alla gratuita cessione della sorgente d’acqua di S. Paolo.» Un sacrificio finanziario grave per il bilancio comunale, ma espressione, scriveva Molo, del «patriottico slancio e dell’ardore con cui la nostra popolazione desidera ottenere l’impianto della Officina centrale.» Oltre i due terzi della rete del Gottardo si estendono a sud delle Alpi e « i tratti di montagna con forti pendenze, quelli che logorano locomotive e vagoni e richiedono riparazioni più frequenti si trovano per quasi quattro quinti sul suolo ticinese».

Gli svantaggi di ‘Altorfo’

La parte più tagliente del documento riguarda proprio il confronto con Altdorf. Il suo tecnico, si legge sul libretto, «non adduceva alcun serio motivo di natura tecnica od amministrativa, per la semplice ragione che è impossibile trovarne», rifugiandosi in «patetiche digressioni ed in appunti militari e politici che mal reggono ad un serrato esame.» Ma la contraddizione più imbarazzante era un’altra: lo stesso tecnico di Altorfo era costretto ad ammettere che «l’officina deve in ogni caso trovarsi in casa Bellinzona, nodo della rete, e se le attuali officine di Bellinzona non esistessero, bisognerebbe crearvele.» Un’autentica resa, commentava il Municipio: «Il che è una vera cessione in causa di fronte a Bellinzona.»

Lo spauracchio delle febbri tifoidee

Sul fronte economico, i salari nel Cantone Uri erano strutturalmente più alti: «Le mercedi giornaliere debbono stimarsi di un terzo superiori nel Cantone d’Uri in confronto alla bassa Valle del Ticino.» Con cinquecento operai per trecento giornate, il risparmio annuo per la Società sarebbe stato di centocinquanta mila, «corrispondenti all’interesse di un capitale di tre milioni, cioè di tre volte tutto il sussidio pagato dal Cantone d’Uri alla Società del Gottardo.»

Sul clima, la risposta di Bellinzona alle «ipotetiche tabelle meteorologiche» di Altdorf è un piccolo capolavoro di prosa: da un lato «il Föhn, flagello della vallata della Reuss, le paludi da Erstfeld al Lago dei Quattro Cantoni, le febbri tifoidee endemiche ad Altorfo»; dall’altro «la lussureggiante vegetazione della aprica Valle Ticinense, dove la vite, col pesco e col fico, rigogliosa prospera sino a 400 metri, dove il sempreverde alloro spontaneo nasce ai piedi delle antichissime mura e, al riparo dei venti d’oltre Gottardo, cresce l’ulivo, onore dei più dolci lidi di Europa.»

Una città, non un villaggio rurale

Bellinzona offriva anche ciò che Altdorf non poteva dare: nel raggio di cinque chilometri dalla stazione vivevano quattordicimila abitanti, contro i settemila di Altdorf e i quattromila di Biasca. La città disponeva di «una Scuola Tecnica maschile, scuole secondarie femminili, scuole di disegno, di musica, una banca, un ospedale, un teatro, condotta d’acqua, illuminazione pubblica — tutto insomma quanto distingue una città da un villaggio rurale.» Il Municipio si era impegnato ad aprire classi elementari in lingua tedesca e l’ospedale, scrive il sindaco Molo, aveva già assunto una suora germanofona.

Sul piano tecnico, a cento metri dal sito sgorgava la sorgente di S. Paolo: duecento litri al minuto, temperatura costante di nove gradi, qualità certificata chimicamente. Un piccolo tesoretto ceduto gratuitamente alla Società del Gottardo dalla città. La roggia di Arbedo, spiega il sindaco, garantiva inoltre una forza motrice idraulica di duecento cavalli. Cave di gneis nelle immediate vicinanze completavano il quadro.

La missione di Bellinzona

Il documento si chiude con le parole più alte dell’intera memoria, quelle con cui l’avvocato Molo affida la decisione finale al Consiglio di Amministrazione: «Bellinzona, fidente, spera ed attende da Voi una decisione la quale, soddisfando dall’una parte ai gravissimi interessi a cui Voi siete preposti, sia in pari tempo conforme alla missione che la geografia politica della nostra Patria ha assegnato a Bellinzona — quella cioè di servire, al piede del Gottardo, di anello fra i Confederati di razza latina ed i Confederati di razza alemanna, per il bene del Ticino e della Svizzera.» Alla fine, come sappiamo, la spuntò lui.

Giuseppe Molo, un sindaco lottatore che si battè (e vinse) contro ‘Altorfo’

Giuseppe Molo, nato a Bellinzona il 22 settembre 1831, era avvocato di professione. Per quasi vent’anni ricoprì la carica di direttore dell’arsenale cantonale. Nel 1877 fu elettosindaco di Bellinzona e tenne quella poltrona fino alla morte, giunta nel 1905. Durante il suo lungo mandato, fu anche deputato in Gran Consiglio. La sua impresa più celebre rimane la campagna per portare le Officine del Gottardo a Bellinzona, nella piana di San Paolo. Una battaglia che combatté con documenti e pressioni politiche. In lizza c’erano diversi centri, tra cui l’urana Altdorf. Alla fine vinse lui, lasciando alla città un’ importante eredità industriale.

L’epoca di importanti cambiamenti

Nel 1878 il Ticino pose fine al sistema dell’alternanza della capitale vigente dal 1814 e designò Bellinzona come capitale permanente. Quattro anni dopo, l’inaugurazione del traforo ferroviario del Gottardo trasformò la città in un nodo strategico europeo. Nel frattempo la città registrò un boom demografico, con più di 10.000 abitanti.

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