Locarno

Lifting per il simbolo dell’idroelettrico

Restauro da 14,5 milioni di franchi in vista per la sede amministrativa dell’OFIMA – L’edificio risale agli anni Sessanta ed è stato firmato dal rinomato architetto Paolo Mariotta – Struttura innovativa per la sua epoca, è oggi un bene culturale protetto a livello cantonale
La sede dell’OFIMA a Locarno si affaccia su un giardino di ben 4.500 metri quadrati. © Garbani
Luca Pelloni
28.05.2020 06:00

Per un grande palazzo servono grandi architetti. Con questa parafrasi di un celebre spot pubblicitario italiano degli anni ‘80, si può definire il restauro che le Officine Idroelettriche della Maggia SA (OFIMA) stanno minuziosamente preparando per il proprio stabile amministrativo, situato in via in Selva 11 a Locarno.
Un palazzo che spicca per svariati motivi. Per il giardino di 4.500 meri quadrati su cui si affaccia, per la scultura che emerge in mezzo al verde, la quale in realtà è una vecchia ruota Pelton di una turbina della centrale di Cavergno. Ma la struttura, che vanta la bellezza di 14.516 metri cubi, svetta anche e soprattutto per la sua architettura, contraddistinta dai pregiati rivestimenti in marmo di Lasa e dalle ampie superfici vetrate.

Uno schizzo del palazzo, disegnato dall’architetto Mariotta.
Uno schizzo del palazzo, disegnato dall’architetto Mariotta.

Il palazzo porta la firma del celebre architetto di origini muraltesi Paolo Mariotta. E le sue peculiarità lo hanno portato a diventare un bene protetto a livello cantonale. «Si tratta di un edificio risalente al 1968, che parallelamente all’energia idroelettrica rappresentava una simbolo del futuro e dell’innovazione», spiega Marco Regolatti, responsabile del settore della Tecnica all’OFIMA. Non a caso la sua concezione era stata affidata all’architetto nostrano, ma conosciuto e riconosciuto a livello internazionale, che per le OFIMA e le OFIBLE già precedentemente aveva disegnato le centrali di Verbano a Brissago, di Robiei e di Biasca.

L’esperienza in cifre
Sul foglio ufficiale è stato pubblicato in questi giorni un concorso per le prestazioni d’architetto relative alla fase esecutiva del restauro, che pone alcuni paletti. Ai partecipanti si richiede esperienza nel restauro conservativo di almeno un edificio ad oggi tutelato come bene culturale di interesse cantonale per un importo di almeno un milione di franchi. In considerazione delle dimensioni del progetto l’offerente deve inoltre aver realizzato o risanato almeno un’opera per una cifra di almeno 7,5 milioni.

Un intervento delicato
«Le difficoltà dell’intervento risiedono nel fatto che ci troviamo di fronte a un palazzo tutelato di architettura moderna, il cui restauro conservativo non deve alterare le qualità architettoniche ma comunque permettere l’adeguamento delle installazioni tecniche alle esigenze odierne», sottolinea Regolatti. Un edificio storico, per ciò che rappresenta, ma appunto dall’architettura innovativa. E l’esperienza in questo campo, sebbene giocoforza non abbondi, è di fondamentale importanza. I vincoli, inoltre, sono molti. Essendo la costruzione protetta, questa va mantenuta nella sua forma e nei sui materiali originali, sia all’esterno sia all’interno. Per nulla semplice dopo oltre 50 anni e tenendo conto della necessità di provvedere al rifacimento di tutti gli impianti tecnici, come l’illuminazione o la ventilazione, che a loro volta risalgono agli anni ‘60 seppur con interventi puntuali.

Il progetto Bardelli
La necessità di ristrutturare era emersa già anni addietro, palesandosi vieppiù le difficoltà nel mantenere in esercizio la struttura. Così nel 2013 gli architetti Bardelli di Locarno – restando in tema di firme conosciute – erano stati incaricati (dopo concorso) di elaborare un progetto di restauro. Poi, però, come noto il tempo passa in fretta. Anche perché le riflessioni sui costi non sono mancate. Il progetto, dunque, è stato poi aggiornato – non da ultimo perché il palazzo 7 anni fa non era ancora protetto a livello cantonale, ma «solo» comunale – e nel settembre dell’anno scorso ha ottenuto la licenza edilizia. E ora, con la pubblicazione del recente concorso, si entra nella fase di dettaglio e poi esecutiva dell’operazione. Un’operazione che viene quantificata in 14,5 milioni franchi con l’obiettivo di poter iniziare i lavori nel novembre del 2021 per consegnare l’edificio, che nel frattempo riassaporerà i fasti del passato, due anni più tardi.

Un papà internazionale
L’architetto muraltese Paolo Mariotta (1905-1972), ricordiamo infine, firmò molte costruzioni di pregio. Diverse ville, ispirandosi alla tradizione lombarda e toscana. Suoi anche il famedio del cimitero di Locarno e grandi palazzi, come quelli dell’ex Jelmoli o della Schindler. Firmò anche gli empori commerciali SEPU di Barcellona, Madrid, Zaragoza e le sedi Feldpausch di Zurigo e Basilea. Mariotta si è sempre preoccupato a fondo dell’inserimento degli edifici nel contesto circostante.