Linfomi a cellule B: una scoperta dello IOR sulla resistenza alle terapie

Il Gruppo di ricerca Genomica dei Linfomi, diretto dal Prof. Francesco Bertoni presso l'Istituto oncologico di ricerca (IOR), affiliato all'Università della Svizzera italiana (USI) e membro di Bios, ha identificato un possibile meccanismo che permette ad alcuni linfomi a cellule B di diventare resistenti alle terapie. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Blood, tra le più autorevoli nel campo dell'ematologia e organo ufficiale dell’American Society of Hematology. A sottolineare la rilevanza della scoperta, lo studio è stato accompagnato da un editoriale pubblicato sulla stessa rivista, che ne evidenzia il contributo alla comprensione dei meccanismi di resistenza alle terapie.
Negli ultimi anni, farmaci come ibrutinib hanno migliorato il trattamento di diversi tumori del sangue perché bloccano una proteina, chiamata BTK, fondamentale per la sopravvivenza delle cellule tumorali. Tuttavia, in alcuni pazienti questi farmaci non funzionano oppure perdono efficacia nel tempo.
Finora si conoscevano solo mutazioni genetiche come causa della resistenza, anche se molti casi così rimanevano non comprensibili.. Il nuovo studio dimostra ora che le cellule del linfoma possono effettivamente sviluppare strategie alternative, senza modificare il proprio DNA.
I ricercatori hanno scoperto che alcune cellule tumorali producono quantità elevate di interleuchina-16 (IL-16), una molecola normalmente coinvolta nella comunicazione tra le cellule del sistema immunitario. L'IL-16 si lega a una proteina presente sulla superficie delle cellule del linfoma, chiamata CD9, attivando una serie di segnali che favoriscono la sopravvivenza del tumore e ne riducono la sensibilità ai trattamenti.
«In altre parole, quando la via principale su cui agiscono i farmaci viene bloccata, le cellule tumorali riescono ad attivare un percorso alternativo che permette loro di continuare a crescere e sopravvivere», ha dichiarato il Dr. Alberto J. Arribas, coautore corrispondente dello studio.
Nei modelli sperimentali, bloccando IL-16, la proteina CD9 o una delle vie di segnalazione da esse attivate, le cellule tumorali tornano a rispondere meglio alle terapie. Questi risultati indicano che l'asse IL-16/CD9 potrebbe rappresentare sia un biomarcatore, utile a identificare i pazienti più a rischio di sviluppare resistenza, sia un possibile nuovo bersaglio terapeutico.
«Comprendere come le cellule tumorali riescano a sfuggire ai trattamenti è fondamentale per sviluppare terapie sempre più efficaci», sottolinea il Prof. Francesco Bertoni, Direttore del Gruppo di ricerca Genomica dei Linfomi dello IOR.
Sebbene i risultati siano promettenti, gli autori ricordano che si tratta di una ricerca preclinica. Saranno quindi necessari ulteriori studi per verificare se questo approccio potrà tradursi in nuovi trattamenti per i pazienti.
La scoperta rappresenta un importante passo avanti nella comprensione dei meccanismi di resistenza nei linfomi a cellule B e apre nuove prospettive per lo sviluppo di terapie più mirate e personalizzate.