L'ufficio presidenziale sapeva, il Governo no: c'è una falla?

«Siamo venuti a conoscenza dell’inchiesta unicamente dalla stampa». La presidente del Consiglio di Stato, Marina Carobbio Guscetti, lo ha ripetuto più volte, lasciando intendere, in maniera neppure troppo velata, che il Governo si attendeva maggiore trasparenza da parte del collega Claudio Zali. «I presupposti per continuare non esistono più», ha aggiunto, manifestando quello strappo definitivo («È ora di voltare pagina») che ha costituito il presupposto ultimo della decisione di ieri, ossia di privare di ogni responsabilità politica dipartimentale il consigliere di Stato Zali.
Eppure, com’è stato possibile che il Governo non fosse al corrente di nulla? Una riflessione sembra imporsi e, indirettamente, chiamare in causa l’Ufficio presidenziale (UP) del Gran Consiglio, che invece era stato informato, in virtù delle competenze di vigilanza e destituzione regolate dalla Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato (LGC).
«La legge in questione non attribuisce all’UP il compito di informare il Consiglio di Stato», chiarisce, da noi contattata, la presidente Daria Lepori. «L’UP non funge, in questo ambito, da tramite tra il Ministero pubblico e il Governo». Trattandosi di informazioni relative a procedimenti penali pendenti e quindi particolarmente sensibili, l’UP ha ritenuto corretto mantenere il massimo riserbo e attenersi alle modalità di comunicazione previste dalla legge, aggiunge Lepori, «senza estendere di propria iniziativa la comunicazione ricevuta ad autorità che l’art. 93 cpv. 1 LGC non individua quali destinatarie».
Ma – chiediamo – non avevate intenzione di informare il Governo? Lepori spiega che la questione non si è posta in questi termini: «L’UP ha ricevuto una comunicazione che la legge indirizza a questo organo e l’ha gestita secondo la procedura prevista dall’articolo 93 LGC, senza presumere se il Consiglio di Stato fosse o meno già informato».
In soldoni, per legge l’UP non è tenuto a informare il Governo, in quanto tale comunicazione non rientra tra i suoi compiti. Certo, lo può fare, ma è rimesso alla sua discrezione. In questo senso – è bene ribadirlo – non c’è stata alcuna violazione dell’obbligo di comunicazione e, per questo motivo, come ci conferma ancora Lepori, «il Consiglio di Stato non ha chiesto all’UP chiarimenti in merito alla mancata comunicazione», giunta all’UP «con scritto del Procuratore generale del 28 agosto 2026, pervenuto il 31 agosto».
Eppure, questa è solo una parte del ragionamento. Se infatti l’Ufficio presidenziale non è tenuto a comunicare l’apertura dell’inchiesta e se – come nel caso di Zali – il consigliere di Stato oggetto dell’inchiesta decide di non condividere con i colleghi l’informazione, il Governo può trovarsi, allora, in una sorta di bolla, completamente all’oscuro di quanto sta accadendo.
Ed è forse anche a questo aspetto che alludeva la presidente del Consiglio di Stato, Marina Carobbio Guscetti, quando, alla luce di quanto accaduto, ha dichiarato che verrà fatta un’analisi per capire come e dove sia possibile migliorare. Detto altrimenti, l’attuale procedura non garantisce che il Consiglio di Stato venga informato e lascia dunque aperto un problema istituzionale che potrebbe richiedere dei correttivi, come dimostra la decisione adottata ieri.
