Lugano: conclusa l’inchiesta per i 75 milioni bruciati

È la storia di una delle più grandi voragini finanziarie registrata in Ticino negli ultimi anni. Ma è anche la storia di un Ticino in cui fiduciari, che in realtà fiduciari non sono, possono portare avanti per anni i soliti schemi Ponzi o Madoff eludendo i controlli e bruciando 75 milioni di franchi. E in cui, dopo aver scontato 1.460 giorni di carcere, si torna a truffare e a dilapidare gli averi di una fondazione senza scopo di lucro approfittando di un’anziana signora malata di Parkinson. Negli scorsi giorni il procuratore pubblico Daniele Galliano ha chiuso - in modo piuttosto celere e dopo averlo ereditato nel mese di gennaio di quest’anno dal collega Andrea Minesso - il «caso Larini», che vede al centro l’intermediario finanziario Danilo Larini (ticinese, 49 anni, reoconfesso e difeso dall’avvocato Marco Bertoli) il cui nome era balzato agli onori della cronaca nel novembre del 2015, quando venne arrestato per la prima volta. Per lui e per un suo socio (italiano residente in Italia, che si dichiara estraneo ai fatti e che è patrocinato da Roberto Haab) si profila dunque il processo, mentre per un altro imputato la Giustizia ticinese procederà separatamente. Stando a nostre verifiche anche questa inchiesta sarebbe in dirittura d’arrivo e potrebbe profilarsi un patteggiamento.
Scatole vuote
Parlavamo di schema Ponzi o di schema Madoff. Il solito «buco tappa buco». Tutto inizia 12 anni fa, nel 2009, quando Larini e un suo socio si mettono a offrire ad alcuni clienti (trovati in Italia da dei procacciatori d’affari) lauti, o presunti tali, profitti in cambio di operazioni speculative sulle divise. Ma i due, nel breve volgere di un anno, perdono tutto. O quasi tutto. Ed è da allora che Larini e i suoi soci, stando alla ricostruzione della Procura (l’atto d’accusa si compone di 60 pagine), mettono in piedi un sistema che non ha più lo scopo di far guadagnare gli investitori ma, semplicemente, incassare liquidità nuova, da nuovi clienti, per rimborsare i buchi causati a quelli vecchi. E così via.
Nomi falsi e biglietti da visita
E ai clienti, sostanzialmente, si vendevano scatole vuote. Finte, o quasi, obbligazioni. Finte, o quasi, polizze vita. Il tutto creando un sistema fittizio composto da 20 società tra Lugano, Lussemburgo e Vaduz. Come riuscivano a trovare nuovi investitori e nuovo capitale?_Semplice. Ingolosendo e promettendo interessi minimi del 6-8%. Ma era un sistema destinato a crollare. Destinato solo e soltanto a rimandare l’inevitabile, che puntualmente è arrivato. Questo anche utilizzando nomi falsi, come quella volta che Larini si presentò a un cliente italiano spacciandosi per tale Anselmi e sfoggiando dei (falsi) biglietti da visita con il logo di una banca inglese. Una settantina i clienti che ci hanno lasciato i risparmi. La truffa piu grande - 25 milioni di euro - è quella a danno della Fondazione Cariciv di Civitavecchia (che in aula sarà rappresentata dall’avvocato Paolo Bernasconi), un ente benefico a cui venne promesso un investimento a basso rischio e alto profitto (il 6,5%) tramite una società del Liechtenstein - un’inchiesta pare sia aperta anche nel Principato - a cui Larini e un socio avevano taroccato i bilanci. E per convincere la Fondazione a investire in questa operazione Larini e i suoi soci si erano spinti oltre, offrendo una «retrocessione occulta» (in Italia, dove è aperto un procedimento penale, sono più schietti e parlano apertamente di corruzione) milionaria a persone vicine alla Fondazione. Un po’ cash e un po’, così pare, come pagamento della retta universitaria al figlio di uno di loro.
La password dell’e-banking
Larini aveva lasciato il carcere nel mese di novembre del 2019 dopo aver scontato 1.460 giorni in cella. Nei suoi confronti erano state decise delle misure sostitutive (blocco del passaporto e obbligo di annunciarsi in polizia ogni 15 giorni). Misure che non gli hanno impedito di mettere in piedi una struttura di «family office» (senza tuttavia avere l’autorizzazione a operare come fiduciario) e, soprattutto, a mettere a segno un altro importante colpo. Nel gennaio del 2020 ha conosciuto un’anziana donna, malata di Parkinson, che era presidente di una Fondazione con sede nel Locarnese e che si occupa di finanziare scoperte nel mondo scientifico. Larini conquistò la sua fiducia e la convinse ad affidargli il compito di gestire le finanze della Fondazione. La banca di riferimento venne a sapere che Larini aveva accesso ai conti e si rifiutò di continuare la relazione. Un’altra banca invece no. Larini convinse la donna a consegnarli la password dell’e-banking («Per eseguire i pagamenti che doveva fare la fondazione») e, in sei mesi, ne ha prosciugato gli averi.
