Ticino

Magistratura, Tattarletti: «Non si faccia campagna elettorale con la Giustizia»

Il sistema di nomina ha tenuto banco nei discorsi d’apertura dell’anno giudiziario – Zali: «I candidati non sono merce di scambio» – Stefani: «Ma non illudiamoci, è impossibile eliminare il ruolo della politica»
©Francesca Agosta

«Capisco che si avvicina una campagna elettorale, ma credo che non debba essere fatta sulla pelle della Magistratura». È andato dritto al punto il presidente uscente del Tribunale d’appello (TA), Giovan Maria Tattarletti, in merito all’annoso tema della riforma del sistema di nomina dei magistrati. Con un messaggio, come vedremo, molto chiaro. E che può essere così riassunto: riforme di questa portata devono essere discusse in maniera approfondita, coinvolgendo direttamente il terzo potere dello Stato. Senza, dunque, fughe in avanti da parte della politica.

Le critiche

Se lo scorso anno i tradizionali discorsi per l’apertura dell’anno giudiziario avevano fatto scorrere fiumi d’inchiostro sulla scia del famoso «arrocchino» in Governo, quest’anno l’aria che tirava a Palazzo dei congressi era ben più conciliante. Tuttavia, come visto, sul dossier delle nomine qualche frecciatina ben assestata non è mancata.

Tattarletti, sul tema delle nomine, ha in primis ricordato che «una Magistratura forte e credibile richiede anzitutto procedure trasparenti, rigorose e capaci di valorizzare competenze, indipendenza ed equilibrio». Ma pure «tempistiche atte a evitare di procrastinare i rinforzi necessari, con vuoti che si riflettono sull’operatività» della Giustizia. E qui, il riferimento è stato chiaro: al maxi pacchetto di nomine che giungerà la prossima settimana in Gran Consiglio e che ha richiesto svariati mesi prima di giungere a termine. Un auspicio di celerità, quello del presidente uscente del TA, fatto anche nell’ottica del rinnovo decennale delle cariche, previsto nel 2028.

Detto ciò, Tattarletti ha pure voluto spendere alcune parole sull’iniziativa parlamentare di Dadò e Speziali, presentata proprio la scorsa settimana che, in estrema sintesi, propone di abolire il diritto d’opzione interno al TA e di introdurre veri e propri esami attitudinali (non vincolati per l’autorità di nomina) per i candidati a un posto in Magistratura. Innanzitutto, Tattarletti ha criticato il metodo con cui è stata avanzata la proposta, ossia senza interpellare gli interessati. «Nel rendiconto 2024 avevo scritto» dell’importanza per l’autonomia della Giustizia di poter partecipare alla formazione delle norme concernenti la competenze e l’organizzazione dell’autorità giudiziaria. Ebbene, ha sentenziato il giudice: «Devo constatare che sono state parole al vento. Capisco che si avvicina una campagna elettorale, ma credo che non debba essere fatta sulla pelle della Magistratura. Non è una buona cosa, perché rischia soltanto di creare confusione, delegittimare il potere giudiziario e la fiducia in esso dei cittadini». In merito ai contenuti della proposta, Tattarletti ha espresso parecchi dubbi sulla graduatoria non vincolante. «I tempi della procedura rischiano di allungarsi non di poco. E certo aumenteranno sensibilmente i costi. Ma ha senso spendere per tutto questo se le graduatorie non sono vincolanti?», si è chiesto il giudice. Al netto dei dubbi, per il presidente uscente «la constatazione di partenza dovrebbe essere quella che la Magistratura lavora bene». E, dunque, «ciò che va evitato sono le polemiche a ogni elezione e l’eccessiva durata delle procedure di selezione. Ma questi sono problemi che deve gestire la politica, non sono problemi dei candidati o della loro formazione». Insomma, la politica dovrebbe «assumersi la responsabilità di scegliere, senza cadere troppo spesso in inutili polemiche».

La stoccata, però, il presidente uscente l’ha lanciata in merito all’abrogazione dei diritto d’opzione per i giudici già attivi al TA. Riguardo alla possibilità per un giudice di prendere il posto di un partente, ha premesso, «francamente non vedo il problema». Ma, ha aggiunto, se la proposta «va intesa nel senso di voler congelare i giudici d’appello in una precisa posizione, bloccando questa minima possibilità di mobilità interna, e soprattutto la facoltà del TA di organizzarsi come ritiene più opportuno, allora occorre dire chiaramente che si tratta di una vera e propria ingerenza (...) nell’indipendenza della Giustizia». Un «passo di gambero da respingere», ha concluso Tattarletti, augurandosi che modifiche di questo tipo siano sempre discusse coinvolgendo anche il terzo potere dello Stato.

Le responsabilità

Il presidente entrante del TA, Damiano Stefani, ha anch’esso affrontato il tema, sottolineando che sì, «un cambiamento è necessario» poiché «l’attuale sistema ha mostrato un po’ di stanchezza». Ma, ha avvertito, «non bisogna illudersi: eliminare del tutto la politica dalle nomine non è possibile». E quindi «chiedo alla Commissione (ndr. Giustizia e diritti del Gran Consiglio): assumetevi le vostre responsabilità, sentite i candidati, fateli sentire a tutto il Gran Consiglio». Poi, «ci si può mettere al tavolo e cercare soluzioni» per evitare una magistratura troppo autoreferenziale, oppure la lottizzazione politica delle cariche. Evitando al contempo di mettere nel tritacarne delle polemiche i candidati. Anche perché, ha evidenziato, l’attuale sistema «ha bruciato tante persone valide». Infine, sul diritto d’opzione interno al TA, Stefani è stato netto, dicendosi aperto a eventuali ritocchi, ma non all’abrogazione tout court, perché rischierebbe solo di demotivare ancora di più chi si candida e, più in generale, non porterebbe nulla a nessuno.

«Deprecabile leggerezza»

Sulla necessità di spoliticizzare il sistema di nomina è intervenuto, duramente, anche il presidente del Consiglio di Stato, Claudio Zali: «L’attuale sistema, con i suoi attori, disattende totalmente il fatto che candidati idonei possano esistere anche al di fuori del novero delle persone schierate con uno dei partiti di governo». Zali ha poi puntato il dito contro «il modo in cui le trattative vengono rese pubbliche sui media»: «Questo sistema ha permesso che nella popolazione si consolidasse la percezione che qui si stiano scambiando le figurine Panini, mentre si sta decidendo, con apparente e deprecabile leggerezza, della carriera professionale di magistrati». Magistrati che, ha aggiunto, «non meritano di essere trattati come merce di scambio». Zali ha quindi concluso ricordando che la sua proposta di modifica sarà oggetto di un messaggio che sarà sottoposto al Governo nel corso di questo autunno.

«Il coinvolgimento ci sarà»

L’autore dell’iniziativa parlamentare, Fiorenzo Dadò, interpellato dal Corriere del Ticino ha dal canto suo rimarcato che «il coinvolgimento (ndr. del terzo potere dello Stato) come sempre ci sarà, eccome». Ma, aggiunge, «è compito del Legislativo fare proposte, sulle quali poi si esprimerà il Governo ed evidentemente anche la Magistratura». Il cui parere, sottolinea Dadò, «verrà tenuto in seria considerazione». Detto ciò, il presidente del Centro rileva infine che «noi come parlamentari dobbiamo agire perché purtroppo per troppi anni il Dipartimento non ha portato avanti le riforme necessarie. Senza interventi tutto resterebbe fermo».

La logistica, «il dente che duole» e la nuova via a Lugano

Detto dell'annosa questione delle nomine, complessivamente il discorso d'inaugurazione di Zali è stato «conciliante». Nel suo intervento, il consigliere di Stato ha sottolineato la «grande serietà» e «abnegazione» con cui la Magistratura ha assolto il proprio mandato, nonostante il carico di lavoro crescente e le risorse ancora insufficienti. Un discorso che ha dunque archiviato le varie tensioni registrate nel recente passato e che hanno interessato tutti i livelli istituzionali.

«Il Governo è consapevole degli sforzi importanti che sono stati richiesti a molte autorità per garantire il funzionamento del sistema giudiziario e desidera riconoscere apertamente questo impegno», ha detto Zali, prima di affrontare alcuni temi d’attualità.

Il primo riguarda la logistica: «un dente che duole» e che attende da troppo tempo una soluzione, perché «la qualità della giustizia passa anche attraverso spazi adeguati». Dopo aver ricordato come la ricerca di un terreno a Lugano, a Viganello, si sia interrotta nel corso delle trattative sul prezzo con la Città, Zali ha confermato che è stato individuato un fondo idoneo in posizione strategica, accanto alla futura stazione del Tram-Treno di Bioggio.

«Per questo terreno, che disterà cinque minuti dalla pensilina Botta, le trattative sono in corso. Il Comune si è dichiarato disposto alla vendita e ha formulato la propria richiesta di prezzo. Qualora venga confermata la fattibilità dell’operazione, prevedo entro la fine di quest’anno la presentazione di un messaggio per stanziare il credito necessario all’acquisto del fondo e alla progettazione dell’edificio», ha dichiarato.

Al suo interno potrebbero trovare spazio il Ministero pubblico e la Polizia. Una soluzione che consentirebbe di separare il potere inquirente da quello giudicante, ha aggiunto Zali. Le autorità giudicanti di prima e seconda istanza rimarrebbero quindi a Lugano, dove si procederà con la «conclamata necessità di ristrutturare l’attuale Palazzo di Giustizia».

Zali ha inoltre precisato che cosa intenda esattamente per «ristrutturazione». «L’intenzione non è più quella di intervenire sull’attuale Palazzo di giustizia con la sua struttura a “L” tra via Pretorio e via Bossi, bensì di realizzare due nuovi edifici arretrati rispetto al fronte strada, utilizzando diversamente la superficie a disposizione». Ex novo, dunque.

L’altro tema affrontato, accanto a quello delle nomine, riguarda il sovraccarico di lavoro e la necessità di un potenziamento. Una questione annosa che, per quanto si cerchi di porvi rimedio, vede «sempre una nuova falla che si apre». Zali ha riconosciuto la necessità di intervenire, rilevando come «in alcuni settori di attività il sovraccarico sia ormai strutturale».

Si tratta di richieste ampiamente legittime, che a titolo generale sono «sicuramente fondate su riscontri solidi», ma che «si inseriscono in un contesto più ampio, in cui il Canton Ticino è chiamato ad affrontare sfide finanziarie importanti, direi epocali, che pongono e porranno la politica e le istituzioni di fronte a scelte difficili nel determinare le priorità strategiche del nostro Cantone».

In altre parole, sarà il contesto a orientare molte decisioni. Per questo, «il tema delle risorse non può essere affrontato unicamente attraverso puntuali richieste di aumento», destinate a scontrarsi con gli scarsi margini di manovra sul piano finanziario. «Questo tema richiede piuttosto di essere inserito in una riflessione più ampia sull’organizzazione delle autorità coinvolte», ha concluso Zali.