Marchesi: «La scuola e l’economia devono camminare insieme»

L’UDC non ha ancora svelato le sue carte: correrà assieme alla Lega? «Ogni cosa a suo tempo», dice il presidente Piero Marchesi, che però sottolinea i contatti con i «cugini». Marchesi, a «La domenica del Corriere» in onda su TeleTicino, è tornato anche sulla revisione dei Dipartimenti e su molti altri temi caldi.
L’UDC, un partito in crescita, in consolidamento, che guarda un po’ la Lega in attesa di sapere cosa faranno i cugini. La descrizione è corretta?
«L’UDC è un partito che vuole dare soluzioni concrete ai ticinesi. Lo fa in Parlamento e spesso anche con iniziative popolari. Sempre di più cerchiamo però di coinvolgere gli altri partiti, quello che chiamo il “fronte borghese”, quindi il centrodestra, per avere maggiori garanzie di successo in aula e davanti al popolo. Noi in crescita? Lo spero molto, ma a dirlo saranno gli elettori».
Questione Claudio Zali: si è mai pentito di aver detto «con lui in lista, mai»?
«No. È la posizione ufficiale della direttiva del partito. L’UDC ha preso atto delle sue parole, proprio nell’intervista con lei, Righinetti, nella primavera del 2025. Ha detto più volte di sentirsi più vicino ai Verdi che all’UDC, pur essendo stato eletto su una lista di destra con il partito che oggi rinnega. Prendiamo atto che con l’UDC non vuole più avere nulla a che fare e che non si sente politicamente vicino a noi. Lo capiamo anche dalle sue azioni, che certamente non sono di destra. Per questo abbiamo fatto una scelta coerente».
Ma allora perché tergiversate e non uscite allo scoperto con la vostra squadra di UDC DOC per le cantonali 2027?
«Ogni cosa a suo tempo. Non nascondiamo che ci sono contatti con la Lega e che stiamo facendo alcune riflessioni e collaboriamo volentieri, questo va ribadito con chiarezza. Il tema per noi non è la Lega, ma la coerenza politica della lista e delle persone che la compongono. Faremo i passi secondo la nostra agenda, che non necessariamente abbiamo pubblicato all’albo».
Insomma, dite «non si sa mai»?
«Noi abbiamo preso una linea chiara: se c’è Zali in lista, noi non ci stiamo più. Questo è deciso. Vedremo nelle prossime settimane se in casa Lega cambierà qualcosa oppure no. Con loro il dialogo resta aperto e costruttivo, perché ci sono molte battaglie che possiamo condividere. Ci siamo dati qualche tempo per fare le nostre riflessioni. Non abbiamo fretta».
Lei guida il partito dal 2016: qual è il suo vero merito politico? Aver dato struttura all’UDC o aver dato ambizione?
«Un presidente, da solo, non può fare molto. Credo di aver avuto il merito, assieme a tutti gli altri, di creare entusiasmo e una struttura capace di sostenere la crescita del partito. Abbiamo creato più di 35 sezioni nei Comuni. Abbiamo accolto e cercato nuove persone, con competenze importanti e anche con un sicuro impatto mediatico. Negli ultimi tre appuntamenti elettorali siamo cresciuti ogni volta e spero di poter continuare così. Se questo è il trend, significa che là fuori sempre più persone ci apprezzano».
C’è chi dice che l’UDC sia fortissima nella denuncia ma meno efficace quando si passa dal comizio alla costruzione di una maggioranza. È una critica che la infastidisce o che in parte riconosce?
«Negli ultimi anni abbiamo lanciato iniziative popolari assieme ad altri. Penso a “Stop all’aumento dei dipendenti cantonali” o “Sì alla neutralizzazione dell’aumento dei valori di stima” con Lega, Mattino, membri di PLR, Centro e associazioni economiche. È stata una prima, qualcosa che non si era mai visto. E dimostra che quando ci sono obiettivi chiari, l’UDC sa denunciare, ma sa anche costruire maggioranze per trovare delle soluzioni».
Certamente sarà della partita per la corsa al Governo (a meno che sia pronto a smentirmi ora). Chi farà il presidente dell’UDC in campagna elettorale?
«Io farò il presidente fino a quando potrò farlo. Se dovessi essere eletto in Consiglio di Stato, evidentemente per incompatibilità dovrò lasciare. Ci sono sicuramente persone in grado di assumersi questa responsabilità. In ogni caso non andrò avanti per 100 anni. Sono già oltre 10 anni da presidente, con buone soddisfazioni, ma credo anche che dopo un po’ bisogna rinnovare e trovare nuove persone. Abbiamo giovani interessati all’interno del partito e altre persone che si stanno avvicinando all’UDC. Ci sono tutti gli ingredienti per guardare al futuro con ottimismo».
Zali non vi ama (e voi non amate lui), Gobbi sembra in riavvicinamento alla politica UDC (caso iniziativa 10 milioni con attacco a Beat Jans). Possiamo dire che con Zali in Governo tra voi sarebbero scintille, mentre con Gobbi potreste riallacciare un discorso?
«Non mi stupisce. Norman è sempre stato vicino alle posizioni dell’UDC. Condivide la linea politica del partito nazionale e immagino anche quella dell’UDC cantonale. Quando dico che abbiamo bisogno di rappresentanti di destra in Consiglio di Stato, questo trova una certa coerenza con quanto sto dicendo oggi. Con chi porta avanti politiche di destra, il dialogo è sempre privilegiato».
Il suo è un endorsement per Gobbi?
«No. Ho criticato Norman su alcune sue scelte e decisioni in passato e lo farò certamente anche in futuro, perché credo che questo sia il sale della politica. Non è che, se uno siede in Governo, il suo partito di riferimento, o quello che ha fatto la lista assieme, non debba più criticarlo per paura che si offenda. La dialettica politica è giusta ed è sana. Collaborare non significa rinunciare alla libertà di giudizio».
Tra l’altro lei ha criticato come tanti altri l’arrocchino, un artificio leghista, poi avallato dal Consiglio di Stato. Anche lei ha un po’ l’impressione che Gobbi sia stato svantaggiato dallo «scambio» di competenze? Un mini e un maxi consigliere di Stato ha detto Fabrizio Sirica. Se la sente di smentirlo?
«È innegabile che Zali oggi abbia molte più competenze di prima e Gobbi parecchie di meno. Non credo sia un’analisi politica, ma oggettiva. Detto questo, continuo a pensare che l’arrocchino non sia servito a nulla, se non a buttare la palla ancora un po’ più avanti, con l’unico obiettivo di mascherare i problemi. Quando arriveranno le prossime elezioni verificheremo se avrà portato risultati tangibili ai ticinesi. Perché così era stato venduto: “Ci riorganizziamo per dare risposte ai ticinesi”. Questo però apre forse la porta a una discussione nella prossima legislatura: una riorganizzazione dei dipartimenti, per capire se sono ancora strutturati nel modo giusto e se rispondono davvero alle aspettative dei cittadini».
L’arrocchino e il Governo ripiegato su sé stesso sono l’immagine fedele del Governo del Mulino Bianco?
«Sì, è la spiegazione perfetta di quel concetto che avevo evocato qualche anno fa. Questo Governo si vantava di non litigare. Bene, l’obiettivo di un Governo non è certamente litigare. Ma se il non litigare non produce alcun risultato, non è nell’interesse di nessuno. Preferirei un Esecutivo che ogni tanto litiga un po’, che discute anche in modo animato, ma poi trova soluzioni. E soprattutto che abbia una visione. Cosa che, sinceramente, faccio fatica a vedere in questo Consiglio di Stato».
Se si aprisse concretamente la discussione sui dipartimenti del futuro, una riforma del lago d’Orta bis, lei come li ridisegnerebbe?
«Non ho una soluzione prestampata. Credo che, come si fa in qualsiasi azienda privata, occorra prima valutare. E considerare che il mondo è cambiato 50 volte da quella fatidica data del 1991. La domanda è se l’organizzazione attuale dell’Amministrazione cantonale sia ancora efficiente e risponda davvero ai bisogni dei cittadini. Serve un’analisi dettagliata, per verificare cosa e come deve essere organizzata la macchina amministrativa, indipendentemente dalle mire del singolo consigliere di Stato. Perché se la discussione parte con un “sì, però non toccatemi il mio orticello”, allora non si va da nessuna parte».
Facciamo due esempi concreti: prendiamo il Dipartimento Finanze ed economia, oppure Sanità e socialità e immaginiamo uno “spacchettamento”. Dove metterebbe le mani subito?
«Credo che scuola ed economia debbano andare insieme, come avviene in altri cantoni. Bisogna costruire una vera filiera: formiamo i giovani nella scuola e, con l’orientamento professionale, li accompagniamo verso il mondo del lavoro e dell’economia. Allo stesso tempo l’economia deve guardare di più al mondo della scuola. Serve un rapporto molto più diretto tra questi due ambiti. Ma gli esempi potrebbero essere molti altri».
Come spiega la bufera tra il Governo e Berna: un braccio di ferro sulla perequazione e la minaccia del blocco dei ristorni?
«Credo sia l’evidente risultato di un Consiglio di Stato che non ha alcuna strategia su come affrontare i problemi. Forse vuole solo fare un po’ di scena, un po’ di politica spettacolo, per dimostrare che è pronto a battersi. Ma questo non produce risultati».
Un po’ quello che fa spesso l’UDC?
«Come partito la facciamo anche noi, certo. Del resto lo fanno tutti i partiti, fa parte del gioco politico. Però come Governo e come consiglieri di Stato bisogna concentrarsi sulle proposte serie, quelle che permettono di portare a casa risultati. Altrimenti si rischia solo di peggiorare il rapporto con Berna, che riconosco essere già in difficoltà. Ma non è inviando dieci lettere di reclamo alla settimana, o alzando polemiche inutili, che si producono effetti concreti».
