Marina Carobbio: «È tempo di mettere mano ai compiti dei Dipartimenti»

Marina Carobbio, direttrice del DECS, è la protagonista della nuova intervista con i consiglieri di Stato andata in onda ieri a La domenica del Corriere e ripresa in questa pagina. La scuola con i suoi nodi, i temi caldi della politica e l’ipotesi di una grande unione a sinistra in vista delle elezioni. Ma anche, e forse soprattutto, il tema della composizione dei Dipartimenti. È giunta l’ora di una riforma bis del Lago d’Orta?
Afferma spesso che sulla scuola bisogna investire. Ma oggi si ha l’impressione di un DECS intento a gestire le crisi più che a guidare le riforme: è una lettura ingenerosa o realistica?
«Direi che è una lettura parziale. Ci sono stati dei momenti difficili che non neghiamo e che vanno affrontati per evitare che situazioni simili possano ripetersi. In questi anni, tuttavia, abbiamo fatto tanto per la scuola perché è un settore centrale e una priorità per il nostro Cantone, per i nostri giovani e le nostre giovani. Porto qualche esempio: da quando sono arrivata abbiamo investito molto nel benessere degli allievi e delle allieve, rafforzando la presa a carico anche di situazioni difficili, di fragilità. Penso in particolare al disagio giovanile. Abbiamo inoltre, tra le altre cose, presentato il messaggio sul superamento dei corsi A e B, riaffermato l’importanza della pedagogia speciale, rafforzato ed esteso le direttive sull’utilizzo dei dispositivi mobili personali e stiamo lavorando su una nuova legge per le scuole comunali».
Sul caso delle nomine contestate lei ha ammesso che «qualcosa non ha funzionato» e che la procedura di selezione ha mostrato criticità. Chi ha sbagliato, concretamente?
«Ho riconosciuto che c’è stato un problema e che sono emerse delle difficoltà legate alle nomine di due funzionari dirigenti. Da questa vicenda si tratta ora di imparare, di capire cosa non ha funzionato, così da evitare che queste situazioni possano ripetersi. Voglio affrontare questa tematica anche con la Sezione delle risorse umane, per valutare come elaborare i bandi di selezione e garantire il rispetto dei requisiti, perché è stato proprio questo uno degli aspetti emersi. Penso che tutta l’amministrazione cantonale, non solo il DECS, debba trarne i necessari insegnamenti».
Veniamo alla questione dei livelli alle Medie. La macchina è avviata. È sempre convinta della bontà di questo «superamento»?
«Non sono solo io ad essere convinta, ma anche il Consiglio di Stato, che ha approvato il messaggio. Lo è pure il Parlamento, che ha chiesto di superare il sistema dei corsi A e B in matematica e tedesco, il dibattito riguarda soprattutto le modalità con cui farlo».
Veniamo alla valorizzazione della formazione professionale, dato che il passaggio può essere delicato. Il mondo dell’economia aveva fatto la voce grossa. Ora come stanno le cose?
«È un tema che mi sta molto a cuore. Fin dal mio arrivo alla testa del Dipartimento ho messo l’accento sulla promozione della formazione professionale, sulle possibilità di scelta per i giovani e le giovani al termine della scuola dell’obbligo, scelta che deve avvenire in base alle loro capacità, alle loro passioni, a quello che desiderano fare. I contratti di tirocinio in questi ultimi anni sono aumentati, ma non possiamo abbassare la guardia; è un lavoro che va fatto in concertazione con il mondo del lavoro e con le aziende affinché continuino a mettere a disposizione posti di apprendistato».
Nei casi di docenti sospettati di comportamenti gravissimi o di violazioni della sfera intima, lei ha parlato di fatti «inammissibili». Ma il punto politico è: i protocolli di allerta e protezione funzionano davvero o si attivano solo quando il caso esplode?
«È un tema molto delicato, ma importante. Quando sono arrivata, nel 2023, ho introdotto subito delle misure per prevenire queste situazioni, sensibilizzare su come affrontarle e definire protocolli di segnalazione. Protocolli che stiamo rivedendo sulla base delle esperienze maturate in questi tre anni. Quando qualcuno – direzioni, docenti o altro personale scolastico – viene a conoscenza di un comportamento irrispettoso, inadeguato o che non può essere tollerato, all’interno della scuola deve assolutamente segnalarlo. Ciò non vuol dire che anche qui non si debba fare di più. Vogliamo rafforzare le possibilità di ascolto per allievi e allieve affinché abbiano ancor più canali a disposizione per parlare di eventuali situazioni».
Ho trovato curiosa questa dichiarazione su di lei del suo collega Claudio Zali: «Marina è una voce nel coro che canta una musica diversa. È così e va accettato che sia così. Ogni tanto si prende delle licenze comunicative (…). Alle volte viene fermata dal Gran Consiglio, altre volte da noi stessi, ma non è sotto tutela. È un’ottima collega». Come commenta?
«La trovo positiva. Devo dire che sono stata eletta con determinati valori, con determinate proposte politiche: la difesa del servizio pubblico, della scuola pubblica, della sanità pubblica, del potere d’acquisto dei cittadini e delle cittadine. E questi principi, questi valori, queste proposte cerco di portarle in Consiglio di Stato. Certe volte riesco a convincere i miei colleghi, altre volte no: fa parte del confronto politico. È ciò che ha dichiarato Claudio Zali, ossia, che in Consiglio di Stato si discute e si approfondiscono le tematiche, anche quelle degli “altri dipartimenti”. Intervengo e prendo posizione su quello che viene presentato, portando i miei valori, i valori per cui sono stata eletta, sempre basandomi sul dialogo e sul rispetto dell’opinione di tutti».
A proposito di casse malati, il già famoso spacchettamento delle due iniziative fa discutere. Questa soluzione la convince o la pensa come il PS e Laura Riget, e cioè che così si avvantaggia solo l’iniziativa fiscale leghista?
«Quando la popolazione ticinese, nel settembre scorso, ha votato le due iniziative popolari, lo ha fatto con l’intento di ridurre il peso dei premi di cassa malati e quindi rafforzare il potere d’acquisto delle economie domestiche dei cittadini e delle cittadine. Questa problematica va presa sul serio: il Governo deve applicare le iniziative, deve trovare soluzioni per renderle effettive. Ed è in questo senso che ci siamo mossi».
La soluzione governativa è perfetta?
«Come donna di sinistra progressista, avrei fatto altre scelte, ma si è trattato di una sintesi tra approcci diversi. Tra l’altro, mi preoccupa sentire che venga messo in discussione un aumento limitato e transitorio dell’imposta sulla sostanza per le persone molto facoltose. C’è chi chiede di agire unicamente sulla riduzione della spesa pubblica; ciò è grave di fronte ai bisogni che hanno la nostra popolazione e il nostro Cantone».
A sinistra tira aria di larghe intese. Questo significa condividere, ovvero spartirsi più torte, anche quella della visibilità mediatica. Vedo alcuni problemi. Anche lei?
«L’ho scritto anche su questo giornale: l’unità e la collaborazione della sinistra è oggi più importante che mai. I diritti dei cittadini e delle cittadine, così come la giustizia sociale, vengono sempre più messi in discussione. Di fronte a ciò, mi sembra fondamentale che ci si unisca e che si collabori. Non vuol dire avere un partito unico, ma portare avanti progetti comuni. In questo senso, i partiti di sinistra stanno discutendo di una lista ampia».
Non avrebbe nulla da dire se tra le cinque caselle per la corsa al Governo si facesse avanti magari Greta Gysin?
«Io non ho preclusioni di sorta. La sinistra, il fronte rossoverde, deve avere una lista forte. Già quattro anni fa ho auspicato che Greta Gysin fosse in lista per il Consiglio di Stato. Toccherà ai partiti e alle singole persone dire se vogliono mettersi a disposizione. Ma prima delle persone bisogna portare avanti i valori, le idee comuni per un Ticino che sia più sociale, che risponda meglio ai bisogni della popolazione. Colgo l’occasione per fare i complimenti a Greta per la prossima elezione a capogruppo della frazione dei Verdi alle camere».
Nel 2027, se le fosse possibile cambiare Dipartimento, ci farebbe un pensierino?
«È un tema del Governo che verrà».
Ma c’è altro da fare nei Dipartimenti?
«Penso che sia giunto il momento, dopo tanti anni, di riflettere se i Dipartimenti vadano ancora bene così come sono, indipendentemente da chi li guida, oppure se sia necessaria anche una nuova composizione, una diversa ripartizione delle competenze; penso ad esempio a quei dossier trasversali».
Si è mai pentita di avere avallato l’arrocchino leghista tra Norman Gobbi e Claudio Zali?
«In realtà non c’è stato nessun arrocco, non c’è stato uno scambio integrale di Dipartimenti come era stato chiesto dai due rappresentanti della Lega. Il Governo era uscito anche con un comunicato molto chiaro, in luglio, in cui diceva che lo scambio integrale dei dipartimenti non c’era. Aveva precisato che i colleghi non avrebbero dovuto esprimersi prima delle decisioni del Governo».
Mi risponda con un sì o con un no: l’esperienza quindi non è così negativa?
«C’erano degli impasse, penso in particolare alla Magistratura, e la necessità di sbloccare svariati dossier; di qui la riattribuzione di alcuni ambiti. È anche per questo che prima le dicevo che il futuro Governo dovrà riflettere pure su come debbano essere composti i Dipartimenti: se la situazione attuale sia soddisfacente, al di là delle persone, oppure se sia necessario rivedere l’assegnazione di determinati compiti ai Dipartimenti. C’è, tra le altre cose, il tema dei servizi che dovrebbero essere più trasversali all’intera amministrazione cantonale; un grosso capitolo questo».
