Giudiziaria

Maxi truffa in ambito cripto: tre anni a uno degli autori

Condannato un 59enne italiano che ha sottratto con astuzia 15 milioni a una società e a un gestore patrimoniale - Recuperata buona parte della refurtiva: non era scontato - Un correo è ancora in carcere, un altro forse nemmeno esiste
Prospettavano l'acquisto (fasullo) di Bitcoin sottocosto. ©CdT/Archivio
Federico Storni
28.07.2026 13:59

Nell’ambito delle truffe legate alle criptovalute, il compito degli inquirenti può apparire improbo. Si tratta solitamente di crimini di carattere internazionale in cui il denaro sottratto viene spostato molto facilmente e rapidamente, di portafoglio digitale in portafoglio digitale. Flussi che le autorità riescono anche in certi casi a ricostruire, ma senza avere necessariamente certezza di chi sia il proprietario del portafoglio in cui sono confluiti i fondi sottratti. Per questo è difficile che le vittime riescano a rientrare del denaro sottratto, e per questo la vicenda approdata oggi davanti alle Assise criminali di Lugano presiedute dal giudice Paolo Bordoli è eccezionale. La Procura, grazie anche alla collaborazione di Tether, è infatti riuscita a recuperare oltre una decina dei circa 15 milioni di dollari sottratti. Alla sbarra oggi vi era uno degli autori di questa truffa, un 59enne consulente italiano residente in Italia che è stato condannato con la formula del rito abbreviato a tre anni di carcere (uno da scontare), all’espulsione dalla Svizzera per otto anni e alla restituzione in soldi dell’intero maltolto per truffa aggravata e riciclaggio di denaro. Un suo sospetto correo, un 62enne italiano residente nel Luganese, si trova tuttora in carcere in attesa di giudizio, anche perché sospettato pure di truffe più «classiche» legate agli investimenti. Una terza persona, che pare la mente di una delle due truffe, è invece latitante. Sempre che esista. Il nome è sicuramente falso, e l’unica persona che dice di averlo incontrato in carne e ossa è il 59enne condannato oggi, reo confesso (condizione imprescindibile per una procedura di rito abbreviato) e difeso dall’avvocato d’ufficio Tommaso Manicone.

Nel dettaglio

Il 59enne doveva rispondere di due episodi, in entrambi dei quali è riuscito a carpire la fiducia dei suoi interlocutori millantando conoscenze e operazioni nell’ambito delle criptovalute che in realtà non aveva. Con questa premessa, con la fantomatica mente, è riuscito a scucire a fine 2024 15 milioni di dollari a una società attiva a livello internazionale nell’ambito della consulenza in criptovalute con sede nel Canton Svitto. Soldi che dovevano servire a comprare dei Bitcoin sottocosto. L’operazione, che coinvolgeva diverse società ed è stata perfezionata in Indonesia (dove il capo della società truffata si era recato personalmente a supervisionare le operazioni), era in realtà tesa a permettere ai truffatori di entrare in possesso del maltolto, che in effetti è poi stato trasferito su diversi portafogli digitali, in gran parte identificati. Parte della cifra è ancora bloccata su alcuni di essi, di cui non si conosce il beneficiario. Il 59enne dice che gli sono stati sottratti da dei cinesi, ma non si può nemmeno escludere che anche questi siano di sua pertinenza.

Ad aiutare i due a riciclare il denaro si è prestato anche il 62enne basato a Lugano, che ha messo a disposizione i suoi conti. È con lui che il 59enne ha poi orchestrato una nuova truffa che è culminata nell’estate del 2025 con la sottrazione di due milioni di dollari a un gestore patrimoniale svedese. A costui i due avevano prospettato, grazie a operazioni nell’ambito dell’arbitraggio dei prezzi delle criptovalute, profitti giornalieri del 15% e settimanali del 75%. Anche in questo caso i soldi sono poi finiti su conti riconducibili al duo, e in parte restituiti.

Un vezzo fatale

Di primo acchito può sembrar strano che i truffatori restituiscano il maltolto, ma ciò era parte della strategia adottata in particolare dal 59enne, forse per prendere tempo. In entrambe le truffe, l’uomo si è infatti adoperato con le sue vittime per provare a far loro recuperare il denaro. Nel caso dei 15 milioni addirittura andando a denunciare penalmente i correi presso la Guardia di Finanza di Milano. Nell’altro caso, restituendo in effetti qualcosa, «facendogli così credere - citiamo dall’atto d’accusa stilato dalla procuratrice pubblica Francesca Nicora - che la restituzione dell’intero capitale fosse effettivamente in corso».

Ed è stato proprio questo vezzo a essere fatale al 59enne. Perché, vedendo sul Foglio ufficiale una decisione concernente il 62enne, ha erroneamente pensato che fosse stato arrestato e si è presentato spontaneamente in Procura. Non per costituirsi, ma per chiedere che gli fossero dati i due milioni che aveva sottratto al gestore svedese. Invece del denaro, ha trovato delle manette.