Confine

Medici italiani in Ticino: «I buoi sono usciti dalla stalla»

Il Cantone ha un medico di famiglia ogni 900 abitanti, il Comasco uno ogni 2.000 – Il presidente dell'Ordine Franco Denti solleva una «questione etica» sul richiamo dei sanitari
©Chiara Zocchetti
Red. Online
13.09.2026 11:30

Il divario nella medicina di base tra il Ticino e la provincia di Como è di uno a due, e a favore del Cantone. È la fotografia proposta dalla Provincia di Como, che mette a confronto le due sponde della frontiera e raccoglie la posizione dell'Ordine dei medici ticinese sul richiamo di personale sanitario dall'Italia.

Le cifre, innanzitutto. Secondo le stime di MediX Ticino, cooperativa di medici, nel Cantone sono attivi circa 390 medici di famiglia per una popolazione di circa 351 mila abitanti: un medico ogni novecento cittadini, dunque. A Como e provincia i medici di base al lavoro sono tra i 290 e i 300 per 598 mila abitanti, dunque uno ogni duemila. Un rapporto due volte meno favorevole, in un territorio che conta quasi il doppio degli abitanti.

Ancora più divergenti, leggiamo, sono le traiettorie della formazione. L'associazione dei giovani medici e pediatri di famiglia svizzeri, JHaS, invero più radicata nei Cantoni interni che in Ticino, indica che dal 2017 i propri iscritti sono passati da 443 a 2.300, quintuplicandosi. In Lombardia il movimento è opposto: dalla pandemia le iscrizioni ai corsi di formazione in medicina generale si sono progressivamente prosciugate.

«Un limite etico»

Sul richiamo di sanitari dall'estero il presidente dell'Ordine dei medici del Cantone Ticino, Franco Denti, parte da una constatazione di fatto. «Da noi lavorano tanti medici stranieri, tantissimi italiani, anche frontalieri, con lo studio attorno a Lugano e la casa magari a Como o a Varese», osserva. Il fenomeno riguarda l'intero comparto e, aggiunge, «è così ancor più con gli infermieri».

Ciò che Denti mette in discussione non è la scelta individuale, ma l'eventuale disegno che la incoraggia. «Tanti Paesi provano ad assorbire da altre nazioni sanitari, ci ha tentato anche l'Italia. Lungo il nostro confine questo fenomeno è però radicato. Forse di recente c'è stata una frenata, ma temo che ormai i buoi siano usciti dalla stalla». Quindi la conclusione: «Andare dove ci sono migliori condizioni economiche e di vita è un fatto umano. Ma se c'è una strategia dietro credo serva una riflessione etica, bisogna chiedersi quanto sia giusto portare via medici e infermieri ad altre comunità che hanno con fatica investito sulla formazione e dove viene a mancare l'assistenza. Servirebbe porre un limite».

È un ragionamento che tocca un nodo raramente esplicitato nel dibattito ticinese sulla penuria di personale sanitario: la formazione di un medico o di un infermiere è un investimento pubblico, e chi assume professionisti formati altrove ne raccoglie i frutti senza averne sostenuto il costo.

Il Ticino non è al riparo

Il vantaggio numerico non equivale a una situazione consolidata. Anche in Ticino, ricorda Denti, si avvicina un ricambio generazionale impegnativo: «Pensionati noi figli del baby boom passeremo il testimone a generazioni meno numerose». Con una differenza che attenua l'urgenza rispetto all'Italia, «noi non abbiamo limiti d'età obbligatori per la pensione», e con un investimento strutturale già avviato: la facoltà di Medicina dell'Università della Svizzera italiana, che ha istituito un master dedicato alla medicina di famiglia le cui classi, sottolinea il presidente dell'Ordine, sono al completo.

Sui numeri comaschi il giudizio è invece esplicito: «Sapere che sono meno di 300 mi preoccupa, mi pare un dato allarmante». Denti riconosce il calo delle vocazioni dopo il coronavirus, ma sposta l'attenzione sul rimedio: «Occorre trovare nuove strategie per garantire alla professione una attrattività e una importante posizione sociale».

Un passaggio riguarda infine il modello organizzativo verso cui si sta muovendo la Lombardia, quello delle Case della comunità gestite dagli ospedali. Presidi territoriali attrezzati e con funzione di filtro possono essere validi, secondo Denti, ma a una condizione: «Non devono essere troppo concentrati, non possono fare da riferimento i soli ospedali. È una lezione che ci ha lasciato la pandemia».

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