Messa in vendita Casa Bianchi: «Per farla ci ho messo l’anima»

«Per fare quella casa ci ho messo l’anima». Mario Botta, architetto momò famoso in tutto il mondo, reagisce così alla vendita di Casa Bianchi a Riva San Vitale, promossa su un portale immobiliare svizzero. Del resto, anche il titolo dell’annuncio non usa tanti giri di parole per riassumere la portata dell’occasione. «Un’icona». Così viene chiamata la costruzione. A cui Botta dà ancora un’altra definizione. «Una casa di amici», precisa, ricordando il legame che lui stesso aveva con l’ex sindaco di Riva San Vitale, Carlo Bianchi, deceduto nel 2017 e alla testa del Comune dal 1988 al 1995. «È stato uno dei miei primi lavori – riprende Botta – di acqua sotto i ponti ne è passata insomma molta. Ricordo comunque l’impegno che ci avevo messo, che è stato molto. Per quello posso dire di averci messo l’anima».
Forse anche per questo oggi Casa Bianchi è considerata da più parti un capolavoro dell’architettura moderna e viene studiata in profondità nelle accademie. Eppure… eppure l’archistar va controcorrente. «Forse ha avuto una risonanza maggiore di quella che meritava», annota con molta modestia. Sia come sia, già guardando dall’esterno la villetta immersa nel verde sul versante del Monte San Giorgio, non si può fare a meno di rendersi conto di avere davanti qualcosa di davvero unico e speciale. Merito della sua struttura verticale, delle sue geometrie e della passerella in acciaio che collega la strada alla villa. Ma non solo. «È un'opera di grande rilevanza e unicità», la definisce nell’annuncio di vendita al pubblico l’agenzia immobiliare. Che ovviamente ha fissato anche il prezzo: 2,5 milioni di franchi.
Costruita da Mario Botta tra il 1972 e il 1973, Casa Bianchi si sviluppa su una superficie di 150 metri quadri e 6 locali. Tutt’attorno tanto verde, grazie ai più di 9.500 metri quadri di terreno. Ma ovviamente non sono queste le caratteristiche che rendono la villa così celebre e studiata. Tanto da essere anche tutelata a livello cantonale. «Casa Bianchi è il manifesto e il simbolo del pensiero architettonico sviluppatosi negli anni ’70 – si legge in una pubblicazione del 2012 del Dipartimento del territorio, intitolata «La tutela del Moderno nel Cantone Ticino» -. La relazione dialogante tra edificio e territorio è risolta magistralmente. Altrettanto arditi sono l’utilizzo spregiudicato della tecnica contemporanea e le relazioni tra gli spazi interni, curatissimi per scelte cromatiche e tagli di luce».
Una villa dai tanti significati, insomma. Sentimentali per chi l’ha ideata e costruita. Ma anche da studiare e da proteggere. «Il Moderno, per essere capito, apprezzato e quindi protetto – si legge ancora nella pubblicazione, in un testo a firma dell’ex caposervizio dell’Inventario dell’Ufficio beni culturali, Giulio Foletti - richiede uno sforzo di comprensione che deve andare al di là delle mere impressioni soggettive. Tutelare il Moderno vuol dire condividere e comprendere non solamente i suoi valori formali, talvolta del tutto secondari, ma soprattutto la sua intrinseca forza e cultura progettuale, il suo valore eversivo e talvolta utopico, l’incisività territoriale conclamata, perseguita e qualche volta concretizzata».
