Meta, gli occhiali sotto accusa che aiutano chi non vede

C’è chi è accompagnato dal proprio amico e guida a quattro zampe, chi si affida a un bastone bianco e chi, invece, indossa solo un paio di occhiali Meta. Persone cieche o ipovedenti che oggi si sono riunite attorno a un tavolo a Casa Andreina, a Lugano, per seguire un corso sull’utilizzo degli occhiali smart a scopo inclusivo e di supporto, organizzato a livello nazionale dalla Scuola della Mela in collaborazione con UNITAS.
Occhiali che, tuttavia, da mesi sono al centro del dibattito, non soltanto politico, ma anche sociale. Uno strumento finito sotto la lente anche di Berna per l’uso poco etico che purtroppo molte persone ne fanno, con continue violazioni della privacy. Dagli influencer ai content creator, gli occhiali Meta vengono infatti spesso impiegati per riprendere altre persone a loro insaputa.
Un discorso, quello del loro utilizzo a fini illeciti - cosi come quello delle richieste di regolamentazione da parte della politica - di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, lasciando però poco spazio ai benefici che alcune persone possono trarre da questa tecnologia. Stiamo parlando, in particolare, di persone cieche, ipovedenti e sorde, che trovano negli occhiali intelligenti uno strumento di supporto, aiuto e inclusione.
Un tema che abbiamo quindi affrontato con il responsabile del corso, Patrick De Santis, a sua volta ipovedente. «Questi occhiali permettono, grazie a una telecamera integrata – che si trova sulla sinistra –, di descrivere ciò che ci circonda». Con un semplice comando vocale («Ehi Meta, guarda e dimmi cosa vedi»), De Santis ci ha mostrato l’effettiva utilità di questa tecnologia per chi ci vede poco o non ci vede del tutto. Dopo il comando vocale, gli occhiali hanno iniziato a raccontare quello che vedevano, nel minimo dettaglio. Poi, con un semplice tocco sul lato destro degli occhiali, questi hanno smesso di «guardare» e di descrivere ciò che si trovava nel loro campo visivo.
«Se sono ipovedente o cieco, non posso infatti vedere quello che mi circonda, in questo caso chi avevo di fronte. Ma potrei chiedergli altri dettagli, come il colore dei vestiti oppure, nel caso stessi guardando fuori da una finestra, di descrivermi il panorama. Se invece prendo in mano un documento, gli occhiali possono leggermelo».
La polemica attorno agli smart glasses
L’utilità di questo strumento non va quindi messa in discussione, soprattutto quando si parla di aiuto e inclusione per le persone cieche o con una riduzione parziale e irreversibile della capacità visiva. Tuttavia, negli ultimi mesi, gli smart glasses sono finiti, come detto, al centro delle discussioni e spesso delle polemiche da parte dell’opinione pubblica e della politica, anche federale.
Troppa gente, è risaputo, ne fa di fatto un uso improprio e spesso decisamente poco etico, come riprendere altre persone a loro insaputa. E questo, troppo spesso, in luoghi come palestre, piscine e spogliatoi. Da qui la richiesta, da parte di associazioni e politici, di regolamentare maggiormente – se non addirittura vietare – questi strumenti, a causa delle possibili violazioni della privacy, che potrebbero coinvolgere anche minori.
Ma, come sottolineato dal responsabile del corso, anche con un semplice smartphone è possibile mettere in pratica comportamenti poco etici e violare la privacy altrui. «Potrei far finta di leggere un messaggio, mentre in realtà sto fotografando o filmando qualcuno senza il suo consenso. Sugli occhiali è presente un LED sulla destra che, a differenza dei telefoni, mostra chiaramente che sto effettuando una ripresa. Inoltre, quando faccio partire la registrazione, con gli occhiali si sente anche un suono, utile per noi ipovedenti o per le persone affette da cecità».
Per De Santis, la legge deve quindi tutelare le persone che si trovano in determinate situazioni, ma indipendentemente dallo strumento utilizzato. «Usare gli occhiali come pretesto è un po’ inutile, le norme – che tra l’altro esistono già – devono valere per tutti i dispositivi dotati di telecamera che permettono di registrare. E i telefonini offrono questa possibilità da almeno dieci anni».
Le leggi andrebbero quindi semplicemente aggiornate per comprendere tutti gli strumenti tecnologici di questo tipo, senza concentrarsi esclusivamente sugli occhiali intelligenti.
Un’utilità sotto gli occhi di tutti
L’utilità degli occhiali intelligenti per una persona cieca o ipovedente è abbastanza ovvia. «Lo abbiamo appena dimostrato. Indossando questo strumento posso, ad esempio, farmi leggere un menù al ristorante oppure trovare il treno giusto nel caso mi trovassi in stazione e avessi difficoltà a distinguere i convogli o i vagoni. L’utilità è quindi sotto gli occhi di tutti, e non credo che esista una paura reale che questi potranno venir vietati. Chiaramente, chi utilizza questi occhiali deve farlo con coscienza».
Cosa potrebbe fare, quindi, Berna per tutelare maggiormente la popolazione senza però privare di questa tecnologia chi ne ha davvero bisogno? De Santis ipotizza una possibile soluzione: stabilire che, in determinati luoghi, una persona cieca o ipovedente possa giustificare l’utilizzo degli occhiali per un motivo valido, mentre, ad esempio, a un content creator potrebbe essere chiesto di toglierli. «Secondo me sarebbe una soluzione accettabile. Alla fine, parliamo di buon senso».
Una distinzione che, nella sua visione, permetterebbe di tenere conto delle diverse esigenze, tutelando la privacy senza penalizzare chi utilizza questi dispositivi per affrontare le difficoltà della vita quotidiana.
Un corso per imparare a usarli
Come detto, il confronto con De Santis è avvenuto a seguito di un corso base specifico, durante il quale gli iscritti, ovvero persone cieche e ipovedenti, hanno imparato a utilizzare gli occhiali in maniera utile.
«Abbiamo spiegato l'utilizzo degli occhiali dal punto di vista hardware, ovvero tutte le funzioni fisiche e i comandi disponibili come gli altoparlanti, il tasto per scattare una foto, quello per registrare un video e quello per attivare il comando “Ehi Meta”, che permette di interagire con l'intelligenza artificiale. Uno dei comandi fondamentali per noi è “guarda”. Quando lo pronunciamo, il sistema effettua uno scatto visivo, che chiama “sguardo”. Questa immagine non viene però salvata tra le fotografie. Per farlo devo infatti chiedere esplicitamente di scattare una foto. Il sistema mi descrive quindi solo ciò che sta vedendo. Se al comando “guarda” aggiungo “leggi”, ecco che gli occhiali iniziano a leggermi il documento che ho davanti».
Oltre a spiegare tutte le funzioni hardware, durante il corso sono stati illustrati anche i comandi più efficaci e le modalità per interagire con l’intelligenza artificiale, «perché alla fine stiamo parlando proprio con un'intelligenza artificiale».
Imparare a utilizzare correttamente questi strumenti è infatti fondamentale per sfruttarne le potenzialità e ottenere informazioni utili nelle diverse situazioni quotidiane. Dalla lettura di un documento alla descrizione di ciò che si ha davanti, la tecnologia può offrire un aiuto concreto, a condizione di conoscerne le funzioni e saper dialogare con essa.
Un occhiale che ti aiuta anche in caso di necessità
Oltre a descrivere ciò che le circonda, leggere documenti e favorire l’inclusione in diverse situazioni quotidiane, le persone cieche e ipovedenti possono utilizzare gli occhiali Meta anche per chiedere aiuto in caso di necessità. Grazie a un’applicazione in collaborazione con Be My Eyes, è infatti possibile mettersi in contatto con un volontario che, attraverso la telecamera degli occhiali, può vedere ciò che vede chi li indossa.
«La persona dall'altra parte risponde nella mia lingua madre. La telecamera si attiva e il volontario, sullo schermo del proprio telefono, vede ciò che sto vedendo io. Posso quindi chiedergli aiuto. Ad esempio, se mi sono perso e non riesco più a capire dove andare, se a destra o a sinistra, il volontario può vedere la strada e indicarmi la direzione. Può quindi aiutarmi negli spostamenti o in altre situazioni in cui non riesco a cavarmela da solo. Una volta che mi ha aiutato a raggiungere una situazione sicura, la telefonata termina e posso continuare a muovermi liberamente con il mio bastone».
Una voce che può indicare una direzione, leggere un documento o aiutare a ritrovare la strada quando ci si sente disorientati. Per chi non vede o vede poco, gli occhiali intelligenti possono aprire possibilità che spesso passano inosservate agli altri. Non sostituiscono il bastone bianco, il cane guida o l’autonomia di chi li indossa, ma possono offrire un aiuto in più, proprio quando serve.
E così, mentre fuori si discute di ciò che questi occhiali potrebbero togliere agli altri, a Casa Andreina si impara ciò che possono dare a chi li indossa: un po’ più di libertà per attraversare il mondo.
