«Mobili, persistenti, pervasivi», la sfida ambientale dei PFAS

La scorsa settimana il Consiglio nazionale ha tenuto una sessione straordinaria dedicata a trattare una decina di atti parlamentari sui cosiddetti «inquinanti eterni», i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), noti per la loro persistenza ambientale e i possibili effetti nocivi sulla salute umana.
Il prossimo 30 settembre a Lugano (cfr. box) il tema della gestione di queste sostanze sarà al centro di un congresso internazionale (Focus on PFAS: inquinanti eterni, un confronto tra Italia e Svizzera) organizzato dalla Fondazione Erica.
Ma cosa sono i PFAS? «Sono una famiglia di composti chimici creati dall’uomo; si tratta di una famiglia enorme, il cui punto in comune è il legame C-F (Carbonio-Fluoro), pressoché inesistente in natura», risponde Edoardo Slavik, ingegnere e presidente della Fondazione Erica. «A seconda di come si voglia definire chimicamente questa ampia famiglia di composti, essa può comprendere circa 5.000, circa 10.000 o anche più sostanze. La certezza è che si tratta di una quantità molto grande e che, purtroppo, ancora oggi anche i laboratori analitici più evoluti riescono a individuare e quantificare soltanto 50-70 molecole circa».
«Sono detti ‘eterni’ in modo improprio, perché nulla è eterno, ma in realtà questi composti ci vanno molto vicini; infatti, il legame C-F è uno dei più forti in assoluto nella chimica e i PFAS sono molecole che contengono molti di questi legami, risultando quindi quasi indistruttibili. Sono resistenti alle alte temperature, alle ossidazioni, ai raggi ultravioletti; inoltre rendono i materiali idrorepellenti, oleorepellenti e con basso coefficiente di attrito. Queste caratteristiche li hanno resi perfetti per tantissime applicazioni, praticamente in ogni campo: dal tessile (tessuti antimacchia, per esempio) alle schiume antincendio, dai cosmetici alle padelle antiaderenti, dalle batterie ai componenti per l’industria aerospaziale, eccetera».
È possibile evitare che vengano dispersi nell’ambiente? Ancora Slavik: «Innanzi tutto bisogna prevenire e quindi far sì che durante la produzione non vi siano emissioni nell’ambiente, siano esse liquide, solide o aeriformi. Dal momento che si ritiene difficile scongiurare con certezza questo rischio, nel gennaio 2023 i governi di Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia hanno presentato una proposta per una restrizione completa alla produzione dei PFAS nell’UE».
«La richiesta è stata fatta all’ECHA (https://echa.europa.eu/it/home), l’ente che regolamenta le sostanze chimiche in Europa tramite il regolamento REACH. L’ECHA sta lavorando da oltre due anni su questa proposta, coinvolgendo gli Stati membri e ricevendo un numero di documenti e osservazioni talmente elevato da rendere la decisione più lunga del previsto».
Tracce anche negli orsi polari
«Se la produzione di queste sostanze continuerà – e si ritiene che sarà così almeno in alcuni settori e per altri 10-20 anni – sarà necessario controllare tutta la filiera produttiva e poi il trattamento dei rifiuti generati, monitorando i PFAS nei rifiuti e prevedendo idonee tecnologie di abbattimento. Tecnologie che tuttavia, ancora oggi, non sono del tutto mature e sono dunque necessari opportuni investimenti e tempi di adeguamento».
«In passato queste accortezze non sempre sono state adottate e i PFAS sono stati rilasciati nell’ambiente, anche involontariamente, con il risultato che oggi si trovano davvero ovunque. Quindi, oltre che “eterni”, sono anche ubiquitari: sono stati rilevati perfino nei tessuti degli orsi polari».
E quali, invece, i rischi per la salute? «I PFAS sono mobili, persistenti e pervasivi. Grazie alle loro caratteristiche entrano nel corpo umano (principalmente tramite acqua e alimentazione), si legano ai tessuti e il corpo fatica molto a espellerli, a differenza di quanto accade, per esempio, con i medicinali. Quindi si bioaccumulano e agiscono come interferenti endocrini; non hanno una tossicità acuta, ma cronica, che si può manifestare nel tempo con malattie oncologiche, infertilità e altre patologie, spesso legate agli organi interni».
Il tema dei PFAS è inevitabilmente transfrontaliero, con ricadute non solo ambientali ma anche economiche. Gli agricoltori svizzeri, per esempio, chiedono indennizzi finanziari per compensare la perdita di produzione (carne e latte) che presenta valori troppo alti di PFAS e quindi non è commercializzabile.
Divulgare per conoscere
Quali sono le finalità del congresso del prossimo 30 settembre al LAC? «Fondazione Erica ha, fra le sue finalità fondative, la divulgazione scientifica neutrale. Nel caso dei PFAS, molta dell’informazione utilizza toni allarmistici che, seppur in qualche caso anche giustificati, non contribuiscono ad affrontare in modo sereno la problematica, mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, aziende, ricercatori, società civile, associazioni», spiega Edoardo Slavik. «La finalità degli eventi è quella di portare al confronto le diverse posizioni mantenendo un tono neutrale e propositivo». Si è pensato che fosse opportuno un confronto fra istituzioni e ricercatori di due Paesi così vicini e i cui impatti reciproci sono evidenti in termini ambientali. Non per niente è stato istituito il CIPAIS (Commissione internazionale per la protezione delle acque italo-svizzere), che parteciperà al congresso. «Lo scopo è quindi di aprire un confronto fra le due realtà e valutare la possibilità di istituire un tavolo comune di collaborazione sulla tematica».
