Molestie al figlio adolescente: confermata la condanna del padre

Pena confermata per il cittadino kosovaro sulla cinquantina, condannato il 12 febbraio 2025 dalla Corte di appello e revisione penale (CARP) a 27 mesi di carcere (6 dei quali da scontare) e all’espulsione dalla Svizzera per 5 anni per aver molestato il figlio adolescente. Ma non vi sarà alcuna iscrizione al sistema di informazione di Schengen (SIS). Lo ha stabilito il Tribunale federale (TF) il 18 febbraio scorso dopo che l’imputato aveva impugnato la sentenza della CARP, la quale aveva inasprito il verdetto di primo grado (20 mesi sospesi). L’uomo è stato dunque condannato per ripetuti atti sessuali con fanciulli – per aver masturbato il figlio 14.enne e per aver tentato di farsi masturbare a sua volta –, così come di ripetuta violazione del dovere d’educazione, per aver alzato in più occasioni («per ogni sciocchezza», per citare l’atto d’accusa) le mani sui suoi tre figli.
In prima istanza, alle Assise criminali, il cinquantenne del Luganese era stato prosciolto dall’accusa più grave, ossia di aver masturbato il figlio. La Suprema Corte federale ha pure confermato l’espulsione dal territorio elvetico, la misura più temuta dall’uomo nel corso dei procedimenti. La sua legale, avvocata Anna Grümann ha provato a scongiurarla anche citando le sue precarie condizioni fisiche e psicologiche, tali per cui era difficile immaginare una presa a carico nel suo Paese. Critiche non condivise dal TF, il quale ha però annullato l’iscrizione al SIS in quanto non sufficientemente motivata. La CARP dovrà dunque esprimersi nuovamente su questo punto.
Una storia molto triste
La vicenda era nata in un contesto di grave degrado sociale, con l’imputato che da quando ha raggiunto la Svizzera in fuga dalla guerra nel suo paese soffre di gravi patologie. Prima era a beneficio dell’assistenza, poi dell’invalidità. In pratica ha vissuto per anni nel salotto di casa, spostandosi raramente e comportandosi, sempre citando l’atto d’accusa, da «padre padrone» instaurando «un clima di terrore». Clima a cui il figlio 14.enne, costituitosi accusatore privato e difeso dall’avvocato Christopher Jackson, aveva poi trovato la forza di ribellarsi, raccontando dei toccamenti agli inquirenti, anche per paura che lo stesso potesse succedere alla sorella più piccola.
A quel punto era però accaduto un fatto increscioso e dalla denuncia sono passati inspiegabilmente cinque mesi prima che la stessa finisse sul tavolo dell’allora procuratrice pubblica Pamela Pedretti (l’incarto era poi passato al collega Luca Losa). Cinque mesi in cui il giovane aveva dovuto convivere con il padre e con il segreto di aver allertato le forze dell’ordine. Tutto ciò, per la Corte delle assise criminali, presieduta dall’ex giudice Mauro Ermani, aveva portato il ragazzo, senza necessariamente che ci fosse volontà di accanirsi contro il genitore, a esagerare quanto vissuto. Questo il motivo addotto per il proscioglimento dall’accusa di atti sessuali con fanciulli. Per contro, la versione dei fatti data dal figlio era invece stata giudicata sufficientemente credibile dalla CARP per arrivare a una decisione di condanna anche su questo punto, come peraltro chiesto dalla pubblica accusa e dal figlio, che avevano ricorso contro la sentenza di primo grado. L’imputato, da parte sua, si era sempre battuto invano per il proscioglimento anche dall’accusa di violazione del dovere d’educazione e, soprattutto, per la non pronuncia dell’espulsione dal territorio elvetico.



