Morte della 52.enne, Più Donne: «Chi sapeva cosa ha fatto per proteggerla?»

La morte della 52enne che aveva reso pubbliche le registrazioni delle conversazioni con l’allora consigliere di Stato Claudio Zali torna al centro del dibattito politico. Le deputate Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini (Più Donne) hanno presentato un’interpellanza urgente al Consiglio di Stato che non intende entrare nel merito delle cause del decesso, ma chiede di fare luce su un’altra questione: come reagiscono le istituzioni quando emergono segnali di paura, violenza, minacce o vulnerabilità. «Quando si sa, che cosa si deve fare?», è una delle domande poste dalle due deputate.
«In molti sapevano»
L’atto parlamentare ricorda che l’esistenza e il contenuto degli audio erano conosciuti nel mondo politico prima che la vicenda assumesse le dimensioni successive. I presidenti di PLR, Centro e PS, sottolineano Merlo e Mossi Nembrini, ne erano venuti a conoscenza e avevano ritenuto il contenuto sufficientemente grave da chiedere chiarimenti a Zali. La donna, inoltre, avrebbe precedentemente raccontato la propria versione anche ad altri esponenti politici.
Le firmatarie precisano di non voler attribuire a nessuno la capacità di prevedere quanto sarebbe accaduto. La questione posta è piuttosto dove finisca la responsabilità personale di chi riceve determinate informazioni e dove inizi quella istituzionale. «È sufficiente chiedere spiegazioni alla persona chiamata in causa oppure, quando dai fatti conosciuti emergono elementi di violenza, paura o possibile vulnerabilità, qualcuno deve preoccuparsi anche della persona che sta parlando?».
L’aggressione pochi giorni prima della morte
L’interpellanza richiama quindi quanto emerso dopo il decesso: circa dieci giorni prima, secondo le informazioni rese pubbliche, la donna aveva denunciato una violenta aggressione a Melide, in seguito alla quale aveva dovuto ricorrere a cure ospedaliere. Le deputate escludono di voler suggerire un collegamento tra quell’episodio, gli audio e la morte, sottolineando che spetta esclusivamente agli inquirenti accertare i fatti.
Ma pongono una domanda precisa: «Dopo quell’aggressione qualcuno ha valutato se questa donna avesse paura e se fosse in pericolo?». E ancora: «qualcuno ha ricostruito complessivamente la sua situazione, mettendo insieme quanto eventualmente conosciuto da Polizia, Magistratura, servizi e mondo politico? Le è stata proposta una forma di protezione o di accompagnamento?».
«Chi ha il compito di mettere insieme i pezzi?»
Il tema, secondo Più Donne, va oltre il singolo caso. «Troppo spesso, dopo un fatto grave, scopriamo che qualcuno sapeva», si legge nell’atto. Informazioni parziali possono trovarsi nelle mani di colleghi, superiori, servizi, autorità o politici e, prese singolarmente, apparire insufficienti. «Ma chi ha il compito di metterle insieme?». Per Merlo e Mossi Nembrini, «uno Stato non può limitarsi a raccogliere frammenti. Deve essere capace di riconoscere un quadro quando i frammenti cominciano ad accumularsi».
Particolare rilievo viene poi dedicato al rischio che l’attenzione si sposti dai fatti denunciati alla persona che li denuncia. «Più una persona parla, più diventa essa stessa oggetto di discussione; più viene descritta come problematica, meno viene ascoltato ciò che sta dicendo». Una persona, sottolineano, può essere fragile, contraddittoria o avere commesso errori e, contemporaneamente, «dire la verità su fatti che devono essere verificati».
Dodici domande al Consiglio di Stato
L’interpellanza contiene dodici domande. Tra queste, si chiede al Governo se dopo la diffusione degli audio sia stata effettuata una valutazione della possibile situazione di rischio della donna e del suo contesto familiare e se siano state proposte misure di protezione. Viene, inoltre, chiesto se esistano protocolli per mettere in relazione informazioni raccolte da Polizia, Magistratura, strutture sanitarie e servizi sociali e chi abbia la responsabilità di ricomporre il quadro quando le segnalazioni sono distribuite tra autorità differenti.
Più Donne domanda anche se esistano garanzie supplementari quando le segnalazioni riguardano persone che esercitano importanti funzioni politiche o istituzionali e se vi sia un interlocutore realmente indipendente al quale rivolgersi quando si teme che una denuncia non venga adeguatamente considerata proprio perché coinvolge una persona in posizione di potere.
Il punto conclusivo dell’atto parlamentare allarga ulteriormente il campo: «Non possiamo continuare a domandarci, dopo ogni vicenda grave, chi sapesse. Dobbiamo finalmente stabilire che cosa deve fare chi sa». E, aggiungono, occorre garantire «che chi parla non finisca per diventare il problema al posto del problema che ha denunciato».
