L'intervista

Natalia Ferrara: «Il caso Hospita? Le opinioni sono libere, i fatti non lo sono»

Ospite a «La domenica del Corriere», la vicepresidente del PLR ha parlato dell'entrata in Governo di Piero Marchesi, dell’addio di Christian Vitta, delle donne in politica e del caso Hospita-Lega, su cui la CPI sta indagando
© CdT / Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
11.10.2026 20:37

Dall’entrata in Governo di Piero Marchesi all’addio di Christian Vitta, passando per le donne in politica e arrivando fino al caso Hospita-Lega, su cui la CPI sta indagando. Natalia Ferrara, vicepresidente PLR, a ruota libera a «La domenica del Corriere».

Natalia Ferrara, il Governo ha assegnato il territorio a Piero Marchesi, sottraendolo a Norman Gobbi. È una scelta giusta?
«Mi viene da dire che è stato un regalo al neoentrato in Consiglio di Stato. Bisognerà capire ad aprile se è stato un regalo vero o un regalo avvelenato. Personalmente non mi ha convinto la motivazione del Consiglio di Stato, questo appello alla continuità e alla stabilità, quando negli ultimi anni abbiamo assistito a scambi, scorpori, un pezzetto tu, un pezzetto io, “mi sospendo, lo riprendo”. Avrei preferito una motivazione un po’ più franca, più diretta».

L’arrocchino, però, non c’è più.
«È positivo, per la popolazione e per l’Amministrazione, sapere finalmente chi dà la direzione politica. Non mi azzardo a dire che quella del Governo sia stata una bugia, ma personalmente non mi ha convinto. Adesso lasciamoli lavorare e vediamo i risultati».

Lei entrò nella politica cantonale nel 2015, dopo aver lasciato il Ministero pubblico. Fu presentata come l’anti-Gobbi. Come ricorda quella campagna?
«È finita che non sono stata eletta. Ma non vuol dire che è finita male. Dico sempre che le campagne elettorali o si vincono o si impara. Ho imparato molto. Sono stata molto soddisfatta di quella campagna elettorale. In questi giorni, discutendo con alcuni liberali radicali sulle liste e sul fatto che forse dobbiamo cambiare metodo, mi hanno ricordato che, se avessimo avuto il maggioritario, sarei stata eletta in Governo. Questo solo per dire che dipende da tanti parametri».

Quell’ambizione è ancora viva?
«Per il Governo no. Non mi sono mai più candidata dopo la campagna del 2014-2015, perché ho preso un percorso personale e professionale completamente diverso. La scelta del Consiglio di Stato è assoluta: se uno fa il consigliere di Stato deve fare quello, deve farlo bene sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, o dovrebbe. Per me, nel frattempo, la scelta è un’altra: ho diverse attività. La passione politica – come dicono alcuni familiari, “la malattia politica” – c’è tuttora».

Alex Farinelli ha annunciato per primo la propria candidatura al Consiglio di Stato. La mossa è stata corretta?
«Per me la discesa in campo di un candidato va bene nella misura in cui è uno dei cinque. Avremo una lista così convincente da eleggere due consiglieri di Stato ad aprile».

Quindi va bene ma non benissimo, mi pare di capire.
«Se la situazione fosse stata differente, se ci fosse stato per esempio un uscente, avrei preferito che la lista venisse presentata con tutte le persone insieme, per dare a tutti la stessa visibilità nello stesso momento. Ho capito la posizione di Alex: gli veniva chiesto da tempo se fosse pronto a scendere in campo, e non c’era bisogno di giocare a nascondino. Quindi va bene così. Il resto della lista sarà altrettanto convincente: vogliamo dare una vera scelta alle ticinesi e ai ticinesi».

Nel 2015 fu molto critica verso Norman Gobbi, ma meno verso Claudio Zali. Conferma ancora quella distinzione?
«Sì. Mi rendo conto che in questo momento può sembrare impopolare, ma credo che le qualità delle persone non vadano rinnegate, soprattutto non per effetto del presente o del futuro. Ho conosciuto Claudio Zali quando era presidente del tribunale penale e io procuratrice pubblica. Credo di aver incontrato nella vita poche persone così argute, così presenti nel loro lavoro. Gli ho detto direttamente che, secondo me, il suo mondo era quello della magistratura e non della politica, dove mi sembrava soffrisse alcune dinamiche. Credo che la crisi istituzionale sia dovuta anche ai silenzi, quando forse alcune posizioni si potevano o si dovevano spiegare. Personalmente, mi spiace molto per come sono andate le cose, soprattutto per i processi di piazza a cui stiamo assistendo».

Sul caso Zali, da donna, sente di dover formulare una critica particolare?
«Credo che nessuno possa permettersi, in questo momento, di fare una valutazione sulle accuse in ambito penale. La considerazione politica è molto chiara: Claudio Zali non poteva più rimanere al suo posto, questo è evidente a tutti. Diversa è la questione penale, che viene continuamente sovrapposta a quella politica, anche in Gran Consiglio. Personalmente, non ho l’arroganza di essere giudice rispetto a qualcun altro. Quando ci saranno risposte sul comportamento che realmente è stato tenuto o non è stato tenuto, non farò sconti: non sono abituata a nascondermi. Ci sono dichiarazioni in cui alcune persone vengono definite vittime. Questo presuppone che ci sia un carnefice. Sicuramente sono successe tante cose che non vanno bene. Gli audio, per esempio, sono un problema e su questo siamo assolutamente d’accordo».

Nel 2023 definì il PLR «malato». Oggi come sta il partito?
«Sicuramente oggi sta meglio di allora. Il partito non si è fermato nemmeno durante la crisi istituzionale: ha continuato a lavorare. Tutte le persone con una carica pubblica, il nostro gruppo in Gran Consiglio, l’ufficio presidenziale, tutti abbiamo continuato a fare tante proposte: c’è un’energia che in alcuni momenti era mancata. Vedo un dibattito interno e prese di posizione più chiare e forti, senza troppi tatticismi. Sono contenta di come lavoriamo e di quello che comunichiamo al Paese».

Christian Vitta lascia il Consiglio di Stato. Andrea Gehri ha definito «insufficiente» il suo bilancio. È d’accordo?
«Ho trovato quel giudizio ingeneroso. È stato onesto e molto diretto, come è sempre Andrea Gehri, ma ingeneroso. La delusione nasce rispetto ad alcune aspettative e bisognerebbe chiedersi quali fossero le aspettative delle associazioni economiche. Si fatica a comprendere che le finanze sono forse il Dipartimento più difficile, perché bisogna occuparsene insieme agli altri. Lo abbiamo visto anche nell’ultimo preventivo. Al di là delle qualità personali, secondo me – è un giudizio di cui mi assumo la responsabilità – negli ultimi anni Vitta è stato quello che ha lavorato meglio in Governo. Si è dimostrato autorevole e serio. È l’unico che ha capito quando è il momento di lasciare, con coerenza e rispetto per le istituzioni».

Vitta è stato abbastanza coraggioso?
«Credo che sia mancata, a destra e a sinistra, una spalla. Le persone riescono a dare il massimo quando sono supportate a dovere. In Governo questo supporto è mancato».

Lei è spesso definita battagliera, esuberante, protagonista. Qual è la differenza tra coraggio e protagonismo?
«Il protagonismo è voler esserci sempre su tutto, indistintamente. Il coraggio è esserci su temi delicati, con posizioni spesso scomode. Credo di aver dimostrato più di una volta che mi interessa poco piacere a tutti, mentre mi interessa dire quello che ritengo giusto al momento giusto. Nel Parlamento, nella politica a Lugano e nel dibattito pubblico ci sono cose che molti faticano a dire. Io credo nel “pane al pane, vino al vino”, soprattutto quando si parla di Stato di diritto, istituzioni, rispetto e regole».

La politica resta un mondo di uomini. Quanto è difficile, per una donna, prendersi spazio?
«Non è mai facile. Essere presente significa prendersi uno spazio e quando lo fa una donna, quando lo faccio io, mi viene rimproverato di essere troppo esuberante, troppo accesa. Quando guardo certi colleghi penso: “Mamma mia, questo qui com’è sguaiato”. Oppure vedo persone che parlano di cose che non conoscono, che siedono in cinquanta CdA e secondo me non dovrebbero stare neanche in uno, perché non hanno competenze. Però ho sentito raramente dei rimproveri. Sulle donne c’è questo riflettore. Forse è anche per questo che lavoro tanto oltre San Gottardo: a certi livelli è più semplice avere uno scambio paritario, senza doversi sempre giustificare e senza i luoghi comuni che in Ticino esistono ancora. Domani qualcuno mi farà i complimenti per questa trasmissione e qualcun altro mi chiederà: “Ma i tuoi figli? Chi ha preparato la cena?”. Non sono battute: sono il segno di un profondo radicamento culturale che in Ticino esiste ancora».

Lei rende molto pubblica la sua vita familiare e mostra spesso i figli sui social. Non teme l’esposizione?
«Certo, me lo chiedo regolarmente. Ne parliamo molto ed è importante che tutti i genitori, a maggior ragione una persona pubblica, riflettano sui limiti giusti e sulle opportunità. I miei canali social sono il mio diario, ma non scrivo solo per me. Scrivo per veicolare messaggi importanti, soprattutto sulla genitorialità e sulle donne. Quando una donna professionista mi dice: “Mi butto anch’io perché ho visto che si può fare”, per me è una conquista. Quando un papà mi dice: “Ho visto che con l’ironia sei riuscita a far passare il messaggio che Matteo fa tante cose a casa, quindi chiedo questo congedo”, capisco che funziona. È un lavoro enorme e ci vuole tempo per cambiare meccanismi e cliché, però mi piace farlo. Per tanto tempo ho avuto un’immagine dura, che non mi rappresenta appieno. La maternità mi ha permesso di mostrare un lato più sensibile e dolce, che mi fa stare meglio. Perché negarlo?».

Presiede la Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Hospita-Lega. Che cosa le ha dato questa esperienza?
«È un’inchiesta difficile. Sono molto sollevata che abbiamo quasi finito e molto grata alla collega e ai colleghi in commissione, perché abbiamo fatto un lavoro enorme. Mi ha ricordato che “le opinioni sono libere, i fatti no”. Mi auguro che sapremo rimettere ordine nei fatti e dare una svolta al dibattito parlamentare: si dice di voler discutere delle crisi istituzionali, ma nello stesso momento si picconano le istituzioni. A me piacerebbe fare un’analisi, formulare proposte concrete e poi andare davvero avanti».