L'analisi

Negli ultimi 50 anni smarrito un quarto di credenti e fedeli

Nel 1970 quasi il 90% della popolazione residente si dichiarava cattolico-romano, nel 2020 invece meno del 62% - La spietata autocritica della Conferenza episcopale elvetica
©Ti-Press
Dario Campione
12.12.2022 06:00

Soltanto pochi giorni fa la curia luganese ha reso note le cifre finali del bilancio 2021, chiuso con un disavanzo di 31 mila franchi. Un risultato solo apparentemente positivo, reso possibile dalla contabilizzazione di alcune donazioni non preventivate (per 600 mila franchi) e dalla vendita di un immobile che ha fruttato 1,7 milioni. I preventivi 2022 e 2023 si annunciano invece particolarmente difficili, entrambi stimati attorno a 1,8 milioni di passivo.

Ma al di là della questione economico-finanziaria - che pure ha un peso determinante - se si guardano altri numeri e altre statistiche recenti, la crisi in cui si dibatte la Chiesa cattolica ticinese rivela profili di vario genere: di radicamento sociale, innanzitutto, ma anche organizzativi e di vocazione religiosa. E di autorevolezza.

L’appartenenza a una Chiesa o a una comunità religiosa, considerata come «l’espressione di un interesse per la religione in senso ampio (traccia di un legame ereditato, testimonianza di un impegno, attaccamento a valori, legame formalizzato)», si è fatta ad esempio, in Ticino, sempre più debole. Nel 1970, l’88,6% della popolazione residente nel cantone si dichiarava cattolico-romano. Nel 2020, questa percentuale è scesa al 61,9. Di converso, «coloro che dichiarano nessuna appartenenza religiosa rappresentano il 25,4% del totale»: un dato che, nell’arco di 20 anni, «ha visto più che triplicare il proprio peso percentuale (nel 2000 rappresentava il 7,5)».

Chi lascia la Chiesa cattolica non cerca rifugio in altre confessioni, semplicemente abbandona (o sembra abbandonare) la prospettiva religiosa. Secondo il panorama statistico UST del 2020, infatti, solo il 5,2% dei residenti si dichiara protestante, mentre gli appartenenti ad altre comunità cristiane e alle comunità islamiche sono rispettivamente il 3,7% e l’1,8%.

Il documento dei vescovi

«Tra i credenti e nella società, la perdita di fiducia nella Chiesa e nella sua leadership è enorme. Il livello di sfiducia è alto - hanno scritto lo scorso mese di luglio i vescovi svizzeri nel documento preparatorio al sinodo 2023 - Gli abusi sessuali e di potere spirituale nella Chiesa, così come il loro insabbiamento di lunga data, sono le cause principali della crescente perdita di credibilità e fiducia nella Chiesa. Molti battezzati appartengono ancora formalmente alla Chiesa e pagano le tasse, ma non hanno quasi più un legame reale con la sua vita, tenendosi a distanza. […] Ci sono diffusa delusione, incomprensione e chiaro disappunto, sia tra l’opinione pubblica sia tra i fedeli. […] La Chiesa cattolica sta diventando sempre più un corpo estraneo alla società e alla cultura svizzera, senza parole nei confronti del suo ambiente e sempre meno capace di comunicare il significato della fede per la società contemporanea. L’alienazione della Chiesa dalla società, così come l’allontanamento di molti membri dalla vita ecclesiale e dalla pratica sacramentale, stanno portando a un aumento impressionante del numero di persone» che lasciano la Chiesa».

Il crollo delle vocazioni

Una lettura spietatamente autocritica, quella della conferenza episcopale elvetica. Che trova puntuale riscontro nelle singole realtà periferiche. Negli ultimi 10 anni, anche la curia di Lugano si è trovata a dover fronteggiare un progressivo, e apparentemente inarrestabile, impoverimento della propria struttura ecclesiale: meno sacerdoti, meno religiosi, pochissime ordinazioni.

I numeri sono ufficiali, sono cioè quelli pubblicati dall’Annuario Pontificio, e non lasciano molto spazio alle interpretazioni.

Dal 2012 al 2021 i preti secolari incardinati nella diocesi sono passati da 204 a 188, quelli regolari (appartenenti cioè a ordini religiosi) sono scesi da 53 a 39. Ma mentre il clero secolare ha comunque potuto contare su 22 ordinazioni, quello regolare non ha avuto alcun ricambio. Anche i seminaristi sono in costante diminuzione: erano 52 nel 2012, sono meno di 30 adesso. Drammatico, se è lecito utilizzare questo aggettivo in simili frangenti, il calo del numero delle religiose, le suore: da 397 a 239.

D’altronde, un ultimo dato fa capire quanto sia complicato e difficile, per la Chiesa ticinese, tenere saldi i legami con il popolo di Dio: i battesimi. Crollati dai 1.741 del 2010 ai 1.210 del 2019 (ultima rilevazione disponibile). Un -30,5% che non può essere spiegato soltanto con il calo delle nascite.

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Quali sono i riflessi della crisi della Chiesa sulla società ticinese? Si può affermare che a una Chiesa meno forte corrisponde una società più debole sul piano dei valori? E quanto incide la secolarizzazione sulla coesione sociale?
«Generalmente, al termine secolarizzazione si è sempre abbinato un giudizio di perdita del senso religioso, o anche di perdita di coesione all’interno delle appartenenze religiose; un fenomeno, cioè, che marca un regresso. Ma oggi è chiaro a tutti come il termine secolarizzazione non possa essere relegato soltanto sul fronte negativo. Viviamo in una società post-secolare, nella quale è stato intrapreso un cammino capace di rimettere in equilibrio la sfera religiosa con la vita del presente. Non c’è più un nesso causale diretto tra secolarizzazione e perdita di coesione sociale, anzi: è possibile che questo nuovo equilibrio aiuti a ritrovare una nuova forma di coesione sociale. In molti contesti collettivi nazionali e sovranazionali cresce, ad esempio, la consapevolezza dell’importanza della società civile, delle forme di intervento sociale del terzo settore o dei gruppi no profit nei settori di massima vulnerabilità».

Ma perché le persone si allontanano dalla Chiesa? È un dato inevitabile della società «liquida»?
«Vedo una connessione forte tra i dati che attestano l’allontanamento dalle appartenenze ufficiali di aggregazione delle Chiese e il processo in atto di trasformazione del senso religioso, che oggi si intercetta sempre meno nelle forme codificate. La spiritualità ha configurazioni religiose, ma si estende anche a maglia più larga come sentimento di legame con la natura o di aiuto agli altri. Certamente, una causa di allontanamento dalla Chiesa cattolica è dovuta alla perdita di autorevolezza morale subìta negli ultimi decenni, anche a causa degli scandali sugli abusi sessuali. Ma c’è un ulteriore motivo che produce distacco: in alcuni Paesi: la Chiesa cattolica si orienta su alleanze di tipo conservativo con governi nazionalisti, con una politica cioè che dimentica il fattore umano come suo obiettivo primario e l’umanizzazione della politica invocata dal Concilio Vaticano II, e questo va generando frustrazione nei fedeli».

Le società europee sono ormai strutturalmente inadatte a sviluppare sentimenti e pratiche di comunitarismo religioso, o è il cattolicesimo a essere entrato in crisi?
«All’interno della cristianità ci sono differenze tra le varie Chiese, così come esistono diverse compattezze e fedeltà alle pratiche di comunitarismo religioso. L’immagine di ciascuna Chiesa non è la stessa e produce quindi pratiche anche molto distanti tra loro. Dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha spostato sempre di più il proprio asse dal vertice verso la base, verso una maggiore sinodalità. Il soggetto ecclesiale è l’intero popolo di Dio e questo incrocia il tema della crescita di coscienza dei fedeli, ma anche di nuovi, seppur difficili equilibri dentro la comunità».

Ma secondo lei, le scelte e le indicazioni pastorali di Francesco possono arginare o limitare la crisi della Chiesa nelle società più ricche?
«Dentro la Chiesa cattolica ci sono resistenze vistose alle indicazioni di papa Francesco, il quale, con la sua “teologia del popolo”, intende rendere concreto il disegno del Concilio di una comunità in cammino. Molti rallentano o rifiutano del tutto queste indicazioni, classificandole al massimo come forma di impegno pastorale, adattamento delle cose da fare; ma è un errore. Ho l’impressione che ci sia, in alcune parti delle gerarchie, il tentativo di neutralizzare il pontificato di Francesco definendolo pastorale, quando in realtà il Papa vuole trasformare gli assetti sostanziali, quindi anche dottrinali della Chiesa universale, inculcando una nuova consapevolezza di Chiesa al servizio del mondo».