«Nessun muro al confine, ma l’immigrazione va gestita»

«Non vogliamo chiudere il Paese e fare un muro al confine. Chiediamo solo di tornare a gestire l’immigrazione in modo intelligente e ragionevole per uno sviluppo demografico sostenibile». Per il comitato ticinese dei favorevoli - composto da esponenti di UDC e Lega, ma anche dai Giovani del PLR -, l’iniziativa popolare federale «No a una Svizzera da 10 milioni!» è tutt’altro che «estrema» e «pericolosa». Dall’introduzione della libera circolazione delle persone nel 2002 ad oggi, la popolazione residente in Svizzera è aumentata di 1,9 milioni. «Un incremento impressionante», ha evidenziato il consigliere nazionale e presidente dell’UDC ticinese Piero Marchesi, parlando di una «evoluzione preoccupante». Per più ragioni: dalla cementificazione del territorio alle strade congestionate, passando per la carenza di alloggi e la criminalità. «Senza dimenticare un tema particolarmente sentito nel nostro cantone: la ‘‘fuga’’ in Svizzera interna di 800 giovani all’anno». Colpa, secondo Marchesi, della libera circolazione, «che ha messo sotto pressione l’intero mercato del lavoro ticinese».
Di qui l’importanza di adottare correttivi. L’iniziativa, ha ricordato il consigliere nazionale, prevede che «se si superano i 9,5 milioni di residenti vengano prese alcune misure - soprattutto nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare - per rallentare la crescita. Al raggiungimento della soglia dei 10 milioni di residenti, poi, dovrebbero essere rinegoziati i trattati che alimentano la crescita della popolazione, attivando le clausole di salvaguardia». Marchesi ha però voluto rassicurare anche il mondo economico. «L’economia non avrebbe alcun problema a reperire la manodopera necessaria, perché potrebbero comunque arrivare 40 mila lavoratori qualificati all’anno». Per quanto riguarda il settore dell’asilo, invece, il presidente dell’UDC ha ricordato che «in vent’anni sono arrivate qui 650 mila persone. Ma sebbene solo il 17% abbia ottenuto lo statuto di rifugiato, il 70% è comunque rimasto a vivere qui». In più, ha aggiunto, «la maggioranza dei migranti vive a carico dello Stato sociale, infatti il tasso di assistenza sociale supera l’80%. E i contribuenti svizzeri pagano».
«Proposta di buon senso»
Per il consigliere agli Stati Marco Chiesa, «la domanda fondamentale da porci è che Svizzera vogliamo e che Paese intendiamo consegnare alle generazioni future». In particolare, ha spiegato, c’è un dato che deve allarmarci: «Nella fascia tra i 15 e i 25 anni, il 13% non riesce a trovare un’occupazione, secondo i dati ILO. La Svizzera, insomma, si sta sempre più europizzando, raggiungendo livelli persino peggiori di alcuni Paesi UE». La Svizzera, ha proseguito, «avrà sempre bisogno di lavoratori. Il punto, però, è far arrivare personale qualificato, che porti valore aggiunto». Anche sul fronte della sicurezza, ha proseguito, qualcosa è cambiato: «C’è un substrato di criminalità che rende insicura la popolazione, e lo vediamo nel nostro piccolo anche a Lugano. Ma non dobbiamo dimenticare che la sicurezza è il valore aggiunto del nostro Paese».
«Si sente ripetere che la nostra iniziativa creerebbe caos. La verità, invece, è che il caos lo abbiamo ora», gli ha fatto eco il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, secondo il quale «è doveroso opporsi a questa deriva». La proposta contenuta nell’iniziativa «è una richiesta elementare di buon senso, tornando a puntare sulla qualità e non sulla quantità dell’immigrazione». Un discorso, ha proseguito Quadri, che vale soprattutto per il Ticino: «Ci viene fatto credere dai contrari che se passasse l’iniziativa aumenterebbe il frontalierato. Al contrario, al raggiungimento della soglia dei 10 milioni entrerebbe in discussione la libera circolazione delle persone, e finalmente potrebbe essere contingentato il frontalierato».
I timori dei giovani
Sulle nuove generazioni si è invece concentrata Anastassiya Fellmann dei Giovani UDC, che ha ribadito che se i suoi coetanei lasciano il cantone «è perché mancano opportunità concrete, salari competitivi e prospettive professionali forti». In questo senso, l’iniziativa «rappresenta per noi giovani una speranza. Perché meno pressione migratoria significa meno pressione su affitti, salari, infrastrutture e più chance». Ad aderire al comitato, come detto, sono anche i Giovani PLR. Una scelta «difficile ma necessaria», l’ha definita il presidente Leonardo Ruinelli. «Per noi prendere posizione non è stato semplice, ma la questione non è scegliere tra apertura e chiusura. Il vero tema è capire se la crescita che la Svizzera sta vivendo sia ancora sostenibile nel lungo periodo». Per Ruinelli, infatti, «non serve essere allarmisti per vedere che qualcosa sta cambiando profondamente nella vita quotidiana delle persone». La Svizzera, ha ammesso, «ha beneficiato enormemente della sua apertura e l’immigrazione ha contribuito alla prosperità del Paese». Tuttavia, «sarebbe irresponsabile fingere che i sistemi sottoposti a una pressione crescente non incontrino difficoltà concrete». Un concetto ribadito pure da Didier Gaberell, vicecoordinatore dei Giovani leghisti, secondo il quale «si tratta di pensare ai nostri figli e ai nostri nipoti, chiedendoci quale Paese erediteranno». Negli ultimi vent’anni, ha proseguito, «la Svizzera è cresciuta in modo molto rapido, sproporzionato, e oggi viviamo pressioni crescenti». Essere sostenibili, ha quindi concluso, «non significa chiudersi al mondo o aver paura del cambiamento. Significa avere il coraggio di pianificare il futuro con equilibrio e buon senso».
