Il processo

Niente verdetto: «Il caso non è maturo, mancano elementi indispensabili»

Nel dibattimento a carico di un uomo accusato ditti sessuali e violenza carnale con fanciulli, «Il caso», ha argomentato Bordoli, «non è maturo: mancano elementi che la Corte ritiene indispensabili», i giudici hanno deciso di procedere a ulteriori interrogatori - L'accusa chiede 5 anni di carcere, la difesa il proscioglimento
©Chiara Zocchetti
Giacomo Butti
13.03.2026 20:39

Colpo di scena, o quasi, alle Assise criminali, dove il presidente della Corte Paolo Bordoli, affiancato dai giudici Emilie Mordasini e Luca Zorzi, ha deciso di rimandare il verdetto. «Il caso», ha argomentato Bordoli, «non è maturo: mancano elementi che la Corte ritiene indispensabili».

Troppi i dubbi, insomma, nel processo «indiziario», come definito dalla stessa procuratrice pubblica Anna Fumagalli, aperto questa mattina a Lugano. Sul banco degli imputati, un 32.enne straniero soggiornante nel Sopraceneri, accusato di atti sessuali con fanciulli, consumati e tentati, violenza carnale consumata e tentata, coazione sessuale, compiuta e tentata.

«Reati gravissimi»

«Ha messo a rischio lo sviluppo della vittima, mettendola a contatto prematuramente con la sfera sessuale, quando ancora non aveva strumenti per comprenderla o elaborarla senza traumi. Ha capito che aveva dinanzi a sé una persona ingenua e fragile, dipendente dai dispositivi elettronici. Due fattori che gli hanno permesso di attirarla facilmente nel suo appartamento per servirsi del suo corpo», ha argomentato la pp nella requisitoria. Presunta vittima una 15.enne, per una serie di difficoltà personali in cura in un centro ticinese, che l’uomo ha incontrato, su un treno, una sera d’estate dello scorso anno. Scambiate alcune parole con lei e fatta la sua conoscenza, questa la versione presentata dall’accusa, l’imputato l’avrebbe convinta a seguirlo a casa sua, dove le avrebbe permesso di utilizzare un suo tablet (la giovane voleva mettersi in contatto con alcuni conoscenti all’estero), prima di tentare di abusare di lei. Secondo la ricostruzione fornita dalla pp e basata sulle dichiarazioni «logiche, credibili, coerenti» della 15.enne, quest’ultima solo dopo aver respinto a parole e fisicamente l’uomo, che già aveva iniziato la violenza sessuale, sarebbe riuscita a fuggire per strada chiedendo aiuto. Atti insomma, ha sostenuto l’accusa, «tra i più gravi che conosce il nostro ordinamento giuridico perché, quando commessi, comportano danni indelebili, e problemi psichici rilevanti».

Nel corso delle indagini, ha continuato Fumagalli, l’uomo ha fornito versioni discordanti della storia, «riducendo la propria credibilità a zero». Di qui, considerata la situazione personale del 32.enne (incensurato) la richiesta di una pena detentiva di cinque anni e l’espulsione dal territorio svizzero per altri cinque, oltre all’interdizione a vita di qualsiasi attività implicante contatti con minorenni e, per cinque anni, di mettersi in contatto direttamente o indirettamente con la vittima, così come di avvicinarsi a lei o alla sua abitazione.

«Voleva aiutarla»

Costretto a lasciare il suo Paese perché dissidente, l’imputato ha spiegato in fase di dibattimento di soffrire di disturbo da stress post-traumatico e di seguire un percorso psicologico. Sulla sua domanda d’asilo, respinta in prima istanza dalla SEM, pende un ricorso. Proprio i suoi medici curanti, ha argomentato nell’arringa la patrocinatrice dell’uomo, l’avvocata Maricia Dazzi, «non lo hanno descritto come una persona capace di fare qualcosa del genere». Giudicato dalla difesa come «estremamente collaborativo» nel corso delle indagini, l’uomo «ha sì cambiato versione dei fatti, ma a sole due ore dal primo interrogatorio e non a fronte di prove contrarie». Trattasi insomma di un ripensamento, ha argomentato Dazzi, dovuto a una sua iniziale diffidenza, radicata nelle esperienze negative con le autorità del suo Paese, piuttosto che a un tentativo di sviare le indagini. «Dopo aver ritrattato, non si è più mosso dalle sue posizioni, fornendo una versione dei fatti corroborata» da quanto emerso dalle indagini.

«Le serviva aiuto e gliel’ha fornito perché, in fuga dal suo Paese, conosce le difficoltà» di non poter comunicare con i propri cari, ha argomentato la difesa. Pur non negando di aver avuto intenzione di compiere, con la giovane, un rapporto sessuale completo, l’uomo ha affermato di non aver avuto indizi di trovarsi di fronte a una minorenne, e anzi di averla lasciata immediatamente andare una volta che questa aveva espresso - dopo i primi atti sessuali dell’uomo (non contestati) - la propria contrarietà. Evidenziando alcune incongruenze nei resoconti della vittima, la legale ha invitato la Corte «in assenza di prove oltre ogni ragionevole dubbio» a decidere in dubio pro reo, chiedendo il proscioglimento dalle accuse, subordinatamente il riconoscimento di atti sessuali con fanciulli per negligenza, con pena massima di sei mesi interamente sospesa, e in caso di pena più severa la valutazione del caso di rigore per evitare l’automatica espulsione dal Paese.

Tutto rimandato

Di fronte a queste due versioni dei fatti, la Corte ha deciso, sostanzialmente, di non decidere. Nessun dispositivo: troppe le incongruenze da sciogliere. Per questa ragione, verrà dato altro tempo per il completamento della raccolta di prove: la Polizia cantonale, ha deciso la Corte presieduta dal giudice Bordoli, avrà tempo fino al 20 aprile per interrogare i testimoni (passanti che hanno visto i due, dalla fermata del treno, raggiungere l’appartamento, e poi la giovane, più tardi, lasciare la casa e chiamare la polizia) e i vicini di casa (tra i dubbi espressi dalla difesa, come mai questi non abbiano confermato di aver udito le urla durante la fuga della giovane). Tutto rimandato, insomma.