«No, la forza del perdono non cancella il bisogno di giustizia»

Per la prima volta dal 1965, ieri, un Papa ha portato la croce, personalmente, in tutte le stazioni della Via Crucis. «Cristo ancora soffre, e porto tutte queste sofferenze anche io nelle mie preghiere». Ne abbiamo parlato con monsignor de Raemy.
Papa Leone XIV, ieri sera, ha voluto portare la croce nella Via Crucis del Venerdì Santo a Roma. Lo ha fatto in tutte le stazioni. Qual è il messaggio da accogliere?
«Credo questo gesto lo identifichi al Cristo Gesù, essendo lui successore di Pietro, l’apostolo al quale proprio Gesù ha chiesto più amore, per confermare gli altri nella loro propria fiducia. Ma anche a Simone di Cirene, quel passante proveniente dalla campagna, costretto dai romani ad aiutare Gesù a portare la croce durante la salita alla crocifissione. Come lui, Papa Leone non ha scelto la sua missione, è stato “preso in disparte”. Gesù era appena stato flagellato, torturato. Il Papa, portando la croce, esprime quanto Gesù condivida tutte le sofferenze, tutte le difficoltà che hanno oggi gli uomini. E questa diventa una consolazione, che è tutto fuorché palliativa. Perché la fede stessa porta una forza nella sofferenza. Il successore di Pietro che porta la croce è il Pietro che ha imparato dalla risurrezione, non è il Pietro di prima, che nel momento chiave è sparito, fuggito. È un segno molto forte, sì».
In che modo la sofferenza raccontata nella Via Crucis può aiutare a leggere le sofferenze di oggi?
«Le pagine del Vangelo che raccontano la Passione e la sofferenza sono le pagine più importanti. Il fermo di Gesù, l’ingiusta condanna, la tortura, le sofferenze inflittegli prima di portare la croce: tutto viene raccontato nel dettaglio. È per ricordarci che se c’è qualcuno che entra nella nostra sofferenza e la capisce, quello è proprio Dio. Non esiste una sofferenza lontana da Dio. È questo il messaggio sorprendente, anche paradossale. Ma quando una persona soffre, allora è vicinissima a Dio. Noi viviamo, al contrario, per raggiungere quello stato che, prendendo in prestito l’immaginario di un’altra religione, tendiamo a chiamare Nirvana: stare bene per trovarsi bene. Nella fede cristiana, Dio entra nella sofferenza per amore degli altri, per condivisione, accettandone i rischi. Come negli incendi, nelle catastrofi, venire in aiuto è anche un rischio, ma è espressione della più grande nobilità dell’essere umano, quando per essere davvero vicino a qualcuno, per amare, non tiene conto della possibile sofferenza».
La Pasqua è anche un invito al perdono: come si può parlare di perdono senza banalizzarlo?
«Il perdono è l’opposto della vendetta. Rende possibile uscire dal circolo vizioso dell’odio. È l’unica via d’uscita, è una liberazione anche per chi perdona. Se colui che rimprovera la tua malvagità, che ne ha sofferto tanto e ne soffre ancora, è anche colui che vuole aiutarti a uscire, con le armi pacifiche della giustizia, dal tuo malessere, questo non lascia indifferente. Anzi fa risentire ancora più profondamente la propria responsabilità, con un dolore che porta però con sé anche la più profonda consolazione. Non è mai immediato. Non succede da solo. È una strada da percorrere in due».
Nel 1917, Benedetto XV rifiutò di benedire gli eserciti, definì la guerra «un’inutile strage». Oggi Papa Leone XIV dice che Dio non ascolta la preghiera dei guerrafondai dalle mani sporche di sangue. Sono messaggi politici molto forti, che non entrano in contraddizione con il significato del perdono.
«Assolutamente. La forza del perdono non cancella il bisogno di giustizia. E tutti abbiamo bisogno, per essere felici, di venire purificati. Dobbiamo liberarci della cattiveria, di quell’egoismo che magari ci sembra l’unica strada verso la felicità, dobbiamo vedere oltre. Dio non ascolta la preghiera di chi ha le mani sporche di sangue e di chi vuole la guerra senza pentimento. E non c’è alcuna contraddizione, qui, rispetto al concetto di perdono, no. La violenza della guerra e il desiderio di vendetta non vanno certo nel senso di Dio, e le preghiere diventano, così, vuote. L’unica cristiana preghiera di chi si trova in guerra chiede a Dio la via della pace».
D’altronde lo stesso «Francesco d’Assisi ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto». Il Papa ha voluto affidare a padre Francesco Patton - le parole citate sono sue - già custode di Terra Santa, la redazione delle meditazioni che hanno accompagnato, ieri, la Via Crucis del Venerdì Santo. Nell’introduzione, Patton ha scritto: «Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni. La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale».
«Per noi è molto difficile immaginare una situazione come quella venutasi a creare in Medio Oriente, in Paesi in cui, da un giorno all’altro, ti viene tolto tutto. Magari con un drone che fa esplodere la tua casa, o magari da guerriglieri che prendono possesso delle tue terre, considerandole semplicemente un loro diritto. In Svizzera, dove il diritto solitamente viene rispettato, non possiamo immaginarlo. Dunque, ci fa bene sentire che la Chiesa è vicina anche a chi non ha casa, a chi non ha nulla al di fuori della guerra. Sento vicine anche le parole del cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, confrontato quotidianamente a quelle situazioni e capace di reagire nel modo più cristiano possibile, dando aiuto e un tetto a chi ne ha bisogno, facendo sentire la propria presenza a chi non ha nessuno e niente. E ci sono altre situazioni, altre realtà, di cui purtroppo non si parla abbastanza. Basti pensare al Sudan, che pure vive una catastrofe umanitaria. Lì la Chiesa è meno conosciuta, non ha la stessa autorità. La Terra Santa è conosciuta, è vissuta - in altri momenti - anche dai pellegrini. La Santa Sede agisce, con i suoi ambasciatori - i nunzi -, i quali hanno sovente un grande vantaggio: non si devono accontentare di parlare con qualche ambasciatore, perché possono avere un contatto con le popolazioni cattoliche, con la vita reale, con la Chiesa locale. Non sono estranei».
Parlando con il nostro corrispondente da Gerusalemme, ci ha fatto capire - dopo i fatti della Domenica delle Palme - che riunirsi in preghiera a Gerusalemme non è complicato, oggi, solo per i cristiani, ma per tutti i fedeli di ogni credo e religione. Ci fa riflettere sull’importanza di pregare in comunità.
«Immaginiamo la vita di una famiglia. Quando un individuo ha un papà, una mamma, fratelli e sorelle, cugini, ritrovarsi di tanto in tanto è necessario, proprio per sentirsi vicini gli uni agli altri, parte di qualcosa che ha un senso intimo che accomuna. Lo stesso può valere per la fede: si condivide una fede, una stessa speranza, ed è un bene condividerle, stare insieme per celebrarle. La vita di fede è la vita di un popolo. La Bibbia è l’avventura di un popolo, che sta insieme, che prega insieme. Anche perché poi, da soli, possiamo fare ben poco. Non potremmo essere presenti gli uni per gli altri, non in quanto individui, ma in quanto comunità».
In che modo la Pasqua può diventare occasione di dialogo interreligioso?
«Vivendola davvero in modo cristiano, iniziando con il comprendere bene il senso della Via Crucis, della risposta di Gesù alla violenza, attraverso una proposta di bene, e non con altra violenza. E allora l’unica strada è quella di un pacifismo attivo. Il termine “pacifismo” suona male, me ne rendo conto, perché fa pensare al debole che lascia fare tutto al forte. No, io penso a un pacifismo attivo, in cui è la forza dell’amore, dell’amore che ti fa chiedere: “Perché mi hai fatto questo? Perché mi hai colpito e ferito e umiliato?”. Gesù chiede: “Che cosa ho fatto di male”. È un interrogare la cattiveria, ma senza rispondere con gli stessi mezzi, senza cadere nella trappola del male e della vendetta».
Come può la Chiesa, a Lugano, tradurre concretamente il messaggio pasquale in azioni di solidarietà verso chi soffre, anche a causa delle guerre?
«Solidarietà e accoglienza sono due elementi che fanno parte quotidianamente delle nostre attività. Ogni volta che il cristiano festeggia, non lo fa mai senza pensare a chi non ha le stesse possibilità di sentirsi altrettanto bene. In questo senso, ci sono varie azioni di solidarietà programmate, dai pasti poveri che si fanno durante la Quaresima ad altri momenti di condivisione, a cui tutti possono partecipare. E poi si fanno raccolte di viveri per chi ha meno, e tanto altro ancora, e non solo a Pasqua».
Posso chiederle che senso aveva per lei, da bambino, la Pasqua?
«Devo ammettere di avere maggiori ricordi legati al Natale, mentre della Pasqua ricordo le uova, i coniglietti, nascosti nell’appartamento a Barcellona o nel giardino della nonna in Svizzera. È bizzarro che la Pasqua, nel nostro immaginario, non abbia la forza del Natale (riflette, ndr). Purtroppo è così, e dico purtroppo perché di per sé la nostra fede è fondata sull’evento della risurrezione, della Passione».
Come se lo spiega?
«Il Venerdì Santo e la domenica di Pasqua sono molto vissute, e anche in chiesa partecipa tanta gente. Stranamente, invece, la veglia pasquale - che sarebbe la celebrazione più importante dell’anno - è meno partecipata. A dirla tutta, non ovunque il Natale è al “primo posto”. Nella Spagna più profonda - non certo a Barcellona, quindi - e in Italia ci sono tradizioni più sentite, legate alla Pasqua. Ricordo una vacanza da piccolo, questa sì, dalle parti di Siviglia, dove ci imbattemmo, con la mia famiglia, in una processione di parrocchia. C’era il crocifisso, la statua della Madonna, e si cantava, e ci si fermava davanti alle case del paesino, non appena un abitante lo chiedeva per cantare la propria supplica a Dio. In Ticino abbiamo le processioni, e mercoledì sono stato alla manifestazione della Passione di Coldrerio. Sono tradizioni che ci sembrano ormai più culturali, che non religiose, ma in cui il contenuto è quello della fede, ma anche della condivisione della popolazione. E per questo sono valori da coltivare».
