Non ci fu violenza carnale, ma minacce e botte sì

«La Corte non ha raggiunto l’intimo convincimento che i fatti siano effettivamente avvenuti così come decritti nell’atto d’accusa». In virtù del principio «in dubio pro reo», il 30.enne a processo da martedì per aver costretto la moglie a subire pratiche sessuali violente è stato prosciolto dai principali capi d’imputazione, ovvero quelli di violenza carnale e di coazione sessuale. L’uomo è per contro stato riconosciuto colpevole di lesioni semplici qualificate, vie di fatto e minacce, reati che il 30.enne ha sempre ammesso. Da qui la condanna a 18 mesi di reclusione a fronte dei sette anni chiesti in requisitoria dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni. La pena è superiore di sei mesi rispetto a quanto auspicato dall'avvocata Luisa Polli, la quale si era battuta affinché il suo assistito fosse scarcerato al termine del dibattimento, tenuto conto dell'anno già trascorso in carcere. La vicenda giudiziaria con al centro una relazione di coppia deteriorata non si conclude però qui. La rappresentante della pubblica accusa ha infatti già annunciato l’intenzione di presentare dichiarazione d’appello contro la sentenze emessa nel pomeriggio dalla Corte delle Assise criminali presieduta dalla giudice Monica Sartori-Lombardi.
Assenza di testimoni diretti
Sentenza alla quale la Corte, ha spiegato la presidente, giudice Monica Sartori-Lombardi (giudici a latere Emilie Mordasini e Giovanna Canepa Meuli), è giunta dopo aver compiuto un’approfondita valutazione sull’attendibilità delle opposte versioni fornite dall’imputato e da sua moglie. E questo in quanto - come peraltro avviene in tutti i processi indiziari - non vi sono testimoni diretti di quanto accaduto all’interno di una relazione coniugale comunque contraddistinta da frequenti litigi e violenze fisiche sulle quali le versioni fornite da marito e moglie convergono. Diverso il discorso per quel che riguarda le violenze sessuali che la donna ha denunciato di aver subito fin dall’inizio della loro relazione. «Dalla documentazione medica agli atti - ha argomentato ancora la presidente della Corte - non è emersa alcuna lesione che possa far ritenere che i rapporti sessuali non fossero consenzienti».
Una questione di credibilità
In assenza, come detto, di testimoni diretti di quanto accaduto tra le mura domestiche sia nel Locarnese, sia nel Mendrisiotto (le due regioni nelle quali la coppia ha vissuto tra il 2023 ed il 2025), la Corte ha dovuto valutare le versioni diametralmente opposte dei fatti rese dal 30.enne e da sua moglie, di cinque anni più giovane. «L’imputato è stato costante nel professarsi innocente. Ha sempre negato di aver imposto alla moglie delle pratiche sessuali che lei non voleva», ha evidenziato la giudice Monica Sartori-Lombardi. Il racconto della donna, secondo la Corte, non è invece apparso sufficientemente lineare, dettagliato e preciso per quanto attiene alla collocazione nel tempo e alla frequenza degli episodi descritti nell’atto d’accusa. E lo stesso dicasi per le modalità con le quali la donna avrebbe espresso al marito il suo rifiuto a subire pratiche sessuali particolari. Insomma, la versione dell’imputato è stata giudicata più credibile rispetto a quella di sua moglie. Alla Corte non è pertanto restato che prosciogliere il 30.enne dai reati di violenza carnale e coazione sessuale. Proscioglimento per il quale si era battuta la patrocinatrice del 30.enne, avvocata Luisa Polli, insistendo sulle contraddizioni emerse dalle diverse dichiarazioni rese dalla vittima nel descrivere le violenze sessuali che sarebbe stata costretta a subire, nonché sulla mancanza di riscontri oggettivi che potessero corroborare la tesi accusatoria. La legale aveva parlato di incongruenze e di oscillazioni nel tempo nel racconto della donna, fino a insinuare il dubbio che i fatti al centro del processo potessero esser stati enfatizzati. Sull’altro fronte, la pp Valentina Tuoni aveva sostenuto che erano le dichiarazioni della vittima ad essere lineari, costanti, univoche. Non certo quelle dell’imputato, che secondo la rappresentante della pubblica accusa avrebbe negato ogni evidenza.
Alla fine, la Corte ha fatto propria la tesi difensiva, giudicando colpevole il 30.enne ma solo per gli schiaffi, i pugni ed i calci sferrati contro sua moglie. Oltre alla pena detentiva di 18 mesi da espiare, l’uomo è stato condannato a seguire un percorso ambulatoriale psicoterapeutico. Alla consorte dovrà inoltre versare 2 mila franchi a titolo di risarcimento del torto morale subìto.
