L'intervista

«Non mi metto sul piedistallo, niente avversari, solo interlocutori»

Abbiamo incontrato Fabio Schnellmann, il presidente del Gran Consiglio che ha donato una tavoletta di cioccolato ai colleghi per iniziare dolcemente l’astiosa sessione di dicembre
©CdT/ Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
07.01.2026 06:00

Possiamo parlare di un presidente gentleman, che non perde la pazienza e che non entra in conflitto con nessuno. Abbiamo incontrato Fabio Schnellmann, il presidente del Gran Consiglio che ha donato una tavoletta di cioccolato ai colleghi per iniziare dolcemente l’astiosa sessione di dicembre. Il suo impegno professionale a Lugano, il rapporto con i sindaci e i cittadini che incontra girando il Ticino. Una chiacchierata a tutto tondo con il liberale radicale benvoluto anche dalla base leghista.

Potrei descriverla come «il presidente più dolce del Gran Consiglio». Per i suoi metodi soft, semplici, mai astiosi e per la tavoletta di cioccolato regalata a tutti i parlamentari all’inizio dell’ultima sessione. Quale il senso di quell’omaggio particolare?
«In Parlamento vi è spesso un dibattito acceso dove il presidente, mi sia concesso il paragone, funge da arbitro. Trovare il consenso autorevole ma mai autoritario è un mio compito. Se tutto, in questi primi sette mesi, è andato bene lo devo a tutti i deputati e ai servizi e mi sembrava simpatico, in vista del Natale, omaggiarli con una semplice tavoletta di cioccolato».

In quei giorni, anche se non in maniera convinta, è stato dato il via al Preventivo 2026. Poteva andare peggio?
«Sì, poteva andare peggio ed è probabilmente da qui che nasce quel cauto ottimismo. L’approvazione del Preventivo 2026, pur tra ambiguità e mancanza di slancio, evita almeno lo stallo totale e tiene aperto uno spazio di manovra politica. La parte piena del bicchiere è proprio questa: la consapevolezza che c’è ancora margine per correggere la rotta soprattutto in vista del 2027 dove evidentemente l’esercizio dovrà essere più drastico».

La disciplina, una volta ancora, è rimasta fuori dall’aula. Innumerevoli i suoi richiami ad abbassare i decibel. Ma perché in Gran Consiglio non si riesce a stare zitti ascoltando chi parla?
«C’è secondo me un fattore strutturale: tempi lunghi, interventi percepiti come ripetitivi o poco incisivi danno spazio a commenti in sottofondo. Stare zitti ad ascoltare richiede disciplina, rispetto e la consapevolezza che anche l’intervento dell’altro conta. Finché l’aula non tornerà a sentirsi tale i decibel non caleranno».

Zali ai deputati UDC ha detto: «Siete nulli». Lei non si è chiesto se avrebbe dovuto richiamare il consigliere di Stato?
«Mi piace essere sincero. Immediatamente no anche perché, proprio il giorno prima avevo detto in Parlamento che ognuno è responsabile per ciò che dice e che eventualmente proietta. Mi interrogo però spesso sul corretto equilibrio tra la libertà di espressione nel dibattito politico e il rispetto dovuto alle persone e alle istituzioni. È sempre difficile stabilire l’asticella del politicamente corretto o scorretto, il mio obiettivo resta quello di garantire un confronto fermo ma rispettoso e in quel momento, come detto, ho ravvisato certamente toni forti ma non tali da dover richiamare il consigliere di Stato».

Lei rappresenta l’istituzione. Ma la sua capacità di farlo con naturalezza, senza darsi troppe arie, sembra aver generato un rapporto tra pari. Un suo collega, non PLR, mi ha detto: «con Fabio fila sempre tutto liscio perché è uno di noi». Come commenta?
«Lo prendo come un complimento, ma anche come una responsabilità. Rappresentare l’istituzione non significa mettersi su un piedistallo: significa farla funzionare, garantire le regole e creare le condizioni perché tutti possano esprimersi. Se questo avviene poi con naturalezza, tanto meglio».

«Vorrei che tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica, mettessimo al primo posto le esigenze e le necessità dei ticinesi, senza lungaggini o liti». Sono sue parole. Ma ci crede?
«Queste mie parole sono da considerare come auspicio o meglio ancora come una direzione. Una sorta di promemoria su cosa dovrebbe venire prima del gioco dei partiti, ossia i problemi concreti dei ticinesi. Poi certo, tra il dire e il fare ci sono i tempi, gli interessi, le strategie e anche gli ego. Ma rinunciare a dirlo significherebbe rassegnarsi e questo non fa per me».

Immancabile all’inizio di ogni sessione il suo grazie ai servizi del Parlamento. Un piccolo, ma grande gesto. Cosa vuole aggiungere?
«I servizi fanno un enorme lavoro, talvolta nell’ombra ma estremamente importante. I temi sono variegati e complessi e buona parte di essi sono di natura giuridica. Poter contare, spesso in tempi brevi, su un sostegno in questo senso è per me importante».

Da qualche settimana è al beneficio della pensione. Farà più o meno politica?
«La pensione regala una cosa preziosa: il tempo. E il tempo, per chi fa politica, può voler dire più disponibilità, ma anche più libertà di scelta. Oggi non vivo questo passaggio come un “via libera” automatico a fare più politica. Porterò a termine questa legislatura con lo stesso impegno di sempre poi a livello cantonale calerà il sipario».

La sua storia politica è particolare: funzionario della città di Lugano ma senza ostacoli nel dedicarsi alla politica. I maligni sostengono che la pozione magica si chiama PLR. Condivide?
«Sorrido, perché le semplificazioni piacciono sempre. Ma la realtà è molto meno «magica» e molto più semplice. Ho sempre rispettato le regole, separato i ruoli e lavorato con trasparenza. Essere funzionario pubblico e fare politica non è un’anomalia, finché si tengono ben distinti i ruoli. Negli anni poi il PLR non è più stato il partito di maggioranza a Lugano ma di ostacoli non ne ho mai comunque trovati».

Diciamo una bella cosa: sulla bacheca Facebook ha salutato e ringraziato tutti i suoi sindaci: Ferruccio Pelli, Giorgio Giudici, Marco Borradori e Michele Foletti. Non le chiedo il più apprezzato (migliore) ma un paio di aneddoti.
«Premetto che sono stati, Foletti lo è tuttora, sindaci straordinari. Ognuno, con il suo carisma e con le sue competenze, ha dato tantissimo alla crescita di Lugano. Se posso riassumere in breve direi che di Pelli ricordo il rigore istituzionale, di Giudici una visione ampia e chiara sulla Lugano del futuro, di Borradori la sua umanità e la sua presenza mentre apprezzo molto dell’attuale sindaco le competenze su tutti i dossier e la sua collegialità».

C’è una verità storica: Fabio Schnellmann ha sempre raccolto consensi trasversalmente, in particolare nella Lega. Come lo spiega?
«Bella domanda: non ho mai trattato nessun leghista, ma neppure di altri partiti, come un avversario “da battere”, ma eventualmente come un interlocutore con cui lavorare. Se questo ha portato consenso anche nella Lega, non lo leggo come un’anomalia, ma come la prova che, quando il metodo è credibile, i confini di partito diventano meno rigidi di quanto si pensi».

Una delle domande classiche d’inizio anno al presidente è: negli scorsi mesi è stato in giro per il Ticino. Incontrare la popolazione è ancora un’abitudine o è ormai sorpassata?
«Resta sempre un momento importante. Visitare il territorio, ascoltare le persone e confrontarsi direttamente con loro permette di capire meglio le esigenze reali del Cantone e di rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. È un’abitudine che non solo non è superata, ma che oggi è forse più importante che mai. Questo scambio è stato prezioso perché permette di portare nelle decisioni politiche una conoscenza più diretta del territorio e rafforza il dialogo tra cittadini e istituzioni».

Negli ultimi 15-18 mesi la politica è stata contrassegnata dai «casi. Invenzione giornalistica o preoccupante deriva politico-istituzionale?
«Direi ne uno ne l’altro. Negli ultimi mesi si sono certamente verificati episodi che hanno attirato molta attenzione mediatica e suscitato discussioni anche accese. È comprensibile, ma non parlerei di una deriva politico-istituzionale. Le istituzioni ticinesi hanno dimostrato di disporre degli strumenti necessari per affrontare situazioni complesse, fare chiarezza e correggere eventuali criticità e sarà così anche per questi casi. Ad ognuno i suoi ruoli ma sono convinto che la popolazione di questo Cantone ha altre preoccupazioni».

Dal profilo personale com’è stato il 2025?
«Certamente un anno intenso che ha segnato capitoli importanti nella mia vita; presidenza appunto del Parlamento e pensionamento professionale. Un mix di emozioni forti e ricordi indelebili che porterò sempre con me gestiti con un supporto forte della famiglia».

Gettiamo lo sguardo al 2026 appena iniziato. Quali sono i buoni propositi dell’uomo che c’è in lei?
«Come uomo, anche se non più giovanissimo, vorrei continuare a mettermi in discussione e a crescere anche sul piano umano. Così facendo credo sia il modo migliore per affrontare l’anno che verrà.

A giorni di distanza non si placano la commozione, il lutto e la rabbia per la strage di Crans Montana. Cosa si sente di dire da uomo e da presidente del Parlamento ticinese?
«Da uomo, prima ancora che da presidente del Parlamento, provo un dolore profondo e una commozione sincera per le vittime e per le loro famiglie. Di fronte a una tragedia così assurda ci si sente fragili, increduli e feriti. Da presidente del Gran Consiglio sento però anche il dovere della responsabilità e sento purtroppo il dovere di interrogarmi sulle responsabilità e sulla regolarità della struttura che da locale che doveva essere di festa di è trasformato in una vera e propria trappola mortale».