Frontalieri

Non si placa la fuga di infermieri italiani oltre confine: «In Ticino guadagnano il 250% in più»

Senza la cosiddetta «tassa sulla salute» dei vecchi frontalieri mancano i soldi per cercare di trattenere gli operatori sanitari negli ospedali delle province di confine: il provvedimento è osteggiato dai lavoratori, ma pure dai sindacati e dal Ticino stesso
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Michele Montanari
28.07.2026 09:00

«La coperta è corta e le sirene svizzere rischiano di essere ancora molto forti». L’allarme sulla fuga oltre confine di medici e infermieri italiani questa volta arriva dalla Prealpina. Una problematica, per le province di confine, che sembra non aver fine, nonostante i tentativi di Regione Lombardia e del Governo italiano di porvi rimedio.

Con la cosiddetta «tassa sulla salute» dei frontalieri ancora in standby, il quotidiano varesino parla di un «aggiornamento importante». Il «bonus di confine», ovvero i benefit destinati agli operatori del settore sanitario che scelgono l’Italia al posto della Svizzera, sembrerebbe essere a rischio «perché mancano i soldi, ossia le coperture finanziarie per sostenere questa sorta di indennità che dovrebbe frenare l’esodo del nostro personale oltre confine». Il provvedimento dovrebbe diventare operativo a settembre, ma «senza i fondi derivanti dai vecchi frontalieri (al centro delle recenti tensioni e attriti politici con il Ticino) mancano le coperture». Si stima che solamente nel Comasco servano oltre 7,3 milioni di euro all’anno per garantire la cosiddetta «indennità di confine» a circa 2 mila operatori sanitari. Complessivamente, tra Como, Varese e Sondrio, il provvedimento interesserebbe circa 7 mila tra infermieri e medici.

Stipendi più alti del 250%

Secondo le stime del sindacato Nursing Up, in Svizzera i salari degli infermieri sono pari a 7.200 euro al mese, in media: ossia il 250% in più rispetto all’Italia, dove gli stipendi si aggirano intorno ai 2 mila euro al mese. La «tassa sulla salute» è osteggiata dagli stessi frontalieri, dai sindacati italiani, ma pure dalle istituzioni ticinesi, che nelle scorse settimane hanno bloccato una parte dei ristorni destinati ai Comuni di frontiera. Mossa politica, questa, che ha portato a una rottura tra il Consiglio di Stato e il Governo federale.

Secondo l’assessore regionale agli Enti locali della Lombardia, Massimo Sertori, il provvedimento dovrebbe garantire a medici e infermieri un «aumento di stipendio del 20%, quantificabile rispettivamente in circa 10 mila euro e 5.400 euro all’anno». Per Sertori, la misura rappresenta «un incentivo finalizzato a trattenere in Lombardia gli operatori della sanità, evitando che si trasferiscano in Svizzera: dunque parliamo di una misura che ha l'obiettivo di garantire e rafforzare i servizi socio-sanitari nelle zone di frontiera, dove è forte l'attrattiva degli stipendi elvetici. L'aumento sarà finanziato con un contributo dei ''vecchi' frontalieri", i quali concorreranno con il 3% della paga netta. In sostanza, a fronte di uno stipendio netto mensile di 4.000 euro, il contributo sarà di 120 euro: risorse che aiuteranno a garantire per sé e per la propria famiglia l'assistenza sanitaria sul territorio».

Un bonus, questo, che verrebbe quindi finanziato tramite prelievi fiscali sui lavoratori che da tempo attraversano la frontiera. Ovviamente, i «vecchi frontalieri» si oppongono a ciò, così come i sindacati, che vedono nella misura una disparità di trattamento e un peso sulle spalle di chi si reca ogni giorno in Ticino. Secondo i sindacati, il bonus garantito ai dipendenti degli ospedali di confine genererebbe poi una disparità salariale rispetto agli operatori sanitari attivi negli ospedali pubblici delle altre province lombarde.

Senza la «tassa sulla salute», la situazione non sembra quindi destinata a cambiare. La Svizzera resterà un fortissimo attrattore per gli operatori sanitari lombardi, mentre gli ospedali delle regioni di confine dovranno fare i conti con la cronica carenza di personale. La segretaria provinciale e regionale di Nursing Up, Monica Trombetta, ha spiegato alla Provincia di Como che, ad oggi, non ci sono i fondi e senza i finanziamenti «a settembre l’indennità non arriverà».

Viola l'accordo tra Italia e Svizzera

La cosiddetta «tassa sulla salute» è stata introdotta dal Governo italiano con la legge di bilancio del 2024, ma non è mai stata applicata. In una nota congiunta diffusa lo scorso giugno dai sindacati, in relazione al parere commissionato dal Canton Ticino a un docente dell’Università di Friburgo, l'introduzione di una imposta viola il trattato internazionale del 2020 tra Italia e Svizzera.

Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, il provvedimento italiano costituisce una restrizione alla libera circolazione, in quanto si tratta di una misura volta a rendere meno attrattivo l’esercizio di un’attività lavorativa in un altro Stato. La cosiddetta «tassa sulla salute», dunque,  «appare precisamente produrre tale effetto, poiché grava esclusivamente o prevalentemente sui frontalieri che lavorano in Svizzera, riducendone il reddito netto e introducendo un trattamento economicamente sfavorevole rispetto a situazioni interne comparabili».

La mossa del Ticino

Dopo mesi di minacce e riunioni, il Consiglio di Stato a fine giugno ha bloccato a titolo cautelativo circa metà dei ristorni che il Ticino versa ogni anno all’Italia. Si parla di circa 50 milioni di franchi che verranno congelati finché Regione Lombardia non archivierà la questione sul prelievo fiscale del 3% sui «vecchi frontalieri».

La mossa ticinese ha causato inevitabili frizioni con il Consiglio federale, in particolare con la «ministra» Karin Keller-Sutter. Bellinzona, infatti, giudica la misura lombarda come una doppia imposizione,  dunque lesiva dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Berna, invece, ritiene che sia facoltà di Roma introdurre una tassa di questa natura, e che, al contrario, sarebbe proprio il blocco dei ristorni deciso all'unanimità dal Governo ticinese a costituire una violazione dell’accordo tra Svizzera e Italia. 

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