Paride Pelli: «Orgoglioso del mio percorso e della squadra che lascio»

Dopo trent’anni al Corriere del Ticino, di cui gli ultimi sei alla guida della testata, il direttore Paride Pelli si prepara a lasciare il giornale. Una scelta maturata senza traumi né strappi, ma con la consapevolezza che un ciclo si è chiuso e che, a cinquant’anni, è arrivato il momento di recuperare spazio per sé e per nuovi progetti. Nell’intervista racconta le ragioni della sua decisione, i profondi cambiamenti che hanno attraversato il giornalismo, le sfide poste dai social e dall’intelligenza artificiale e ciò che, invece, non dovrebbe mai cambiare: la necessità di verificare, capire e raccontare i fatti con rigore. Ma guarda anche al futuro, tra l’arte, il nuovo spazio espositivo Arte50 e possibili nuove esperienze professionali. Con una certezza: il futuro, per lui, comincia dal presente.
Direttore, iniziamo dal passato o dal futuro?
«Dal presente».
Togliamoci subito il dente, allora. Come hai maturato la decisione di lasciare il giornale?
«È una decisione maturata nel tempo, senza traumi e senza strappi. Dopo trent’anni al Corriere del Ticino, di cui sei come direttore responsabile, ho sentito che si stava chiudendo un ciclo straordinario, che mi ha dato moltissimo e al quale credo di avere dato altrettanto in termini di passione, energia e impegno. Ne ho parlato subito con la proprietà, in particolare con il presidente Fabio Soldati, con il quale ho un rapporto di profonda stima, e abbiamo stabilito i tempi d’uscita. Tutto in modo molto naturale».
Lasci però a soli cinquant’anni.
«A un certo punto ho capito che era arrivato il momento di recuperare uno spazio per me stesso, per le mie passioni e, soprattutto, per far nascere nuovi progetti. Non lascio perché voglio fermarmi. Al contrario. Ma a cinquant’anni, in piena salute, voglio la libertà di scegliere cosa fare».
La responsabilità logora?
«Sì. Sarebbe poco sincero dire il contrario. La direzione di un giornale è un mestiere bellissimo, ma totalizzante: il giornale non si spegne mai. In questi sei anni abbiamo vissuto e raccontato cambiamenti profondi che hanno trasformato la nostra società: dal Covid alle guerre. Penso anche, sul piano locale, alla morte improvvisa di Marco Borradori e, più recentemente, alla tragedia di Crans-Montana, oltre alle profonde trasformazioni che interessano il nostro settore. Ma la responsabilità logora soprattutto quando viene meno l’entusiasmo. A me, fortunatamente, quello non è mai mancato».
Come è cambiato il modo di fare informazione? Trent’anni sono davvero tanti.
«Quando sono arrivato al Corriere come giovane collaboratore, nel 1996, il giornale era esclusivamente la carta. Oggi una redazione produce informazione ventiquattr’ore su ventiquattro, su piattaforme e con linguaggi diversi. È cambiato quasi tutto: i tempi, gli strumenti, il rapporto con i lettori, la velocità. Ma non dovrebbe essere cambiata la cosa più importante, ossia la necessità di verificare, capire e raccontare bene, approfondendo il più possibile».
Fare informazione oggi è diventato più complicato. Perché?
«Perché siamo passati dalla scarsità all’abbondanza. Trent’anni fa il problema era procurarsi le informazioni. Oggi ne siamo sommersi e dobbiamo capire quali notizie siano vere, quali false, quali importanti e quali meritino davvero l’attenzione del lettore. I social hanno accelerato enormemente questo processo e l’intelligenza artificiale rappresenta un’ulteriore trasformazione con la quale dobbiamo confrontarci senza paura, ma anche senza ingenuità. Il nostro valore non può più essere soltanto dare una notizia per primi. Deve essere aiutare il lettore a capire che cosa conta e perché».
In trent’anni hai visto la società, e il mondo, cambiare. C’è qualcosa che ti interroga maggiormente o ti preoccupa?
«Mi preoccupa la crescente difficoltà nel confrontarsi civilmente. Siamo molto più connessi, ma non necessariamente più capaci di dialogare. E mi preoccupa la perdita di fiducia nelle istituzioni, nella politica, nei media, perfino nella scienza. Per chi fa informazione è una responsabilità enorme. Non dobbiamo dire alle persone che cosa pensare. Dobbiamo dare loro gli strumenti migliori per poter pensare con la propria testa».
Che cosa non è cambiato, invece, in Ticino?
«La dimensione umana che considero preziosa. È un territorio nel quale le distanze sono brevi, non soltanto geograficamente. Le persone si incontrano, le istituzioni sono accessibili e un giornale mantiene un rapporto diretto con la propria comunità. Questo impone anche maggiore rigore nel distinguere i rapporti personali dal ruolo professionale. Siamo abbastanza piccoli per conoscerci e abbastanza aperti per guardare oltre i nostri confini. La sfida è non diventare provinciali».
Che cosa dovrebbe fare un giornale come il Corriere del Ticino per continuare a essere autorevole e rilevante anche per le nuove generazioni?
«Prima di tutto non inseguirle. I giovani capiscono immediatamente quando qualcuno cerca artificiosamente di parlare la loro lingua. Bisogna occuparsi dei temi che li riguardano, utilizzando nuovi linguaggi e nuove piattaforme, senza rinunciare alla propria identità. E soprattutto all’autorevolezza. In un mondo nel quale tutti producono contenuti, un giornale deve produrre fiducia. E avere opinioni: ho sempre pensato che un giornale debba essere indipendente, ma non neutrale. Deve avere il coraggio di prendere posizione nei commenti e negli editoriali, garantendo allo stesso tempo libertà e rigore nel racconto dei fatti. È il Corriere che ho cercato di dirigere: aperto, libero e indipendente».
Qual è la scelta di cui vai più fiero come direttore del CdT?
«La squadra. Senza esitazioni. Quando guardo oggi la redazione, la soddisfazione più grande è vedere quante persone sono cresciute, quanti giovani hanno trovato spazio e quanti giornalisti sono pronti ad assumersi nuove responsabilità. Sono inoltre particolarmente lieto che a guidare il Corriere sarà Gianni Righinetti. È stato per me un vicedirettore leale e prezioso e negli ultimi anni abbiamo lavorato a strettissimo contatto. Lascio una squadra davvero forte, capace di camminare con le proprie gambe. Ne vado orgoglioso, lo ammetto».
Quanto sono state importanti le esperienze precedenti, penso alle cronache, allo sport, al web o alla direzione di un settimanale come Ticino7?
«Sono state tutte fondamentali. In un certo senso sono diventato direttore facendo prima quasi tutti i mestieri del giornale. Ricordo benissimo il primo stage alla cronaca di Lugano nel 1996, l’accoglienza dell’allora direttore Sergio Caratti e soprattutto Mauro Maestrini, che mi prese per mano e mi insegnò il mestiere. Il mio primo articolo firmato fu sulla chiusura del lungolago di Lugano, ce l’ho ancora ritagliato su un quaderno dell’epoca. Non dormii dall’emozione nel leggere il mio nome sul giornale che avevamo sempre in casa. Poi lo sport, una palestra straordinaria che mi ha permesso di viaggiare e fare l’inviato in giro per il mondo, fino alle Olimpiadi di Londra del 2012 che hanno chiuso quella parentesi. Devo molto anche a Marcello Foa, che da amministratore delegato credette in me e mi affidò nuove responsabilità. Arrivarono il web, cdt.ch, Ticino7, TicinoNews. E poi, a fine 2018, la direzione della newsroom, nata grazie all’impulso decisivo dell’editore e del direttore generale Alessandro Colombi. Ma se devo scegliere un’immagine di quegli anni, sono io che arrivo al giornale e faccio gli scalini a due a due, perché non vedo l’ora di mettermi al lavoro. Ecco, quella smania non mi ha mai abbandonato».
Piccolo intermezzo. Le redazioni sono piene di aneddoti. Ce ne racconti uno?
«Ce ne sarebbero tantissimi. Ma uno mi fa ancora sorridere, anche se quella sera non rise proprio nessuno. Rammento che andai in rotativa sabato mentre stavano stampando la prima edizione de La Domenica. Volevo semplicemente prendere una copia appena uscita per controllare come fosse venuta. L’afferrai male, goffamente, e riuscii nell’impresa quasi impossibile di inceppare la nostra rotativa e bloccare la produzione. Gli operai dovettero fare i salti mortali per rimettere tutto in funzione e naturalmente accumulammo ritardo nella spedizione. Tutto per colpa mia. Diciamo che quella sera diedi un contributo molto personale alla produzione. Ne ricordo anche un altro, più divertente. Ricevetti al giornale l’allora ambasciatrice americana in Svizzera. Mi disse che veniva da Seattle e io, per rompere il ghiaccio, le raccontai quanto ammirassi la franchigia NBA dei Seattle Supersonics. Mi guardò sorpresa e divertita e mi fece notare che la squadra non esisteva più da oltre un decennio. Fu in quel momento che capii che forse avrei dovuto prepararmi un po’ meglio all’incontro».
Se invece guardiamo al tuo futuro c’è un ritorno, in chiave professionale, a un contesto umanistico e culturale nel quale, in realtà, sei cresciuto.
«L’arte, alla quale fai riferimento, non è un ritorno, perché non mi ha mai lasciato. Ci sono cresciuto dentro. Mio nonno Sergio Grandini era un illuminato collezionista d’arte moderna e mia madre Giuliana, raffinata scrittrice, aveva una profonda passione per tutto ciò che era cultura. Da circa vent’anni costruisco con cura la mia collezione personale di opere, soprattutto di moderno e contemporaneo, che oggi ha trovato una casa a Cureglia con Arte50, una vecchia filiale di banca che ho trasformato in spazio espositivo. Finora l’arte è stata soprattutto una dimensione privata della mia vita; adesso avrò il tempo per darle anche una dimensione più pubblica».
Dunque ti occuperai soprattutto di arte?
«L’arte avrà sicuramente uno spazio importante perché fa parte della mia vita. Con Arte50 intendo sviluppare ora un vero programma espositivo, dopo un’esperienza finora legata soprattutto alla mia collezione e al mecenatismo. La prima mostra è prevista a dicembre. Ma trovo che sarebbe un peccato non mettere a frutto trent’anni di esperienza nel giornalismo: conoscenza del territorio, relazioni, rapporti con le istituzioni, comunicazione, gestione di progetti e persone. Sto ascoltando alcune proposte di collaborazione e consulenza, ma solo a patto che mi stimolino e mi entusiasmino. Sono aperto a opportunità nelle quali abbia senso mettere la mia esperienza. E non escludo nemmeno che possa rimanere un rapporto con il Corriere del Ticino, naturalmente in una forma completamente diversa».
Anche nell’arte, come nel giornalismo, c’è l’idea di leggere e interpretare il mondo. Con altre lenti, però.
«Assolutamente sì. Il giornalismo prova a capire il presente attraverso i fatti, le persone, le parole. L’arte può farlo attraverso un’immagine, una materia, un gesto. Sono linguaggi diversi, ma entrambi possono costringerci a guardare la realtà da una prospettiva nuova. Per questo non vivo ciò che mi aspetta come una rottura. Cambieranno alcuni strumenti, di sicuro non la curiosità».
Che cosa ti mancherà di più del giornale?
«Innanzitutto i colleghi, la redazione come luogo di confronto, non soltanto professionale ma culturale. Una redazione è un posto particolare: ci si confronta, si discute, qualche volta si litiga, si ride. E inevitabilmente si cresce insieme. Mi mancheranno i piccoli riti quotidiani: le chiacchierate e i caffè con la mia fedele assistente e confidente Rosi e con Rossella, la nostra preziosa segretaria di redazione. E mi mancherà l’adrenalina della chiusura. Quel momento, poco prima di mezzanotte, in cui dai l’ultimo visto alla prima pagina e sai che il giornale può finalmente andare in stampa, possibilmente senza intoppi. Trent’anni non si cancellano d'altronde in un solo giorno. Anzi, non si cancelleranno mai».
Buona fortuna, direttore.
«Grazie. Ne servirà sempre un po’. Ma più che alla fortuna, continuo a credere nella curiosità, nell’entusiasmo e nella voglia di rimettersi in gioco. Il futuro, in fondo, comincia dal presente».
Le parole del presidente Fabio Soldati
«Paride Pelli ha lavorato per il giornale dal 1996, quando ancora studente è entrato a far parte della redazione di Lugano. Trent’anni non sono pochi. Grazie alla sua esperienza nei vari settori del giornale, ma soprattutto facendo parte della generazione che ha cominciato ad interagire nel mondo digitale, ha contribuito allo sviluppo dei portali CdT.ch e Ticinonews.ch. Con questa sua esperienza ad ampio spettro, e per le sue qualità umane riconosciute dai suoi colleghi, nel 2020, alla partenza del dir. Fabio Pontiggia, la nomina di direttore responsabile è parsa a tutti la logica conseguenza del suo impegno. La posizione di direttore di un giornale non è per nulla facile. Egli è sottoposto continuamente a pressioni da parte di partiti, personalità e spesso anche persone solo in cerca di notorietà mediatica. Paride ha saputo mantenere una continua attenzione allo scopo primo del giornale, ovvero un’informazione indipendente, basata sui principi fondamentali del nostro Stato di diritto. Ovvero notizie verificate e, quando necessario, una critica alle lacune che minano le basi della democrazia e libertà, ma sempre in modo staccato, autorevole e indipendente. Viviamo anche in un momento di cambiamenti enormi nel campo dei media. Sono mutate completamente le modalità nelle quali si trasmettono le informazioni. L’intelligenza artificiale è già un nuovo tsunami che rimette in discussione il lavoro dei giornalisti. Capiamo quindi il desiderio di Paride di dedicare più tempo alla sua grande passione. Ovvero l’arte, che pure richiede un grande impegno. Nella vita, la passione è il primo motore di ogni essere umano. Va quindi rispettata. Gli formuliamo pertanto i migliori auguri per il suo nuovo percorso, ritenuto che sappiamo di poter contare anche in futuro sul suo contributo al Gruppo del Corriere del Ticino. Grazie Paride».
