«Parole intollerabili per un consigliere comunale»

La Sinistra Unita condanna quanto scritto da Simone Merlini sui social media. Il consigliere comunale (ed ex municipale) del PLR di Locarno, raccontando un suo fatto personale, si è lasciato andare a una serie di insulti rivolti a un uomo che, dopo un diverbio con terzi, avrebbe «pensato bene di buttare a terra il mio scooter, provocando danni notevoli». Insulti, ha osservato appunto la Sinistra Unita ieri in un comunicato, «a sfondo xenofobo che non lasciano spazio all’immaginazione. Un atteggiamento discriminatorio, volgare e razzista, un modo di pensare che, se già pericoloso e riprovevole per un privato cittadino, lo è ancora di più per un rappresentante del Legislativo, ex capodicastero Sicurezza e che, in qualità di membro della Commissione della legislazione, partecipava alle audizioni dei naturalizzandi». La nota conclude evidenziando come «certi modi non sono compatibili non solo con i valori della Sinistra Unita, ma nemmeno con quelli delle altre forze politiche». Condannare gli atti vandalici e pretendere che i responsabili rispondano delle proprie azioni «è un principio imprescindibile», concede la Sinistra Unita. «Tuttavia, la legittima indignazione non può diventare il pretesto per generalizzare, colpire intere categorie sociali, alimentare pregiudizi o invocare misure sproporzionate come la revoca della cittadinanza e l’espulsione indiscriminata. In uno Stato di diritto le responsabilità sono individuali e le sanzioni devono fondarsi sui fatti, nel rispetto della legge e delle garanzie previste. La condizione economica e la provenienza di una persona non possono trasformarsi in elementi di sospetto o discriminazione. La collettività ha diritto al rispetto, alla sicurezza e al risarcimento dei danni, ma ha anche il dovere di difendere i principi di proporzionalità, uguaglianza e giustizia». La vera distinzione, conclude il comunicato, «è tra la volontà di fare giustizia e quella di trovare un capro espiatorio. Il vandalismo va condannato e punito, senza che la rabbia diventi una sentenza, la condizione sociale una colpa o la provenienza un pregiudizio».