«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.
Da quando è
entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione
e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello
nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia.
Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare
la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda
lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere
informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che
non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare
in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».
Il Consiglio
federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere
uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione
di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le
criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema
reale?
«Non si tratta di
uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e
ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di
informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in
altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una
squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di
stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di
criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole
stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla
violenza domestica».
Il 2026 si è
aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e
115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza
non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi
terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di
reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito
è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella
notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI
(Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La
mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale
operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di
capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra
ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a
livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro
specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore
richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un
importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha
funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».
Ci sono invece
situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian,
sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza
ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei
rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda
il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone
si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci
a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I
Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la
pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà
ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli
elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber,
compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti
dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va
ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche
rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere
interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la
sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori
conseguenze per il dispositivo di Lugano».
Nel 2003 Évian
aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati
pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino
a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni
tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la
Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà
chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a
disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto:
già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse
imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici.
La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».
Le valutazioni
del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono
cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi
segreti - complici le riforme interne e la carenza di risorse - hanno attirato
le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a
questa collaborazione?
«Non è un mio
compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono
analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno
funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso
novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e
osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando
nella buona direzione».
Terrorismo,
attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della
Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia,
Karin Kayser-Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia
la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido
e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene
la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto
definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di
un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase
della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo
di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è
l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della
Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo
sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale
oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i
tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di
perdere il treno».
Un altro aspetto
che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo
avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste».
Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di
soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello
nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni
Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di
polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli
artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di
esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in
futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».
In futuro,
quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo
specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più
agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre
esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di
violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che
vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di
agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni
“multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari
Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una
formazione di base e continua comune».
Dalla statistica
criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del
numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi
rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste
forme di reati?
«In questi casi
la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca
di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni.
In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo
Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si
occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante
anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe
telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri
Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla
fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».
Il federalismo,
con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per
la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un
problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una
legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di
polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna
della nostra Confederazione».
La collaborazione
è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può
essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia
postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono
semplicemente regole più severe?
«No, non credo
che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe
necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per
quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di
competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E
uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di
migliorare la collaborazione. A volte il problema è che quando si avviano
inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone
o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi
internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol».
