L'intervista

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano – Ne parliamo con Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale ticinese e, da novembre 2024, presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS)
©Gabriele Putzu
Luca Faranda
28.03.2026 06:00

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia? 
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti - complici le riforme interne e la carenza di risorse - hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser-Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. A volte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol».