Il caso

Perugini: «A Crans-Montana la giustizia è sembrata titubante»

L’ex procuratore pubblico ripercorre a Detto Tra Noi il dramma del Gottardo del 2001 e traccia un parallelo con la tragedia vallesana: «Serviva una cellula di crisi federale»
Red. Online
13.05.2026 10:45

Dall’incendio del Gottardo al caso Crans-Montana, passando per il caos al Tribunale penale, le nomine in magistratura, la canapa e l’intelligenza artificiale. Antonio Perugini, già procuratore pubblico, ripercorre la sua carriera durante la trasmissione Detto Tra Noi, e riflette sul presente della giustizia ticinese e svizzera. E lo fa partendo proprio da quel tragico giorno del 24 ottobre 2001, quando 11 persone persero la vita all’interno del tunnel del Gottardo a causa di un rogo scoppiato a seguito di uno scontro tra due camion. Un evento che ebbe un enorme impatto sulla Svizzera e sull’Europa, e che portò a importanti cambiamenti nelle misure di sicurezza delle gallerie alpine. Oggi, 25 anni dopo, la tragedia di Crans-Montana riporta alla luce ricordi che fanno male. «Ho assoluta comprensione per quei poveri colleghi vallesani, perché anch’io ho vissuto in prima persona cosa significa ricevere una telefonata che ti sconvolge la vita. Ti senti addosso un peso enorme di responsabilità e la necessità di operare il più in fretta possibile per dare quelle disposizioni che, in inchieste del genere, sono assolutamente indispensabili. Ti senti schiacciato dall’avvenimento, anche perché non annuncia mai il suo arrivo».

Un’immagine della giustizia pronta, celere ed efficace

Perugini, a quei tempi, era – per così dire – avvantaggiato: aveva già seguito il caso dell’incendio del traforo del Monte Bianco, avvenuto il 24 marzo 1999. Anche in quel caso, un camion prese fuoco all’interno della galleria tra Francia e Italia, dove morirono 39 persone. Per tre anni il tunnel rimase poi chiuso, riaprendo nel 2002 dopo importanti lavori di messa in sicurezza. E come sta accadendo per il rogo di Crans-Montana, anche in quell’occasione «per anni l’associazione dei familiari delle vittime si lamentava perché non aveva alcuna notizia su come procedesse l’inchiesta». Motivo per cui, dopo il rogo del Gottardo, Perugini capì immediatamente la necessità di evitare «quel genere di degrado nell’attesa dei familiari e nell’immagine stessa della giustizia». Una condivisione con gli altri Paesi era quindi la direzione giusta in cui procedere; quindi, mettersi in contatto con le varie ambasciate delle vittime «e chiedere quale fosse il miglior perito che avessero a disposizione». Un’immagine di una giustizia pronta, celere ed efficace sin dai primi momenti «è necessaria per i familiari».

Questione fatture

Tornando ai giorni nostri, il rogo di Crans-Montana sta causando non pochi malcontenti e critiche per una questione in particolare: quella delle fatture inviate alle famiglie delle vittime. «Già nel caso del Gottardo mi era giunta notizia che uno dei nostri ospedali stesse inviando ai ricoverati per intossicazione la fattura. Ma quelle fatture, se caso, andavano mandate a me, e poi io le avrei smistate a chi di dovere». Un lavoro da ambasciatore, dunque, al fine di tenere saldi i rapporti con gli altri Paesi. È forse questo, dunque, il punto debole della vicenda Crans-Montana? La mancanza di una regia federale? «Proprio così. Noi avevamo segnalato fin da subito la necessità di istituire una cellula di crisi. Dopo eventi del genere, si riesaminano i comportamenti messi in atto, le cose che hanno funzionato e quelle che non hanno funzionato. Questo è fondamentale, perché ti permette di imparare cose nuove, ma anche di eludere errori facilmente evitabili».

Supporto della Confederazione assente?

In questa situazione, a mancare è quindi stato il supporto della Confederazione agli inquirenti vallesani. «Noi avevamo segnalato alla Confederazione la necessità di una cellula di crisi. Viviamo in un Paese fin troppo fortunato, perché non ha dimestichezza con casistiche straordinarie. Abbiamo una perfetta burocrazia che funziona per l’ordinario, ma che non ha quel guizzo di freschezza e di ingegnosità necessario sul momento per evitare polemiche, che sono la cosa peggiore in un’inchiesta». Ma oggi, rispetto a quanto avvenuto nel 2001 al Gottardo, il codice è cambiato: in Vallese c’è un’inchiesta portata avanti dalla Procura vallesana, con addirittura cento avvocati. In questo senso, il Ministero pubblico vallesano ha peccato di orgoglio nel non farsi aiutare da un procuratore straordinario? Perugini, in questo senso, ritiene necessarie due premesse. «La prima è che la giustizia non deve solo essere giusta, ma deve anche apparire tale. E in questo apparire sono fondamentali le mosse che dimostri di attuare fin dall’inizio di un’inchiesta. Non conosco gli atti, quindi ci sono autorità superiori che verificheranno eventuali lacune, errori o mancanze. Però, devo dire che è sembrata un po’ titubante. In un’inchiesta di questa portata, quella notte la procuratrice generale deve aver passato momenti inimmaginabili. È necessario avere lucidità, ma anche il coraggio di mettere subito in atto le misure necessarie. A sistemare le cose si è sempre in tempo dopo, ma l’inizio è fondamentale».

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