Prima una delusione poi la nuova vita: «Serve sempre fiducia»

La racconta con tranquillità serafica: la felicità per il tanto atteso squillo; la corsa verso Zurigo, la preparazione al trapianto. Poi la doccia fredda pochi minuti prima di entrare in sala operatoria: «Ci dispiace ma l’organo del donatore purtroppo presenta un’anomalia inattesa». Così Fosca Deprati, 46 anni di Sagno, dopo mesi di speranze ha dovuto fare le valigie e tornare a casa con il suo rene malato, perché quello che i medici avevano appena espiantato appositamente per lei non andava bene. «Ormai succede», commenta oggi sorridente. Lei è una che nella vita vede sempre il bicchiere mezzo pieno: lo si capisce dal calore con cui saluta chi entra nella sua bella casa immersa nella valle di Muggio. Forse è stato proprio questo suo approccio positivo alla vita ad offrirle poco dopo una seconda occasione: oggi Fosca sta bene grazie ad un nuovo donatore. La seconda telefonata giunta da Zurigo è andata bene e il trapianto è riuscito. Tuttavia quella notte il suo ottimismo vacillò. Il morale mentre tornava nella sua Sagno era a terra. Difficile non comprenderla. «fino a quel momento avevo sempre tenuto duro - spiega - ma poi mi sono sentita crollare il mondo addosso».
La convivenza con la malattia genetica rara
La prima volta che Fosca capì di avere un grosso problema di salute aveva 20 anni. Lei continuava ad avere la pressione alta e dopo una serie di analisi i medici le diagnosticarono una rarissima malformazione congenita: il rene midollare a spugna. Lei stava bene ma più passavano gli anni e più si intensificavano le visite mediche. Piano piano la funzionalità renale diminuiva e le gravidanze - Fosca è mamma di due ragazzi - aggravarono la malattia.
Il peggioramento
Malgrado la tenacia con cui affronta la vita quotidiana, la situazione peggiora. La stanchezza la nausea il mal di testa e l’insonnia accompagnano le sue giornate. Fosca abbandona il lavoro e inizia a sottoporsi alla dialisi. «Sono momenti difficili, perché ti rendi conto che la tua vita non sarà mai più quella di prima ». Fosca lo sa. C’è solo un’alternativa alla macchina che ogni settimana ripulisce il sangue al posto del suo rene: il trapianto. Lei è giovane, perciò i medici la inseriscono nella lista d’attesa.
L’attesa e «doctor Google»
«Ricordo di avere passato un weekend da incubo dopo quella comunicazione: guardavo le testimonianze di trapiantati su YouTube, interpellavo «doctor google» sulle percentuali di riuscita degli interventi. Poi mi sono detta basta: prima pensiamo alla dialisi, poi quando dovrò affrontare l’operazione, mi concentrerò sul trapianto, tanto ci vorranno almeno due anni di attesa». Così è stato. Fosca prende in mano la sua vita e cerca di non fare pesare troppo sui suoi figli adolescenti il suo male «non è un’impresa semplice visto che un giorno stai bene, l’altro no».
La settimana è cadenzata da tre visite di dialisi durante le quali conosce molte persone nelle stesse sue condizioni. «Durante questi mesi sono nate molte amicizie, anche con gli infermieri che ormai ci conoscevano bene». Un tran tran doloroso che si interrompe bruscamente dopo due anni con quella famosa telefonata delle cinque di mattina dove le annunciano che «abbiamo il suo rene, venga subito ». Immediata la corsa all’ospedale universitario di Zurigo dove la sala operatoria è già attrezzata con il corpo esanime dell’espiantato pronto sul tavolo operatorio, e infine la profonda delusione della mancata operazione. È l’abisso, in quel momento di disperazione, pensi che la sfortuna si sia abbattuta su di te.
«Ci siamo!»
Tuttavia, se prima non sapeva quando sarebbe stato il suo turno per il trapianto, ora Fosca aveva la certezza di essere la prima della lista. Prima o poi la seconda telefonata sarebbe arrivata. «Quello è stato il periodo più pesante per me», ricorda la donna. «Toccava a me, ma non sapevo quando mi avrebbero chiamato perciò non osavo fare più niente perché avevo paura di giocarmi il mio turno». L’attesa però non è stata molto lunga.
Dopo due mesi, il telefono squilla di nuovo e Fosca torna a Zurigo. Questa volta tutto fila liscio: l’organo del donatore è idoneo e il trapianto viene eseguito con successo. «La prima cosa che ho detto quando ho riaperto gli occhi dopo l’intervento è stata: ma allora, ora basta dialisi, vero?», dice sorridendo. I mesi che seguono l’operazione sono molto duri. «È una mazzata perché il tuo corpo è stanchissimo, poi piano piano ti riprendi; ma è soltanto quando terminarono le visite mediche che iniziai a capire che quanto avevo vissuto era stato bellissimo».
Per il mio donatore, una grande gratitudine
Al donatore - che rimarrà per sempre anonimo - Fosca ha pensato molto, soprattutto prima dell’intervento. «Mi faceva strano - dice perché da una parte c’è il dolore di una morte, dall’altra la felicità di una nuova vita e io avevo paura di vivere male l’idea di avere in me un organo di un’altra persona che era nel frattempo morta». Invece i timori sparirono con il trapianto. «Non ci ho proprio più pensato. Oggi sono felice di non sapere nulla del mio donatore. Né il sesso, né l’età, né le origini. So solo che gli sono e gli sarò sempre infinitamente grata, chiunque egli sia». Poi, il pensiero di Fosca va a chi figura sulla lista di attesa degli organi: «Abbiate fiducia, come è arrivato a me, arriverà anche a voi. L’operazione non è una passeggiata, ma poi arriva la luce e una nuova vita».

