Quando il Canton Ticino pagò un riscatto ai beduini

Prendiamola alla lontana. Nelle centinaia di vecchi processi ottocenteschi conservati all’Archivio storico di Lugano si trova un po’ di tutto. Ci si può ad esempio imbattere in una tale Domenica Riva (nata Bettini) che nel 1865 di sé dice: «D’anni 50 circa, sono senza figli ed il mio marito Francesco trovasi ormai da circa sette anni in Algeri». Una traccia di un’emigrazione che fino a ora si era creduta occasionale, ma che il Museo del Malcantone sta ora svelando nella sua sistematicità. Partendo tra l’altro da un’altra fonte che si sta rivelando vieppiù preziosa per svelare la minuta storia dimenticata delle nostre genti. Il diario del contadino Giovanni Anastasia di Breno (Ogni cosa è mal incaminata, pubblicata in quattro volumi dal Museo nel 2019). Sono tre infatti i figli di Anastasia che compiranno il viaggio verso Algeri, e così diversi loro compaesani. Di certo almeno 4.250 ticinesi. Probabilmente ancora di più.
A spulciare gli archivi
La ricerca è opera del collaboratore del Museo del Malcantone Daniele Pedrazzini e del suo conservatore Damiano Robbiani, e lo stato dell’arte è stato presentato sabato ai soci dell’Associazione che gestisce il Museo. Il tutto confluirà in una pubblicazione che potrebbe vedere la luce entro fine anno. A renderla possibile sono stati in particolare gli archivi dello Stato civile francesi e quelli consolari di Marsiglia, luogo prediletto (ma non unico) di partenza degli emigranti ticinesi ed europei verso nuovi lidi. La ricerca si concentra soprattutto su un trentennio, vale a dire dalla presa francese di Algeri nel 1830 ai primi anni del 1860, ovvero quando la Francia toglierà l’obbligo di richiedere un visto per andare in Algeria. Una decisione che per gli storici significa l’esaurirsi di una preziosa fonte di date e nomi. I prossimi mesi saranno decisivi per trarre conclusioni solide riguardo l’emigrazione in Algeria, per cui non esistono finora particolari studi. Si sa che fu una migrazione soprattutto edile e non colonica, che ebbe probabilmente due picchi (perché?) e che in Svizzera fu soprattutto un fatto ticinese (di nuovo: perché?).
Un architetto da riscoprire
Le ricerche archivistiche non hanno però restituito solo nomi e date preziosi per dettagliare il fenomeno nelle sue dimensioni, ma anche vicende personali che finora avevano lasciato solo minute tracce nella storia cantonale e che ora è stato possibile approfondire.
Una è quella dei fratelli Luvini di Lugano, e di Francesco in particolare. Appena trentenne, venne chiamato dai francesi mentre si trovava ad Ajaccio in Corsica per lavorare ad Algeri nel processo di «europeizzazione» della città immediatamente dopo la conquista. Vale a dire numerose demolizioni per fare spazio a nuove costruzioni. A Luvini venne chiesto di realizzare un teatro, un palazzo governativo e una grande piazza. Di tutto ciò restano solo degli schizzi, perché Luvini morirà di lì a poco. Il suo lavoro verrà lodato sul giornale Gazzetta Ticinese (altra preziosa fonte per le vicende algerine) mentre più critici saranno gli apparati militari francesi, spesso in contrasto con le autorità civili sul come trasformare Algeri.
«Per l’onore del Cantone»
Un’altra vicenda che Pedrazzini e Robbiani sono riusciti ad approfondire è quella del naufragio della goletta «La Madonna di Montenero» nel 1836, che fra i 15 passeggeri contava 4 luganesi. Il naufragio avvenne poco lontano da Algeri e fortunatamente tutti si salvarono. Finirono però prigionieri di una tribù beduina che, pare, per poco non li uccise quando si rifiutarono di abiurare la loro religione cattolica. Il termine che usa il Gran Consiglio ticinese per descrivere la situazione è «caduti in schiavitù». Gran Consiglio che è stato chiamato ad approvare il pagamento del pingue riscatto chiesto dai beduini, cosa fatta «per l’onore del Cantone e della Confederazione». Cantone che provò poi a riversare la cifra sulle famiglie, che però si rivelarono povere (si decise quindi di soprassedere). La vicenda, hanno ricostruito i due ricercatori grazie a fonti italiane (la goletta era livornese), fu un vero e proprio caso internazionale, con l’invio di consoli di varie nazioni a trattare il rilascio con i beduini.
Di queste e altre vicende si cercheranno ulteriori tracce nei prossimi mesi, al fine di approfondire al meglio questo nuovo filone storico che interessò un numero importante dei nostri connazionali.
Un 2025 che fa sorridere
L’Associazione del Museo del Malcantone sabato ha anche approvato i conti del 2025; un anno che oltre a finanze in sostanziale pareggio, ha restituito una realtà viva sia per l’offerta espositiva del museo a Curio che per quella del Museo della pesca a Caslano. A Curio i visitatori sono stati circa 5.000 e le attività culturali proposte 32: queste ultime hanno raggiunto 1.600 persone. 1.200 le ore di volontariato prestate. 70 le classi che hanno visitato il Museo della pesca. L’ultima pubblicazione del Museo, presentata la scorsa settimana, è dedicata alla storia dell’emigrazione argentina della famiglia Righetti Pelli di Aranno.


