Quando ti urlano «Sbirro di me**da», una notte con la Comunale

«Sbirri di me**a, non valete nulla». Queste parole sono uscite dalla bocca di un giovane nelle prime ore di sabato, fuori da una discoteca di Lugano ed erano indirizzate agli agenti della Polizia cittadina (PolCom) che abbiamo seguito durante una notte di pattugliamento.
Qualche ora prima, alla Pensilina, su suolo pubblico, stavamo registrando alcuni video per il servizio che andrà in onda su TeleTicino, rispettando la privacy e rendendo irriconoscibili i volti delle persone. In quel momento, un gruppo di ragazzi intento a vivere l'inizio della propria serata ci ha raggiunti in un batter d'occhio. «Mi stavate filmando, non mi va bene, non potete fare nulla senza il mio consenso», ci ha detto uno di loro. Abbiamo risposto spiegando che, su suolo pubblico è lecito filmare o fotografare persone se queste non sono identificabili. La reazione? Un altro membro del gruppo ha estratto lo smartphone dalla tasca e ha iniziato a filmarci uno a uno, volti compresi, sfidandoci. «Serve pazienza», ho commentato sul momento, rivolgendomi agli agenti. «Durante la formazione impariamo a creare una sorta di corazza per non rispondere alle provocazioni», mi ha spiegato il capogruppo. Ma non sempre è facile restare indifferenti. «Non insultano noi come persone, ma la divisa e il lavoro che facciamo», mi ha detto un altro agente, aggiungendo che «quando si sentono minacce o insulti rivolti alla propria persona o ai propri familiari può essere più difficile restare indifferenti, perché le parole feriscono».
Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo perché abbiamo seguito alcuni agenti della Polizia città di Lugano e il comandante nel servizio notturno tra il 30 e il 31 ottobre. Il fil rouge è rappresentato dagli episodi di violenza registrati durante l'estate – di cui abbiamo già parlato nel reportage pubblicato il 24 settembre – ma anche dal senso di insicurezza manifestato da alcuni cittadini, come ha raccontato nelle scorse settimane a TeleTicino Massimo Suter, presidente di GastroTicino, dopo l'aggressione subita da suo figlio all'esterno di un locale del Luganese. «C'è un problema di disagio sociale, questo l'ho subito percepito dai messaggi di amici e conoscenti, i quali spesso e volentieri parlavano del fatto di non poter più uscire in maniera tranquilla la notte, perché anche solo uno sguardo sbagliato può portare a delle risse. Credo che il tema vada affrontato in maniera pragmatica e diretta. Bisogna far sì che i nostri figli possano uscire a divertirsi senza la paura di non poter tornare a casa», ha detto Suter.
Così abbiamo voluto «chiudere il cerchio», seguendo gli agenti della PolCom, corpo che vanta una presenza più capillare sul territorio cittadino rispetto ai colleghi della cantonale, con i quali si collabora quotidianamente molto bene. «Per noi è fondamentale uscire per le strade e le piazze di Lugano, in questo modo le persone ci vedono, sanno che ci siamo e possiamo intervenire in caso di necessità, anche perché spesso siamo noi i primi ad arrivare sul posto», spiega un agente della pattuglia, ribadendo l'importanza della presenza sul territorio a scopo preventivo, per disincentivare i malintenzionati a commettere reati.
Torniamo però alla nostra notte in pattuglia, iniziata attorno alle 19 in via Beltramina, dove abbiamo dapprima incontrato Federico Chiesa, comandante del corpo dal 1° settembre, poi anche il capogruppo di turno e gli agenti che avremmo seguito fino alle 5 del mattino. «Ci tengo a mettermi in gioco e uscire in pattuglia con loro, perché arrivando dall'esterno è un modo per conoscerli meglio, farmi conoscere, capire le esigenze e le peculiarità di ognuno di loro, ma anche della stessa PolCom e della cittadinanza di Lugano», afferma Chiesa mentre sorseggiamo un caffè prima di entrare in servizio.
Poco dopo saliamo in macchina e, dopo un giro in centro Città, ci dirigiamo verso l'autosilo Motta e l'area sotto la Cattedrale, «dove nell'ultimo periodo alcuni giovani si trovano per avviare la propria serata», ci spiegano gli agenti mentre scendiamo da via Motta verso via San Lorenzo. Notiamo due gruppi sul tetto dello stabile, quindi posteggiamo il veicolo, poi gli agenti chiedono alcune informazioni ai presenti e procedono con i controlli di routine. Tutto è in regola. Così, dopo aver chiesto ai presenti di «tenere pulita l'area», torniamo a bordo del veicolo e continuiamo con il pattugliamento.
La radio dei poliziotti continua a risuonare, mentre il tablet sul cruscotto mostra le pattuglie in servizio e gli interventi in corso. Al momento non c'è nessuna chiamata per noi, così con il capogruppo si decide di andare al Parco Ciani per un altro controllo di routine, questa volta in un'area «calda» della città. Un dialogo necessario con le persone presenti, anche «per tenere sotto controllo la scena aperta della droga, capire se ci sono nuove persone o alcuni cambiamenti nelle abitudini e nei consumi», ci viene spiegato.
Tornati in macchina, ci spostiamo di poco e andiamo verso la Pensilina, dove si trova un gruppo di una ventina di giovani. Basta la presenza della polizia e nel giro di pochi minuti i ragazzi si spostano. L'orologio segna le 23:15, la serata sta per entrare nel vivo e così ne approfittiamo per chiedere a Chiesa se è preoccupato per l'escalation registrata a Lugano durante l'estate. «Non direi, ma è chiaro che la situazione va monitorata», ci risponde. «Il fatto di avere un grande numero di giovani, con alcuni casi di violenza, può creare una certa preoccupazione nella popolazione, è comprensibile, ma come autorità devo dire che i casi che abbiamo effettivamente riscontrato sono limitati». Per quanto riguarda la «sua» polizia, l'intenzione del comandante è di «continuare con serietà quello che è il lavoro di prossimità, quindi essere presenti sul territorio e in caso di situazioni di disagio marcare presenza nelle zone considerate 'calde' della Città».
Dopo un controllo della circolazione iniziamo a marcare presenza anche al di fuori delle discoteche, dove gli animi possono scaldarsi facilmente dopo una serata di festa. «In queste zone facciamo spesso dei pattugliamenti appiedati, dove la nostra presenza può far disperdere i gruppi di giovani. Capita anche che restiamo in un luogo ad osservare la situazione per far capire che ci siamo e anche in questo caso, chi è intenzionato a non comportarsi correttamente, solitamente si allontana. Viceversa, chi è preoccupato o ha paura, viene rassicurato», ci racconta il capogruppo mentre passeggiamo negli spazi adiacenti a un noto locale del centro città.
Poco dopo parliamo di nuovo con il comandante, chiedendo cosa si può fare per evitare liti, aggressioni o, nei casi più gravi, fatti di sangue. Qui, ci spiega, la parola d'ordine è una: «sicuramente la prevenzione è il primo elemento per poter anticipare i problemi del futuro. In questo senso per noi è fondamentale la collaborazione con varie entità presenti sul territorio, partendo dai gestori e dai gerenti dei locali, con i quali siamo regolarmente in contatto, nonché con tutte le altre istituzioni presenti sul territorio con cui bisogna trovare una strategia per affrontare questo momento storico dove effettivamente i giovani hanno una situazione di disagio. Bisogna quindi essere coscienti della situazione e trovare le strategie per affrontarla». Per farlo, conclude, è fondamentale la comunicazione. «La nostra presenza sul territorio facilita questo contatto diretto con i giovani. Non parlerei solo di loro, ma anche di altri attori che sono molto importanti: famiglie e istituzioni scolastiche. Se riusciamo a creare una vera rete con questi attori, riusciremo a trovare delle strategie affinché anche giovani e non solo possano continuare a vivere serenamente la città. Oltre a questo, quando la situazione lo impone, è importante anche essere pronti a reprimere comportamenti inaccettabili o che mettono a rischio l'ordine pubblico».
Si sono fatte le quattro e in centro la situazione pare tranquilla. Fuori da una discoteca arrivano anche gli insulti citati in apertura. Poco prima di concludere il turno ci raggiunge un'altra pattuglia: gli agenti parlano tra loro, si confrontano, ma c'è anche spazio per scambiare qualche battuta. «Diciamo che alla base di un buon lavoro ci deve essere per forza un buon gruppo, deve saper funzionare, dobbiamo andare tutti d'accordo perché ogni giorno usciamo con colleghi differenti [sempre dello stesso gruppo, ndr] e ci dobbiamo fidare l'uno dell'altro», ci ha spiegato un agente poco prima, durante una pausa. Sì, perché dietro la divisa ci sono persone con emozioni, vissuti e sensibilità diverse. «Dopo un turno porto a casa il senso di responsabilità e sicurezza verso la mia famiglia, mentre al lavoro porto la sensibilità soprattutto verso i giovani, anche perché ho dei figli», ci racconta il capogruppo, che poco dopo vediamo indaffarato a coordinare la gestione di una situazione di disagio.
Verso le 4:30 arriva il momento di rientrare in sede per il passaggio di consegne con il gruppo pronto a subentrarci. La stanchezza è tanta, forse perché non sono abituato a coprire questi turni. Così saluto il comandante e gli agenti che ho potuto accompagnare durante questa notte luganese, avvio l'auto e mi dirigo verso casa. Sono quasi le 5:30. Incontro alcune persone intente a recarsi al lavoro, ne vedo altre uscire per una «corsetta mattutina», mentre davanti a casa ci sono dei giovani che rientrano dopo aver fatto serata, o meglio nottata, commentando quanto hanno vissuto. «Oh bro, ma hai visto o no? Ho spaccato come un king oggi», sento dire. Poi il portone di casa si chiude, cade il silenzio e anche per me arriva il momento di andare a dormire «come un re» per citare quanto sentito poco fa.
