Locarno

Quel piccolo quartiere familiare dove costruire l’indipendenza

Casa Vallemaggia di Pro Infirmis festeggia i suoi primi vent’anni di attività tutti dedicati all’inclusione - La struttura poggia su tre pilastri principali: il ristorante gastro-sociale, il centro diurno e la scuola di vita autonoma
La cucina è il vero e proprio fulcro di Casa Vallemaggia. © CdT/Chiara Zocchetti
Valentina Regazzi
Valentina Regazzi
04.05.2026 06:00

Nel cuore della Città Vecchia di Locarno, Casa Vallemaggia di Pro Infirmis si appresta a celebrare due decenni di storia dedicati all’inclusione. La struttura, unica nel suo genere in Svizzera, è nata per favorire la partecipazione sociale delle persone con disabilità. «Credo che ognuno, nel tempo che trascorre qui, trovi il proprio posto. È una casa, un piccolo quartiere, un luogo dove costruire identità, orientarsi attraverso obiettivi semplici e chiari che danno senso alla quotidianità», spiega la responsabile Sarita Capra, conducendoci attraverso i tre pilastri della sede: il ristorante gastro-sociale – che include anche la Buvette del DFA e il BisPrò al Polo Isolino dove lavorano 35 persone beneficiarie di una rendita di invalidità insieme a un gruppo di professionisti -, il centro diurno e la scuola di vita autonoma. A dare un volto al primo di questi pilastri è Mirko: «Lavoro qui praticamente da quando la casa è stata inaugurata», rivela con un pizzico di emozione.

Un legame con la comunità

Per lui, il servizio in sala rappresenta un legame con la comunità: «Mi piace stare con gli altri, coccolare i nostri clienti affezionati e farli sentire riconosciuti. Quando tornano perché si sono sentiti bene accolti, per me è una grande soddisfazione». Un luogo protetto, quindi, che rimane molto vicino a una realtà lavorativa ordinaria. La professione non è intesa come fonte di guadagno - c’è già la rendita e il salario percepito è di tipo sociale - ma come ragione di soddisfazione , sfida e stress positivo. «Qui trova spazio chi, come Mirko, è qui da tanti anni, ma anche chi è arrivato da poco tempo e dimostra voglia di mettersi in gioco e di valorizzare le proprie risorse», racconta l’educatore Maurizio. Ogni giorno il centro persegue due obiettivi: proporre al pubblico un servizio di qualità e, allo stesso tempo, rispettare il mandato dell’ufficio AI, impiegando chi vive situazioni di fragilità e ha bisogni e tempi diversi. I collaboratori, infatti, sono confrontati con disagi psichici: disabilità invisibili, complesse da spiegare e da gestire. Ognuno di loro, motivato dal desiderio di svolgere un’attività che ama, fornisce tuttavia un contributo secondo le proprie possibilità. Tutte le esperienze qui hanno valore: da chi esprime la propria arte in cucina a chi garantisce la cura della lavanderia o il riordino degli ambienti, fino a chi svolge attività amministrative.

Esperienza al servizio degli altri

Saliamo le scale e ci troviamo al centro diurno. Si rivolge ad adulti che avevano una vita normale e che, a seguito di un evento improvviso come un ictus o una malattia degenerativa, si sono trovate a dover ricostruire la propria quotidianità. Incontriamo Carol: «Io qui sto bene, molto bene. Vengo già da tanti anni e ormai per me è diventata davvero casa mia - spiega -. Si parla, si sta insieme come tra amici. Quando gli uomini iniziano a giocare a carte io mi annoio tantissimo, allora vado a fare un giro o a bere un caffè». Il campione di scala quaranta è Maurizio: un tempo era chef ed oggi, dopo un episodio invalidante, è tornato ad indossare il grembiule mettendo la sua esperienza al servizio degli ospiti del centro diurno. All’interno di una cucina con altezza regolabile – in questo modo anche lui può arrivare comodamente ai cassetti – Maurizio si cimenta con la preparazione di pietanze sempre fresche, dalla pasta fino alla paella o ai saltimbocca.

L’autonomia si può imparare

A questo punto, la responsabile ci fa strada fino al terzo piano, dove sei giovani tra i diciotto e i trent’anni stanno imparando a pianificare la propria indipendenza. Si tratta della Scuola di vita autonoma, della durata di tre anni, alla fine dei quali si comprende qual è il luogo più adatto: vivere da soli, in appartamenti protetti o in foyer. Ci accoglie Jaime, impegnato assieme agli altri inquilini a svolgere le pulizie domestiche. Sulla parete vediamo una grande agenda dove vengono memorizzati gli impegni personali - al mattino ognuno lavora in un posto diverso -, i turni per le faccende di casa, i momenti di svago e le attività sportive. Il sabato e la domenica si torna in famiglia ma dal secondo anno c’è la possibilità di restare in appartamento. «Ho scelto di rimanere un weekend qui da solo - confida Jaime - e devo dire che non è stato facile. Era tutto silenzioso, non c’era nessuno. In compagnia è molto più bello, si parla, ci si diverte». D’altra parte, come ricorda Sarita Capra, «l’autonomia significa conoscersi, scegliere per sé, sapere quando chiedere aiuto e a chi». Non a caso dal 2020 è nato il servizio Pr@Rìs. Una rete intensiva di sostegno educativo a domicilio per i ragazzi e le ragazze che iniziano ad uscire dalla famiglia e vengono accompagnati nel proprio percorso, quale il lavoro, la salute e il tempo libero.
Con l’intento di raccontarsi e incontrare il territorio, il 6 giugno Casa Vallemaggia spalancherà le porte ai visitatori, spostandosi poi in piazza San Francesco per una grande festa aperta a tutti.