Il caso

Quelle confische milionarie: nel mirino anche conti luganesi

Il Tribunale federale ha dato il via libera alla consegna all’Italia del denaro, depositato in Svizzera, appartenente a un imprenditore indagato e assolto per prescrizione – Pesa la «sproporzione tra redditi leciti e patrimonio accumulato»
© CdT/Gabriele Putzu
Nico Nonella
06.01.2026 06:00

C’è anche un po’ di Lugano nella lunga vicenda giudiziaria di un imprenditore italiano, accusato in patria di una maxi-frode fiscale e contributiva pari a 100 milioni di euro. Come si apprende infatti da tre sentenza del Tribunale federale (TF) del 17 dicembre scorso, pubblicate lunedì, all’uomo sono infatti stati confiscarti e consegnati all’Italia ben 4 milioni di euro depositati in conti aperto in istituti di credito in riva al Ceresio. E questo nonostante il procedimento penale in questione si sia concluso nel 2021 senza una condanna, a causa della prescrizione dei reati – appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, associazione per delinquere, frode fiscale, truffa aggravata in danno di enti pubblici e riciclaggio –, ma non con un’assoluzione nel merito.

«Un sistema articolato»

La vicenda ha inizio nel 1996. L’attività dell’imprenditore – che operava nel settore dei servizi, in particolare in quelli di pulizia – fallisce; da lì in avanti, secondo le autorità italiane, avrebbe messo in piedi nel tempo un articolato sistema societario basato sulla creazione seriale di imprese. L’attività sarebbe cioè proseguita attraverso una rete di altre società, spesso intestate ad altri, utilizzate per ottenere appalti pubblici, drenare liquidità e poi essere rapidamente svuotate, lasciando dietro di sé debiti. Nel 2009 la Procura della Repubblica presenta alla Svizzera una domanda di assistenza giudiziaria. Negli anni, la stessa si traduce nel sequestro e nella confisca di svariati conti bancari a Zurigo, Ginevra e Lugano, disposti dal Ministero pubblico della Confederazione. La confisca disposta dalla autorità italiane nel 2016 viene infine confermata da una sentenza della Corte suprema di cassazione del 6 giugno 2020.

«Pericolosità sociale»

Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) dà seguito alla richiesta di auto da parte della vicina Penisola e tutte le decisioni vengono confermate dal Tribunale penale federale (TPF). L’ultima risale al 13 novembre 2025 e viene confermata dal Tribunale federale lo scorso dicembre. Nonostante la prescrizione, sia il TPF che il TF ritengono che la confisca si fonda su una «procedura di prevenzione patrimoniale» che prescinde dall’esito del procedimento penale e si basa sulla «pericolosità sociale» dell’interessato e sulla «sproporzione tra redditi leciti e patrimonio accumulato». A questo proposito, si legge nella decisione dei giudici di Mon Repos, «secondo il tribunale estero competente, la pericolosità sociale dell’interessato risulta principalmente dagli elementi emersi nel procedimento penale avviato nei suoi confronti, dai quali è stato constatato il suo ruolo di vertice in un’associazione criminale operante dal 1996 al 2010, dedita alla creazione e rapida dismissione di società di comodo nel settore dei servizi, utilizzate per realizzare sistematiche frodi fiscali e contributive, appropriazioni indebite, bancarotte, nonché attività di riciclaggio e reimpiego dei proventi illeciti. Gli accertamenti hanno documentato un meccanismo delinquente consolidato e reiterato nel tempo, caratterizzato dall’intestazione fittizia delle società a prestanome e dal trasferimento occulto delle somme verso altre entità riconducibili al ricorrente». Oltre a ciò, le autorità italiane hanno «ammesso l’esistenza di indizi sufficienti e concordanti tali da far ritenere che i beni nella sua disponibilità e in quella del nucleo familiare costituiscano il frutto o il reimpiego di attività illecite. Infatti, è stata constatata una manifesta sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio disponibile, ciò sulla base di una vasta perizia condotta nel procedimento penale, compendiata in una relazione di ben 11 volumi, di cui uno contenente le sole conclusioni».

Tra Ticino e Ginevra

Considerato il solo territorio ticinese, le recenti sentenze del TF danno il via libera al sequestro e alla consegna all’Italia di oltre 3,8 milioni depositati su un due conti zurighesi (in passato il denaro era transitato da Lugano: banca e società costaricense intestataria non esistono più) e 214 mila franchi su un conto luganese. La parte del leone la fanno i 16,7 milioni confiscati a Ginevra.

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