Frontiere

Roma non riaccoglie i «suoi» migranti, Berna e Ticino pagano un conto molto salato

Dal dicembre del 2022 l’Italia ha deciso unilateralmente di sospendere il regolamento di Dublino - La Confederazione ha dovuto quindi farsi carico finora di 2.540 domande d’asilo - La SEM: «Per ogni persona che non possiamo rimpatriare i costi aggiuntivi per noi si aggirano sui 75 mila franchi»
©Chiara Zocchetti
Martina Salvini
23.03.2026 06:00

È un braccio di ferro che va avanti da qualche anno e che vede ancora una volta confrontarsi la Svizzera e l’Italia, con Roma che decide di sottrarsi ai propri doveri e la Confederazione che si ritrova un conto salato da pagare. Dalla fine del 2022, infatti, il Governo guidato dalla premier Giorgia Meloni ha deciso, in modo unilaterale, di sospendere gli accordi di Dublino a causa del forte afflusso di migranti nella Penisola. In pratica, ciò significa che da oltre tre anni l’Italia rifiuta di riprendere i migranti la cui richiesta d’asilo rientrerebbe nelle sue competenze. L’accordo di Dublino, infatti, determina lo Stato competente per l’esame di una domanda d’asilo. E con le riammissioni bloccate da parte italiana, è cresciuto l’onere per gli altri Paesi - tra i quali la Svizzera -, chiamati a farsi carico della procedura.

Le conseguenze

Concretamente, come spiega al Corriere del Ticino la Segreteria di Stato della migrazione (SEM), dalla fine del 2022 a oggi (gli ultimi dati risalgono alla fine di febbraio), la Confederazione ha dovuto esaminare 2.540 domande di richiedenti l’asilo che erano stati precedentemente registrati in Italia. Di queste, 838 sono state accettate, mentre 900 persone risultano «sparite», probabilmente lasciando la Svizzera per raggiungere altri Paesi del Nord Europa. La questione, tuttavia, non è solo burocratica, come ha fatto notare qualche settimana fa un articolo della NZZ. La decisione di Roma, infatti, ha conseguenze importanti anche a livello di costi. Spese aggiuntive che, dalla fine del 2022, gravano sulla Confederazione. «Per ogni persona che la Svizzera non può rimpatriare in Italia a causa del blocco dei trasferimenti Dublino - riferisce la SEM - la Confederazione deve sostenere dei costi aggiuntivi pari in media a circa 75 mila franchi». Si tratta, prosegue, «di spese di alloggio nei centri federali d’asilo, spese legate allo svolgimento delle procedure di asilo e sovvenzioni ai Cantoni». Significa che finora Berna ha speso parecchio per la gestione di richiedenti l’asilo la cui competenza sarebbe stata della vicina Penisola.

Ma Dublino resta vantaggioso

«Si tratta in ogni caso di una questione complessa», precisa la SEM, ribadendo che - al netto dei problemi con l’Italia - il meccanismo di Dublino è vantaggioso per la Svizzera. «Non è possibile fare una semplice valutazione dei costi senza valutare la situazione dei trasferimenti Dublino nel loro complesso», sostiene la Segreteria di Stato. Come già indicava il Consiglio federale nel suo rapporto del 2018, «l’accordo di Dublino consente alla Svizzera di realizzare risparmi sostanziali nel settore dell’asilo. Tali risparmi sono dovuti al fatto che la Svizzera trasferisce ad altri Stati Dublino un numero di persone ben superiore a quello che è tenuta ad accogliere da parte loro». E ancora: «In caso di uscita dal sistema di Dublino, chiunque abbia ricevuto una risposta negativa alla propria domanda d’asilo da parte di uno Stato, potrebbe presentarne una nuova in Svizzera e le autorità dovrebbero esaminarla nel merito nell’ambito della procedura ordinaria. Secondo le stime, dovremmo aspettarci costi supplementari compresi tra 109 milioni e 1,1 miliardi di franchi all’anno».

Soluzione in vista?

Insomma, in generale l’accordo di Dublino alla Svizzera conviene. Ciò non toglie, però, che il blocco delle riammissioni in Italia rappresenti un tema spinoso per Berna. Non a caso, negli ultimi anni, sono stati diversi i tentativi – e gli incontri – portati avanti dai consiglieri federali titolari del dossier della migrazione nei confronti dei ministri italiani per cercare di trovare una soluzione. Finora, però, nulla è cambiato. «L’Italia continua a rifiutare i trasferimenti. La SEM si aspetta, e secondo le ultime informazioni questa è anche l’aspettativa degli altri Stati Dublino, che l’Italia riprenda la cooperazione Dublino nel corso dell’attuazione del nuovo patto UE sulla migrazione e l’asilo». Da quel momento, infatti, «entrerà in vigore anche il meccanismo di solidarietà dell’UE, di cui l’Italia potrà beneficiare una volta ripresa la cooperazione Dublino». Detto altrimenti, la situazione potrebbe sbloccarsi a breve. Il nuovo pacchetto di regole europeo per la gestione della migrazione - che entrerà in vigore in giugno - prevede una serie di modifiche, una delle quali sta particolarmente a cuore all’Italia: il principio della solidarietà. In pratica, i Paesi di primo approdo - come l’Italia, ma non solo - hanno la responsabilità di registrare i migranti e di trattare la domanda di asilo mentre gli altri Stati UE hanno il dovere di essere solidali, con una procedura che prevede ricollocamenti o finanziamenti.

L’eccezione italiana

Malgrado la Penisola non sia l’unico Paese a essere sotto pressione per la migrazione, la decisione presa da Roma a fine 2022 rappresenta comunque un unicum a livello europeo. «Ad eccezione dell’Italia, gli altri Stati membri del regolamento Dublino rispettano i propri obblighi», sottolinea la SEM. Per poi aggiungere che «le disposizioni del regolamento Dublino non prevedono che uno Stato possa decidere unilateralmente di non accettare più i trasferimenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea lo ha recentemente confermato». In effetti, appena poche settimane fa, i giudici hanno chiarito che «lo Stato membro designato come competente in base ai criteri previsti dal regolamento Dublino non può sottrarsi, mediante un semplice annuncio unilaterale, alle responsabilità ad esso incombenti in forza di tale regolamento». Una simile possibilità, aggiungono, «rischierebbe di mettere a repentaglio il buon funzionamento del sistema Dublino». La speranza, ora, è che con l’entrata in vigore nei prossimi mesi del nuovo meccanismo di solidarietà europeo, Roma decida di tornare sui propri passi.

Il Cantone: «Spese per centinaia di migliaia di franchi»

Non è soltanto la Confederazione a essere penalizzata per il blocco delle riammissioni sancito dall’Italia. Alla cassa, infatti, passano anche i Cantoni. Come ci viene spiegato dal Dipartimento delle istituzioni ticinese, «la decisione delle autorità italiane comporta che questi cittadini stranieri - che dovrebbero essere trasferiti per competenza del rimpatrio verso l’Italia - devono invece essere gestiti direttamente dalla SEM in collaborazione con le singole autorità cantonali». Dopo il periodo di 6 mesi, di cui 140 giorni ospitati all’interno di un Centro federale d’asilo gestito dalla Confederazione, «vengono poi alloggiati dal Cantone competente, in attesa del loro rinvio verso l’Italia. In seguito, qualora il rinvio non sia fattibile, «gli interessati passano in procedura ordinaria e la competenza per il loro rimpatrio diviene delle autorità migratorie svizzere».

Delle 503 persone attribuite dalla Confederazione al Ticino nel 2025, «38 avevano inizialmente depositato una domanda d’asilo in Italia e sono state successivamente inserite nella procedura nazionale d’asilo con permesso N, a seguito dell’impossibilità di procedere al loro allontanamento verso l’Italia entro il termine di 6 mesi», spiegano inoltre il DI e il DSS. Per poi aggiungere un altro dato importante: «Considerato che gli importi forfetari versati dalla Confederazione al Cantone coprono solo parzialmente i costi sostenuti per la presa in carico, l’accompagnamento e le prestazioni di aiuto sociale erogate, la gestione di queste 38 persone genera ogni anno per il Ticino costi quantificabili nell’ordine delle centinaia di migliaia di franchi».

Visto l’impatto economico molto rilevante anche per le casse del Cantone, la questione è stata portata all’attenzione di Berna. «Il tema è stato oggetto di diverse discussioni e incontri che hanno visto coinvolti sia il Consiglio di Stato, sia la Deputazione ticinese alle Camere federali».

Nel 2025, ci spiegano da Palazzo delle Orsoline, la questione è stata al centro dell’incontro del 23 maggio tra il Consiglio di Stato e il consigliere federale Ignazio Cassis, mentre il consigliere di Stato De Rosa «ha avuto occasione di esprimere le preoccupazioni del Cantone direttamente ai ministri responsabili, durante l’incontro a Chiasso del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del consigliere federale Beat Jans a fine 2024».