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Secondini con permesso C? Per il Governo «solo i nostri»

Il carcere è particolarmente sotto pressione ma non si rinuncia alla misura della mancata sostituzione del 10% dei partenti – No ad agenti di custodia con autorizzazione di domicilio
© CdT/Chiara Zocchetti
Nico Nonella
15.07.2026 06:00

Sì, il sistema carcerario ticinese, al pari di quello svizzero, è fortemente sotto pressione, sia per il sovraffollamento e della pressione operativa che ne deriva, sia per il costante aumento delle esigenze di sicurezza. Nel frattempo, qualcosa è stato fatto, come per esempio – ne avevamo riferito il 4 aprile scorso – il ricorso alla vigilanza privata per svolgere i compiti che non richiedono un contatto con i detenuti. Per altri possibili misure, come la rinuncia alla mancata sostituzione del 10% del personale partente oppure l’assunzione di personale con il premesso C, il Governo ha riposto picche.

Lo si evince dalla risposta a un’interrogazione di Giulia Petralli (Verdi) e cofirmatari, nella quale il Consiglio di Stato ha spiegato che «la misura della mancata sostituzione del 10% del personale partente costituisce uno strumento di contenimento della spesa che viene valutato da ogni Dipartimento caso per caso e tenendo conto delle specificità dei singoli settori dell’Amministrazione cantonale». Proprio perché la misura «è da intendersi applicabile come Dipartimento, il Consiglio di Stato non ritiene di dover fare un’eccezione per le Strutture carcerarie cantonali».

Nulla da fare, come detto, anche per l’apertura ai permessi C. Già bocciata a inizio 2024 dal direttore del DI Norman Gobbi, la proposta è stata nuovamente cassata. «Il requisito della cittadinanza svizzera per la funzione di agente di custodia si giustifica dalla particolare natura dei compiti attribuiti a questa figura professionale», spiega il Governo. «Gli agenti di custodia sono infatti chiamati a esercitare prerogative riconducibili alla pubblica potestà e al potere coercitivo dello Stato, in particolare nell’ambito dell’esecuzione delle pene e delle misure privative della libertà». Per il Consiglio di Stato, «si tratta di una funzione che partecipa direttamente all’esercizio di compiti sovrani dello Stato e che, per tale motivo, può essere legittimamente riservata ai cittadini svizzeri. Il requisito della cittadinanza risponde inoltre all’esigenza di garantire uno stretto rapporto di fiducia tra lo Stato e i collaboratori incaricati di svolgere funzioni caratterizzate da rilevanti responsabilità in materia di sicurezza e ordine pubblico».

Un tavolo di lavoro

Nell’atto parlamentare, Petralli e cofirmatari chiedevano ragguagli anche sulle risorse per garantire una presa a carico adeguata, dal punto di vista clinico, dei detenuti con problematiche psichiatriche. Il Consiglio di Stato «conferma che le risorse attualmente disponibili sono sufficienti». Nondimeno, «il numero e la complessità dei casi con fragilità psichiche o disturbi psichiatrici sono aumentati negli ultimi anni, rappresentando una sfida crescente per il sistema penitenziario e sanitario». Il Governo ha quindi istituito un apposito gruppo di lavoro, composto, tra gli altri, da rappresentanti della Magistratura sia inquirente sia giudicante, del settore dell’esecuzione delle pene e delle misure e del mondo della medicina e della psichiatria. «Le attività di analisi e di approfondimento – in particolare connesse con la definizione del numero potenziale di utenti sulla base delle possibili categorie di persone necessitanti di una presa a carico specialistica, nonché le relative esigenze in termini di presa a carico terapeutica, attività e sicurezza – sono in corso e delle prime valutazioni sono attese entro la fine del corrente anno».

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