Il fenomeno

Sempre meno matrimoni in Ticino: «Da obbligo sociale, a scelta personale»

La professoressa Rosalba Morese parla di precarietà economica, ma non solo: «La precarietà è anche relazionale ed esistenziale» – Monsignor Alain de Raemy conferma: «Facciamo fatica a dire un “sì a vita”, a tempo indeterminato, così come ci costa dire di sì alla vita e sì ai figli»
©CHRISTIAN BEUTLER
Gaia Mazzarelli
22.07.2026 06:00

«Il matrimonio è passato dall’essere un obbligo generazionale a una scelta riflessiva, un atto che non si compie più per conformarsi a una norma sociale, ma per rispondere a una scelta individuale». A spiegarlo è Rosalba Morese, professoressa di Psicologia sociale all’Università della Svizzera italiana. Grazie ai recenti dati ottenuti dall’Ufficio cantonale di statistica (USTAT), è possibile notare che il numero di matrimoni sia notevolmente calato. Nel 2025 si sono celebrati 1.035 matrimoni, 105 in meno rispetto all’anno precedente. A titolo di paragone, nel 2010 ne erano stati celebrati 1.681, un terzo in più di quelli dell’anno scorso. Anche l’età media al momento del primo matrimonio è cambiata. È passata da 32,5 anni per gli uomini e 30,6 per le donne nel 2004, a essere rispettivamente 35,7 e 34,1 nel 2025.

Le cause

È il risultato di un cambiamento sociale. «Un tempo, il matrimonio era un dovere sociale - spiega Morese -, un obbligo morale e rappresentazione sociale a cui era necessario conformarsi per non incorrere nello stigma della comunità». Adesso ci si interroga su quali siano le cause di questa tendenza. L’esperta afferma che uno dei principali motivi è l’incertezza generale degli ultimi tempi. «Non si tratta soltanto di precarietà economica, ma di una più ampia precarietà relazionale ed esistenziale: l’incertezza sul futuro, l’impossibilità di pianificare a lungo termine, la frammentazione dei percorsi di vita». Inoltre, prosegue l’esperta, «un processo così complesso come il matrimonio richiede una base solida, un orizzonte prevedibile». Anche l’amministratore apostolico della Diocesi di Lugano, Mons. Alain de Raemy, da noi contattato, si è espresso sulla questione. «Ormai è un impegno a tempo determinato. Determinato da un “sì, ma…”, che lascia sempre aperta la porta d’uscita. Facciamo fatica a dire un “sì a vita”, a tempo indeterminato, come pure ci costa dire di sì alla vita, sì ai figli. E questo lo capisco. L’instabilità dei matrimoni nelle persone della mia generazione, l’instabilità geopolitica e ambientale attuale non aiutano ad avere fiducia nell’avvenire, se escludiamo la presenza di Dio». In un contesto di precarietà, prosegue Morese, una scelta come il matrimonio può apparire troppo rischiosa. «Se provassimo a immaginarlo come un investimento, potrebbe essere percepito come un investimento ad alto rischio, i cui benefici come stabilità, intimità, riconoscimento sociale, non sempre appaiono sufficienti a compensare i costi. Ad esempio, la rinuncia alla libertà individuale, l’esposizione al giudizio oppure la possibilità di fallimento». Infatti, si può affermare che per molti il matrimonio ha smesso di essere una priorità. «Il matrimonio non è più il rito universale che scandiva le esistenze di un tempo», afferma Morese. «È divenuto, piuttosto, un traguardo che ci si concede dopo aver già delineato alcune tappe della propria vita, quasi una conquista che corona un percorso già tracciato».

Una priorità

Al tempo stesso, però, è stato possibile notare una diminuzione nei divorzi, passati dagli 885 nel 2010 ai 588 nel 2025. Ed è aumentata la durata media dei matrimoni, da 14,1 anni a 18,1. Secondo Monsignor Alain de Raemy il fatto che ci si sposi di meno vuol dire che, coloro che lo fanno, «prendono sul serio il sacramento del matrimonio, che implica la fede nel Dio fedele». La professoressa Morese conferma che «chi decide di sposarsi potrebbe generalmente aver raggiunto e costruito la propria identità a un livello di soddisfazione elevato. L’impegno che accompagna il matrimonio è più consapevole e per questo potrebbe essere statisticamente più stabile».

Pressioni sociali

Osservando il cambiamento nella percezione del matrimonio, ci si interroga anche se vi sia ancora pressione in questo senso quanto un tempo, soprattutto per le generazioni più giovani. «La pressione non è scomparsa - risponde l’esperta - ma ha subito una trasformazione profonda, assumendo forme meno esplicite e più mediate. Nell’epoca contemporanea dei social, la pressione non è più dettata dall’obbligo di aderire a una norma sociale, ma potrebbe essere percepita maggiormente attraverso il confronto sociale». Infatti, vedere sui social persone che si sposano o costruiscono famiglie, attiva un meccanismo psicologico profondo. Si ha la percezione di essere in ritardo rispetto agli altri. Riguardo all’atteggiamento dei giovani, Morese cita lo studioso Jeffrey Jensen Arnett. Arnett ha studiato un fenomeno chiamato età adulta emergente. Si tratta di un periodo tra i diciotto e i trent’anni, in cui i giovani esplorano i diversi aspetti lavorativi e sentimentali, invece di affrettarsi ad avere una famiglia all’inizio dei propri vent’anni. Ciò porta a posticipare le scelte familiari dando priorità all’affermazione personale e lavorativa.

L’epidemia di solitudine

Tuttavia, c’è un ulteriore fattore che vale la pena analizzare. A partire dalla pandemia da coronavirus, si è osservata un’epidemia di solitudine, soprattutto tra i giovani. Si tratta dell’isolamento del singolo, caratterizzato da un’assenza significativa di relazioni personali. La professoressa Morese spiega la differenza tra i due tipi di solitudine: quella sociale e quella emotiva. La prima è determinata dal numero di relazioni, la seconda indica l’assenza di un legame intimo profondo. «Il matrimonio potrebbe rappresentare il luogo principale contro la solitudine emotiva, poiché fornisce quel legame di attaccamento che soddisfa il fondamentale bisogno umano di intimità». Tuttavia, afferma ancora l’esperta, la ricerca ha mostrato che non tutti i matrimoni sono ugualmente protettivi. Chi vive un matrimonio conflittuale percepisce livelli di solitudine emotiva particolarmente alti. «Studi mostrano un declino non solo dei matrimoni, ma anche delle amicizie e della partecipazione comunitaria, suggerendo che stiamo assistendo a una vera e propria riorganizzazione delle relazioni intime», chiosa Morese: «In questo contesto, il matrimonio non viene più cercato come unica ancora di salvezza dalla solitudine, perché la società stessa ha indebolito le reti sociali che un tempo lo sostenevano».

Tuttavia, Mons. Alain de Raemy, fornisce una visione ottimistica sul futuro di questo rito. «Chi non si sposa in chiesa, cerca di compensare l’assenza della fede con una cerimonia laica che racchiude di tutto e di più. Penso che si tornerà alla solenne e commovente semplicità del rito cristiano, anche perché si riscoprirà la bellezza dell’amore fedele incarnato da Gesù».