Sergio Ermotti: «Non è importante quando lascerò UBS, ma cosa lascerò»

«Guardando il curriculum scritto sembra tutta una bella storia, una linea molto diritta che dall’apprendistato mi porta alla funzione che ho oggi. La verità è che ci sono stati momenti difficili, momenti in cui non sapevo esattamente quale sarebbe stato il mio futuro». È da ciò che un curriculum non racconta che Sergio Ermotti ha scelto di partire. Protagonista a TEDxBellinzona di una conversazione con Christa Rigozzi, il CEO di UBS ha ripercorso la propria carriera cominciando dal ragazzo ticinese che sognava di diventare calciatore.
A quindici anni, la finanza non era nei programmi. Tanto che, potendo scegliere tra essere presentato come CEO di UBS o come calciatore alla vigilia dell’ultima partita di una finale mondiale, Ermotti risponde ridendo: «Preferirei giocare la finale». Anche gli studi passavano in secondo piano. «Ero uno studente mediocre. Lavoravo per passare l’anno, ma sicuramente non avevo l’intenzione di seguire un percorso accademico. A me interessava lo sport». L’apprendistato bancario doveva servire soprattutto come alternativa: «Era il piano B. In pochi mesi ho capito che la finanza mi piaceva ed è diventato il piano A».
La carriera calcistica si fermò alle riserve del Chiasso. «Nello sport e nella vita ci vuole una sana dose di competitività. Questo ti permette di raccogliere forze nei momenti più difficili». Quando un problema alla caviglia contribuì a mettere definitivamente da parte quel sogno, Ermotti aveva già cominciato la formazione bancaria. Alla Cornèr Banca un superiore gli ripeteva: «Ricordati del Signore che dà o il piede o la testa: scegli cosa vuoi fare. Lì c’è stato un momento in cui mi sono focalizzato».
Il primo stipendio da apprendista era di 350 franchi. Una parte veniva consegnata alla famiglia, il resto risparmiato. «Il primo vero acquisto che ricordo di aver fatto grazie al risparmio era un impianto stereo. A diciott’anni, invece, una Yamaha 125». L’interesse per la finanza era già comparso: «A diciassette anni ho fatto la mia prima operazione in Borsa per aumentare la redditività di quei risparmi».
La finanza internazionale sarebbe arrivata più tardi, insieme a incarichi sempre più importanti. Ma Ermotti insiste nel togliere dal suo percorso qualsiasi idea di predestinazione. «A quindici, venti, trenta e neanche a quarant’anni pensavo di diventare CEO della banca». E mette in discussione la stessa idea di carriera: «Ho visto colleghi confonderne il significato con l’ottenimento di promozioni o posizioni gerarchiche, invece di definirla come un percorso professionale che fai con passione, perché ti rende felice per quello che fai e porta risultati al di là del titolo o della posizione».
Tra gli esempi rimasti più impressi c’è quello del padre, impiegato nella sede postale della banca. «Mi ha dato la dedizione al lavoro, il senso di responsabilità e anche il senso di responsabilità nei confronti del datore di lavoro». Avrebbe dovuto andare in pensione in agosto, ma rimase ancora alcuni mesi per accompagnare una fase di transizione. «Ricordo che restò per portare a termine quel compito». Una lezione che Ermotti lega anche alla velocità con cui oggi si misura il successo: «Siamo abituati ad avere tanto in fretta, velocemente. Siamo abituati a essere giudicati velocemente e a giudicare gli altri velocemente. Una carriera, un’attività professionale dura cinquant’anni: bisogna avere perseveranza e passione per passare anche i momenti più difficili».

Dal calcio arriva anche la sua concezione della leadership. «La maggior parte delle volte devi essere quello che sa portare assieme un gruppo di persone diverse». Negli anni Novanta, lavorando su strutture finanziarie sempre più complesse, Ermotti si trovò circondato da specialisti con una preparazione accademica superiore alla sua. «Erano PhD, avevano studiato e sapevano molte cose più di me. Senza quelle persone non avrei potuto fare i passi che ho fatto». Neppure la sintonia personale è indispensabile: «Quando giochi in una squadra non sempre sei amico di tutti. A fine allenamento vai a mangiare la pizza con certe persone e non con altre, però quando sei in campo giochi con tutti per vincere».
Lo stesso pragmatismo vale davanti agli errori. «Io ho iniziato come operatore in Borsa e strutturalmente sei portato a prendere decisioni con il 70-80% delle informazioni. Sai che potresti sbagliare. Riconoscerlo, soprattutto ai vertici, non è sempre semplice: l’ego e l’essere sotto i riflettori fanno sì che dire di aver sbagliato qualcosa spesso ti si rivolti contro. Ma i vincenti sono quelli che pongono rimedio più in fretta agli errori fatti».
Anche testardaggine e perseveranza restano due cose diverse. «La testardaggine non ti porta tanto lontano. La perseveranza sì, ma ci vuole coraggio». Ermotti lo traduce nella capacità di «uscire dalla propria comfort zone», mantenendo però la misura: «Deve essere il coraggio di fare cose con un rischio misurato, con una probabilità di successo misurata. Non devi rischiare tutto quello che hai fatto senza ponderare il rischio».
All'inizio degli anni Duemila cambia anche la natura degli incarichi. «Fino a quarant’anni avevo gestito attività in cui venivo chiamato a far crescere qualcosa». Con lo scoppio della bolla tecnologica arriva un compito opposto: «Mi chiedevano di ristrutturare e rimpicciolire qualcosa che era cresciuto troppo». Seguono l’integrazione di tre banche in UniCredit e, nel 2011, UBS. «Da lì è iniziato un percorso orientato alla risoluzione di problemi, strutturali nei mercati finanziari oppure industriali e pratici nelle società in cui lavoravo».
Nemmeno nei passaggi più delicati è mancata la paura. «Ho sempre avuto paura. Senza questa sana paura sarebbe difficile gestire». E tra i momenti di maggiore soddisfazione Ermotti indica proprio una crisi: quella del marzo 2023, quando UBS venne coinvolta nella soluzione del caso Credit Suisse. Lui non era ancora tornato alla guida della banca. «Vedere che quello che avevamo fatto con i colleghi aveva portato UBS dall’essere considerata qualche anno prima un problema a essere parte integrante della soluzione è stato il momento più bello».
Il percorso internazionale non ha cancellato il rapporto con la sua terra. «Mentalmente casa è sempre stata il Ticino. Girando il mondo impari ad apprezzare sempre di più le tue origini. Ricordo quando rientravo in aereo da Londra e ammiravo dall'alto il lago e le nostre montagne: mi rendevo conto di quanta fortuna ho a tornare e vivere in quest'area di mondo«.
Sul futuro alla guida di UBS, Ermotti torna alla sua prima uscita. «Mi ero dato i sessant’anni, dopo un ciclo di nove anni, come momento in cui uscire. Era una cosa abbastanza concordata con il Consiglio d’amministrazione. Pensavo che avrei fatto qualcosa di diverso, dando priorità anche ad altri aspetti». Oggi lo scenario è differente: «Il momento in cui lasciare verrà determinato in parte da me, ma anche da fattori esterni, da quelle che saranno le priorità della banca. Per me l’importante non è tanto quando lascio, ma cosa lascio». E l’obiettivo lo lega al percorso compiuto da UBS negli ultimi anni: «Vorrei lasciare una banca che abbia ancora quello standing che aveva tre anni fa».
La conversazione con Christa Rigozzi si chiude tornando idealmente al punto di partenza, a quel quindicenne ticinese che sognava il calcio e non immaginava un futuro ai vertici della finanza mondiale. Alla domanda se oggi quel ragazzo sarebbe fiero di lui, Ermotti risponde semplicemente: «Direi di sì». E quando lo sguardo si sposta ancora più avanti, a ciò che vorrebbe rimanesse di Sergio Ermotti al di là del ruolo di CEO di UBS, la risposta è altrettanto essenziale: «Una persona onesta, che ha cercato di fare del bene alle persone che le stavano intorno».
