Processo

«Sì, è stata una rapina ma non commessa in banda»

Condannati ed espulsi tre cittadini algerini che il 18 agosto 2024 in centro a Lugano hanno sottratto con destrezza prima una borsetta e poco dopo, usando violenza, un orologio di lusso al polso di un ragazzo
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Valentina Coda
Valentina CodaeMonika Protic
12.03.2026 06:00

In centro a Lugano sono rimasti esattamente trentanove minuti: dalle 3.24 alle 4.03 del 18 agosto di due anni fa. È bastata poco più di mezz’ora a quattro cittadini algerini – con ruoli e responsabilità diverse – per tentare, invano, di entrare al Casinò (hanno fornito documenti d’identità non validi), cambiare piano, raggiungere via Contrada di Verla, rubare con destrezza una borsetta, dirigersi nei pressi dell’Auberge, sottrarre dal polso di un ragazzo, strattonandolo, un orologio di lusso (un Audemars Piguet), risalire a bordo di una macchina targata Spagna e varcare il confine dalla dogana di Chiasso per poi darsi alla macchia. Gli inquirenti, dopo aver acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza, sono riusciti a mettere insieme i pezzi del puzzle e a risalire a tre dei quattro autori – un 26.enne, un 35.enne e un 32.enne, tutti pluripregiudicati e con varie identità fasulle – che dopo essere stati estradati da Belgio, Francia e Spagna sono comparsi davanti alla Corte delle assise criminali venendo infine condannati.

«L’occasione fa l’uomo ladro»

Il nodo da sciogliere al centro del dibattimento è sempre stato uno: hanno commesso una rapina in qualità di membri di una banda criminale, come sostenuto dalla procuratrice pubblica Veronica Lipari? La Corte non ha avuto dubbi: la rapina sì, c’è stata, ma non è stata commessa in banda, bensì in correità. «Non sussiste quel tipo di organizzazione tipico della banda criminale – ha spiegato il giudice Paolo Bordoli durante la lettura della sentenza –. Mancano elementi per dire che tra il trio ci fosse un accordo». Per quanto riguarda la correità, invece, «è sufficiente che quella sera gli imputati abbiano deciso insieme di commettere un atto illecito». Come, tra le altre cose, il furto della borsetta. «L’occasione fa l’uomo ladro, ma se uno è già ladro è tutto più semplice», ha chiosato Bordoli. I tre cittadini algerini sono quindi stati condannati per furto e rapina semplice in correità a 14 mesi (il 35.enne) e rispettivamente a 15 mesi (il 32.enne e il 26.enne). Inoltre, non potranno mettere piede sul suolo elvetico per i prossimi 7 anni.

Le contestazioni della difesa

Nella requisitoria, la pubblica accusa ha parlato di un «numero impressionante di versioni fornite dagli imputati» in merito a quanto successo quella notte. Versioni «in gran parte smentite dalle telecamere di videosorveglianza e dai loro cellulari, che scoppiano di immagini di merce, presumibilmente rubata». Per la pp il trio è venuto in Svizzera «alla ricerca di persone facoltose», ma non essendo riuscito ad entrare al Casinò di Lugano, «ha deciso di girovagare per la città lasciando comunque fisso uno di loro in macchina, mentre a turno due agivano e il terzo faceva da palo. Sono fattispecie classiche che mostrano come sia la banda a fare la forza». Motivo per cui Lipari aveva prospettato nei loro confronti l’accusa di rapina aggravata in banda, subordinatamente rapina semplice.

L’aggravante della banda, pero, è sempre stato fortemente contestato dai patrocinatori dei tre imputati: gli avvocati Stefano Stillitano (per il 26.enne), Marco Masoni (per il 35.enne) e l’MLaw Taulant Gërbiqi (per il 32.enne). Di più, per i difensori, se del caso, si è trattato di «un classico furto con strappo o commesso con destrezza» per quanto riguarda l’orologio. «La vittima non è stata minacciata e non è stata usata violenza nei suoi confronti», ha detto Stillitano, aggiungendo che «nel caso in esame non si può parlare di banda perché non c’è una struttura: non c’è un capo, un’organizzazione e una preparazione. Siamo alla più completa improvvisazione». A fargli eco anche Gërbiqi, che facendo le veci del suo assistito ha specificato che «non può definirsi lontanamente correo di alcuna rapina perché non c’è un riscontro fattuale che vi abbia partecipato o voluto parteciparvi dato che dopo il furto della borsetta – che ha ammesso – è tornato alla macchina». Di estraneità ai fatti ha invece parlato Masoni, visto che il suo assistito «si è ritirato nel veicolo dove è rimasto per mezz’ora perché era in uno stato alterato da sostanze stupefacenti. E la versione secondo la quale avrebbe ricevuto le indicazioni per spostare il veicolo non trova riscontro agli atti».