Processo

«Sì, ho appiccato l’incendio, ma è stato fatto in sicurezza»

Condannato un detenuto che nell’agosto del 2025 diede fuoco alla sua cella della Stampa come segno di protesta – Sapeva di mettere in pericolo la vita altrui e «proprio per questo motivo ho preso tutte le precauzioni necessarie per scongiurare il rischio»
È stato espulso a vita dalla Svizzera. © CdT/Chiara Zocchetti
Valentina Coda
16.01.2026 17:32

Il 12 agosto dell’anno scorso, poco prima delle 19.30, le telecamere di videosorveglianza posizionate in uno dei corridoi del carcere La Stampa riprendono un detenuto che porta fuori dalla sua cella gli effetti personali. Chiude la porta, si china all’altezza della serratura, maneggia qualcosa (solo dopo si scoprirà che vi aveva inserito dei tappi di plastica) e tira dei colpi alla maniglia. Poi, prende i suoi effetti personali e «pacifico», come descritto dalla procuratrice pubblica Veronica Lipari, si incammina altrove bevendo un caffè e fumando una sigaretta. Poco dopo la centrale operativa del carcere fa scattare l’allarme incendio. Alcuni agenti di custodia tentano di aprire la porta della cella, ma il fatto di aver ostruito la serratura ne ha reso difficile l’apertura. Una volta riusciti, un fumo denso e nero fuoriesce dalla cella e invade il corridoio creando una situazione definita fuori controllo. L’ala del carcere viene evacuata, l’incendio viene domato dai pompieri e tredici agenti di custodia e undici detenuti vengono visitati dagli operatori sanitari. In tre finiscono in ospedale.

L’autore del rogo viene spostato in una cella di contenimento per ragioni di sicurezza: distrugge tutto quello che vi trova all’interno. E la stessa cosa farà due giorni dopo con un’altra cella, sempre di contenimento. Le ammissioni di colpa, soprattutto sull’incendio, non sono però mai state nascoste. Ma, c’è un ma. «Sì, ho appiccato io il fuoco, ma ho preso tutta una serie di precauzioni per non mettere in pericolo la vita delle altre persone. Tra cui l’ostruzione della serratura: se qualcuno avesse aperto la porta, ci sarebbe stato un ritorno di fiamma. Motivo per cui l’ho sigillata».

«Fantasiose giustificazioni»

Ha una collezione di precedenti penali che sommati ammontano a ventun’anni di carcere il 46.enne cittadino francese – autore del rogo e detenuto alla Stampa per il reato di violazione del bando (è stato fermato al valico doganale di Gandria nonostante il Tribunale di Ginevra avesse pronunciato nei suoi confronti l’espulsione dal territorio elvetico per 20 anni) – condannato a 3 anni e 6 mesi per incendio intenzionale aggravato e danneggiamento ripetuto. La Corte delle assise criminali l’ha anche espulso a vita dalla Svizzera e una volta scontata la pena verrà estradato in Francia, dove gli aspetta un ulteriore conto (salato) da pagare con la giustizia. In virtù delle risultanze peritali, che hanno ravvisato un severo disturbo di personalità di tipo paranoide, un disturbo delirante e un rischio di recidiva elevato, l’uomo dovrà sottoporsi a un trattamento ambulatoriale. «Al di là dalle fantasiose giustificazioni fornite dall’imputato, ha intenzionalmente appiccato il fuoco. E la sua colpa è grave soprattutto per il bene giuridico minacciato dall’incendio».

Misure premeditate

In aula l’imputato ha spiegato nel dettaglio alla Corte quali erano queste misure precauzionali. «Mi sono assicurato che il piano superiore non fosse occupato per evitare che i fumi potessero salire e intossicare le persone; poi ho posizionato il materasso contro la parete, ma solo dopo essermi assicurato che fosse costituita da mattoni di terra per evitare che il fuoco potesse propagarsi alle altre celle. Ho sigillato la serratura, perché qualora un sorvegliante avesse aperto la porta, il fuoco sarebbe fuoriuscito provocando un ritorno di fiamma. Cosa che poi è successa ed è esattamente quello che volevo evitare. Bloccando la porta, infine, avevo previsto che il fumo si dirigesse verso l’esterno dato che la finestra della mia cella era aperta». La pubblica accusa, oltre ad aver proposto una pena di tre anni e mezzo, l’espulsione a vita dalla Svizzera e il trattamento in una struttura psichiatrica, ha osservato che «sostenere di aver appiccato un incendio in sicurezza è una tesi che si commenta da sé. Chiudere la porta ha impedito a tutti i presenti di intervenire. E mentre era l’unica persona che sapeva cosa stesse succedendo, beveva un caffè e fumava una sigaretta». Di contro il patrocinatore dell’uomo, l’avvocato Pascal Cattaneo, aveva chiesto di derubricare il reato a incendio intenzionale semplice perché, a suo dire, «il mio assistito non ha messo in pericolo la vita di nessuno. Piuttosto, sono gli agenti di custodia e il detenuto che si sono adoperati per aprire la porta come dei pompieri a decidere di mettersi in pericolo».

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