L'inchiesta

«Si occupava della conversione in cripto dei profitti illeciti»: la pista porta da Pero a Lugano

L'uomo arrestato in Ticino era coinvolto nel circuito della «banca occulta» – Gli investigatori ricostruiscono un sistema in quattro fasi, con fatture false per oltre 110 milioni di euro e trasferimenti all’estero per circa 68 milioni
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Jenny Covelli
21.10.2026 13:45

La pista ticinese della maxi-inchiesta sulla «banca occulta» di Pero passa da Lugano. Stando a quanto appreso dal CdT da fonti di inchiesta, la persona arrestata oggi in Ticino abitava in città e si occupava della conversione in criptovalute dei profitti illeciti. Si parla di «una figura abbastanza centrale» nel sistema e nell'inchiesta che ha portato a misure cautelari per 30 indagati: 16 in carcere e 14 agli arresti domiciliari.

L’uomo, di origini napoletane, sarebbe un professionista che operava come persona fisica, non attraverso una società. Fino all'indagine attuale – che ha permesso di disarticolare un'associazione per delinquere aggravata dall'agevolazione e dal metodo mafioso, dedita al riciclaggio internazionale, alle frodi fiscali, ai reati fallimentari, al traffico di stupefacenti e a reati in materia di armi – l'uomo non era sotto osservazione e non risultavano contatti noti o documentati con la criminalità organizzata.

Gli investigatori sono arrivati a lui seguendo i movimenti di denaro in entrata e in uscita dall’hub di Pero, da cui i fondi venivano riciclati attraverso diversi canali, tra cui la conversione in criptoattività. In Italia è destinatario di una misura cautelare in carcere e rientra quindi tra i 16 indagati finiti dietro le sbarre. In Ticino è stato arrestato e posto in detenzione ai fini dell’estradizione. L'Ufficio federale di polizia (fedpol) ha eseguito diverse perquisizioni domiciliari in Ticino nell’ambito della richiesta di assistenza giudiziaria della Procura di Milano.

I legami con ’ndrangheta, Casalesi e mafia foggiana

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, ai vertici dell’associazione ci sarebbe stata una «triade» composta da due referenti stabili di cosche della ’ndrangheta crotonese – già condannati in via definitiva nelle inchieste «Infinito» e «Aemilia» – e un uomo legato al clan camorristico dei Casalesi, già condannato come affiliato.

Il gruppo si sarebbe avvalso anche di complici cinesi e albanesi. L’inchiesta avrebbe inoltre fatto emergere legami con la cosiddetta «quarta mafia», la criminalità organizzata foggiana: parte dei proventi sarebbe finita in un fondo di solidarietà destinato a detenuti legati alla ’ndrangheta e alla mafia foggiana. Per quest’ultima, il denaro sarebbe servito anche all’acquisto di armi.

Un sistema in quattro fasi

La struttura, nascosta dietro una società di autonoleggio a Pero, avrebbe offerto servizi finanziari clandestini a trafficanti di stupefacenti ed evasori fiscali. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il meccanismo della «banca occulta» si articolava in quattro passaggi.

Il primo era la raccolta del contante. Due cittadini cinesi avrebbero procurato somme provenienti soprattutto da illeciti fiscali. Un uomo di origine calabrese avrebbe invece consegnato, anche tramite propri «postini», oltre cinque milioni di euro in contanti legati al traffico di droga. In cambio, ai fornitori del denaro sarebbe stato offerto un controvalore in criptovalute oppure sarebbero stati disposti bonifici verso conti in Asia, Canada e Sud America.

Il secondo passaggio riguardava le fatture false. Una rete di società «cartiere», intestate a prestanome e con sedi fittizie soprattutto in Lombardia e Campania, avrebbe fatturato operazioni inesistenti a imprese compiacenti, attive principalmente nei settori dell’edilizia, della logistica e dei servizi. Le aziende potevano così contabilizzare costi fittizi e ridurre il proprio reddito imponibile. Dopo un certo periodo, le cartiere sarebbero state avviate deliberatamente al fallimento e sostituite da nuove società.

Il terzo passaggio era la restituzione del contante. Le imprese pagavano le fatture false con bonifici; l’organizzazione avrebbe poi restituito loro, tramite corrieri, una somma equivalente in contanti, trattenendo una commissione compresa tra il 2% e il 5%. Il contante utilizzato per queste restituzioni proveniva dalle somme raccolte nella prima fase.

Il quarto passaggio era il riciclaggio. I fondi accreditati sui conti delle società cartiere sarebbero stati trasferiti all’estero, verso conti in Lussemburgo, Lituania e Germania. Da lì sarebbero stati indirizzati a piattaforme di scambio, convertiti in criptovalute e inviati a portafogli digitali riconducibili al gruppo. Lo stesso meccanismo sarebbe stato usato anche per far transitare denaro proveniente da truffe online legate a falsi investimenti in criptovalute.

Oltre 110 milioni di fatture false

La Guardia di finanza ha ricostruito fatture false per oltre 110 milioni di euro e quantifica in circa 68 milioni il riciclaggio contestato. Nell’operazione, condotta anche in Spagna e in Svizzera, è stato disposto il sequestro di beni per oltre 21 milioni di euro.

L’inchiesta riguarda un’associazione per delinquere che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stata aggravata dal metodo e dall’agevolazione mafiosa e dedita al riciclaggio internazionale, alle frodi fiscali, ai reati fallimentari, al traffico di stupefacenti e a reati in materia di armi.

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