Sotto il tappetino delle auto d'epoca sospette ingenti malversazioni

Malversazioni multimilionarie sotto il tappetino di automobili d’epoca. È questa, in estrema sintesi, l’accusa mossa a un consulente finanziario italiano di 55 anni residente in Svizzera da un ventennio. L’uomo, che contesta la quasi totalità degli addebiti mossigli nella cinquantina di pagine dell’atto d’accusa stilato dal procuratore generale Andrea Pagani e dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, rischia una pena superiore ai cinque anni. Il processo continuerà domani, quando tra l’altro parlerà il suo avvocato di fiducia David Simoni. Le presunte malversazioni riguardano grossomodo soldi di clienti usati indebitamente e soldi di clienti - oltre 13,5 milioni - «bloccati» in un fondo d’investimento alimentato per la maggioranza da una sua società di compravendita di auto d’epoca come investimento. Il presunto maltolto - l’imputato parla semmai di debiti ancora da restituire - sarebbe servito per garantirgli una vita di lusso. L’uomo (e la società che avrebbe usato a mo’ di portafoglio personale) sono residenti nei Grigioni, ma il 55enne ha vissuto anche nel Luganese, dove possiede appartamenti a Melide. Gli accusatori privati sono una ventina. Le accuse sono principalmente quelle di truffa (in parte tentata), ripetuta appropriazione indebita, amministrazione infedele qualificata, ripetuto riciclaggio di denaro e ripetuta falsità in documenti. «Ha malversato a destra e a manca con disinvoltura e a oltranza - ha detto il pg Pagani. - Il tutto senza un briciolo di ravvedimento». La Corte delle assise criminali è composta dai giudici Amos Pagnamenta (presidente), Luca Zorzi e Renata Loss Campana, nonché dagli assessori giurati.
In cella da un anno e mezzo
È piuttosto eccezionale che un incarto sia gestito da due procuratori. Il pg Pagani ha spiegato la decisione alla luce di un caso definito impegnativo e capace di causare un «onere lavorativo straordinario». L’imputato, in tutto questo, è in carcerazione - prima preventiva e ora di sicurezza - dall’agosto 2024. Diverse volte ha chiesto l’adozione di misure sostitutive - in almeno tre casi arrivando sino al Tribunale federale - ma senza successo. Oggi l’accusa ha nuovamente chiesto la conferma della misura, dato il pericolo di fuga, sino alla crescita in giudicato dell’eventuale sentenza di colpevolezza.
«Contestato l’incontestabile»
La complessità del caso è restituita dalla lunga requisitoria dell’accusa, che proseguirà domani: «E arrivo al punto due, solo al punto due», ha detto ad esempio Rigamonti dopo aver parlato per due ore piene. Per il momento, l’accusa ha argomentato le ipotesi di reato di truffa e appropriazione indebita: «L’imputato ha contestato anche l’incontestabile - ha detto Rigamonti. - Nega l’evidenza, inventando versioni subito smentite. Non si assume alcune responsabilità e la colpa è sempre degli altri. Mente a tutti, con notevole scaltrezza». Le presunte vittime sono in buona parte clienti del consulente finanziario da vari anni: «Ha abusato della fiducia costruita nel tempo. I suoi clienti avevano fiducia cieca e non si sono resi conto di quanto accadeva perché l’imputato falsificava loro gli estratti conto. Chi si è accorto ha ricevuto indietro».
La requisitoria è entrata nel dettaglio sui movimenti di denaro e sulle relative pezze d’appoggio, soprattutto gli scambi di messaggi fra imputato e clienti. Valga come esempio il caso dell’uomo a cui il consulente avrebbe sottratto indebitamente oltre mezzo milione di euro, poi restituito. L’imputato ha affermato che si trattava di prelevamenti noti al cliente, che sarebbe stato peraltro contattato dalla banca, e che il cliente non se lo ricorda per via di un ictus occorsogli nel frattempo. Rigamonti ha invece letto scambi fra i due da cui parrebbe che il cliente non avesse contezza di quanto fatto dal suo consulente: «Si tratta di soldi prelevati a mia insaputa», ha scritto.
Rimborsi sospesi
Il cliente, peraltro, sarebbe stato tacitato tramite i conti della società di compravendita di auto d’epoca, cosa che è valsa all’imputato una delle (numerose) accuse di amministrazione infedele. Al centro di questa ipotesi di reato, che verrà sviluppata domani dall’accusa, vi è però soprattutto un’altra operazione. La società grigionese, per acquistare le auto, ha emesso obbligazioni per oltre 15 milioni, le quali sono state interamente sottoscritte da un fondo d’investimenti gestito da una società per cui l’imputato è stato anche impiegato. In pratica l’imputato avrebbe investito i soldi dei suoi clienti (tra l’altro in percentuali eccessive rispetto ai profili di rischio) in un fondo che aveva come componente prevalente la sua società. Qua i problemi sono emersi in particolare quando la società grigionese ha interrotto il pagamento degli interessi a favore del fondo, cosa che ha portato alla sospensione di acquisto, vendita e rimborso delle quote, bloccando così oltre 13,5 milioni di euro degli investitori. Sul tema, l’imputato ha affermato quanto segue: «Ho investito sul fondo in base ad accordi presi con i clienti, a cui era stata spiegata la situazione. Lo consideravo un investimento prudente. Anche io vi ho investito». «Con i soldi prestati da un accusatore privato», ha replicato l’accusa.
