Stefania Andreoli: «Non siamo mai stati così visibili e così poco visti: raccontarsi non significa ascoltarsi»

«Il paradosso del nostro tempo è che non siamo mai stati così visibili e così poco visti». Stefania Andreoli parte da qui per raccontare una società che ha imparato a parlare molto di fragilità, ansia e salute mentale, ma non necessariamente ad ascoltarle. «Raccontarsi non equivale ad ascoltarsi. Quando non incontra un ascolto, il racconto rischia di diventare una performance, e la performance chiede approvazione, non cura».
Psicoterapeuta, saggista e tra le voci più conosciute in Italia sui temi della salute mentale, Andreoli porta ora questa riflessione anche a teatro. Sabato 3 ottobre, alle 20.30, sarà al Palazzo dei Congressi di Lugano con La mente in scena, al suo debutto in Svizzera: uno spettacolo scritto insieme a Luca Stano, che ne firma anche la regia, e interpretato con Alice Redini. Al centro la storia di Hélène, una giovane donna con disturbo borderline di personalità, e il tentativo di guardare alla malattia senza ridurre una persona alla propria diagnosi.

Dopo anni trascorsi a raccontare la mente attraverso terapia, libri e divulgazione, perché ha sentito il bisogno di portarla su un palcoscenico? Che cosa può fare il teatro che un libro non riesce a fare?
«Un libro chiede al lettore di immaginare. Il teatro lo costringe a restare. Un libro lo puoi chiudere quando fa male, puoi saltare una pagina, rimandare il capitolo al giorno dopo. A teatro no: sei seduto al buio, accanto a sconosciuti, e il dolore di Hélène ti accade davanti, in tempo reale, con un corpo e una voce. È quello che succede nella stanza di terapia, dove la sofferenza non si legge. Si ascolta, si guarda, si sopporta insieme. In questi anni ho scritto, parlato, spiegato. Ma spiegare la mente non basta a farla sentire. Il teatro sospende il giudizio per due ore e permette allo spettatore di fare un'esperienza, non soltanto di ricevere un'informazione. E poi c'è la dimensione collettiva. Un libro si legge da soli, uno spettacolo si attraversa in tanti. Uscire da teatro sapendo di aver sentito la stessa cosa di chi ti sedeva accanto è già un piccolo antidoto alla solitudine che la malattia mentale porta con sé».
Hélène, protagonista de La mente in scena, nasce da una storia vera. Perché proprio una persona con disturbo borderline di personalità e quanto è stato difficile trasformare la sua storia in teatro senza tradirla?
«In realtà non l'ho scelta io: è stata la storia di Hélène a trovare me. Il testo di Luca Stano l'ho intercettato vent'anni fa ed oggi mi sembrava non solo possibile, ma necessario, dargli finalmente una voce. Il disturbo borderline, inoltre, è una condizione ancora poco conosciuta e spesso fraintesa: chi ne soffre viene facilmente giudicato per i suoi comportamenti prima ancora di essere compreso nel suo dolore. È un dolore che ruota attorno alle relazioni, alla paura dell'abbandono, al bisogno disperato di essere visti, amati, riconosciuti. Sono bisogni umani, ma in Hélène assumono una forma e un'intensità che appartengono alla malattia, e si trasformano in dipendenza, controllo, autodistruzione. Il rischio di tradirla c'era, e in due direzioni opposte: romanticizzare la malattia o spettacolarizzarla. La mia supervisione scientifica serviva esattamente a questo, a vigilare che nulla in scena fosse un artificio. I sintomi di Hélène sono quelli veri, né addolciti né esasperati».
Lei ha detto che quella di Hélène non è una storia di «follia», ma di umanità. Quanto pesa ancora lo stigma della malattia mentale? Siamo capaci di vedere la persona prima della diagnosi?
«Dire che è una storia di umanità non significa negare che sia una storia di malattia. Quella di Hélène è una patologia, e va detto con chiarezza, perché anche l'eccesso di delicatezza è una forma di rimozione. Il punto è che la malattia non esaurisce la persona. Lo stigma pesa ancora moltissimo, ha solo cambiato forma. Un tempo chiudevamo i “matti” nei manicomi, oggi li chiudiamo nelle definizioni. “È una borderline”, “è un bipolare”: basta un articolo determinativo per trasformare una diagnosi in un'identità. E intanto continuiamo a vergognarci di chiedere aiuto, a dire in ufficio che andiamo dal dentista quando andiamo dallo psicoterapeuta. Vedere la persona prima della diagnosi è possibile, ma è un esercizio, non un riflesso. Richiede di tollerare che l'altro ci inquieti senza per questo allontanarlo. La diagnosi serve ai clinici per curare. A tutti gli altri serve, semmai, per capire».
Nello spettacolo lei interpreta la «Doc». Quanto c'è della Stefania Andreoli psicoterapeuta in questo personaggio e quanto ha dovuto invece imparare a stare in scena?
«Sul palco sono me stessa, e non è un modo di dire. La Doc parla con le mie parole, con il mio lessico, con il mio modo di stare accanto a chi soffre. Questo mi ha protetta, perché non ho dovuto fingere di essere un'altra. Ma mi ha anche esposta, perché non avevo un personaggio dietro cui nascondermi».
Oggi abbiamo moltissimi strumenti per raccontarci, ma non necessariamente per ascoltarci. Siamo diventati più capaci di parlare delle nostre fragilità o semplicemente più capaci di esporle?
«Più capaci di esporle, direi. Parlare della propria fragilità presuppone un interlocutore, qualcuno che ascolta e restituisce. Esporla richiede soltanto un pubblico. Sono due gesti diversi, anche quando usano le stesse parole. Negli ultimi anni abbiamo rotto il silenzio su temi che fino a poco fa erano innominabili, ed è un bene. Ma raccontarsi non equivale ad ascoltarsi. Si può parlare molto di sé e restare estranei a ciò che si prova, così come si possono ascoltare molto gli altri senza lasciarsene davvero toccare. Quando non incontra un ascolto, il racconto rischia di diventare una performance, e la performance chiede approvazione, non cura. Nello spettacolo il delirio è descritto come il grido di un cervello che ha smesso di cercare approvazione. Il paradosso del nostro tempo è che non siamo mai stati così visibili e così poco visti. Ascoltarsi, e ascoltare, richiede lentezza e la capacità di reggere ciò che l'altro comunica senza doverlo subito commentare, risolvere o archiviare».
Lei lavora da anni con adolescenti, giovani e famiglie. Rispetto a quando ha iniziato, è cambiato il modo in cui i ragazzi soffrono o soprattutto il modo in cui esprimono quella sofferenza?
«La sofferenza, in sé, non è cambiata: crescere è sempre stato faticoso. È cambiato molto, invece, il modo di esprimerlo, e in parte ciò che lo genera. Quando ho iniziato, i ragazzi agivano. La sofferenza passava dalla trasgressione, dal conflitto. Oggi molto più spesso implodono, la vivono in silenzio, rivolgendola verso di sé: ritiro, ansia, attacchi di panico, fatica a stare nel mondo. C'è però anche un cambiamento positivo che trovo importante sottolineare: i ragazzi di oggi hanno più parole per dire ciò che provano e meno vergogna nel chiedere aiuto. È una risorsa preziosa. Spesso sono loro a chiedere ai genitori di andare dallo psicologo, non il contrario. A noi adulti spetta accogliere quella richiesta e prenderla sul serio, senza sminuirla e senza spaventarci».
Oggi si parla molto di salute mentale, soprattutto tra i giovani. È un progresso, ma esiste anche il rischio di trasformare il linguaggio psicologico in etichette e autodiagnosi?
«Il rischio è reale, ma non vorrei che diventasse l'alibi per tornare a non parlarne. Che oggi un adolescente sappia riconoscere un attacco di panico è una conquista, non una moda. Il problema nasce quando l'etichetta arriva prima dell'ascolto, e quando viene usata per spiegare tutto. “Sono fatto così, ho l'ansia, ho l'ADHD” può diventare un modo per non chiedersi più niente. La diagnosi posta da uno specialista apre un percorso. L'autodiagnosi rischia di chiuderlo. C'è poi un rischio opposto, di cui si parla meno: la psicologizzazione della vita quotidiana. Ogni tristezza diventa depressione, ogni partner difficile un narcisista, ogni litigio un trauma. Così perdiamo due cose insieme: la capacità di tollerare il normale dolore di vivere e la capacità di riconoscere chi sta male davvero. Se tutto è patologia, niente lo è più. E chi soffre come Hélène rischia di diventare invisibile proprio nel momento in cui di salute mentale si parla di più».
Lo spettacolo pone una domanda: «Ci stai? A restare umano tra gli umani?». Che cosa significa per lei “restare umani” davanti alla sofferenza mentale di qualcun altro?
«Prima di tutto, non voltarsi dall'altra parte. La sofferenza mentale fa paura perché non si vede e non segue le regole della malattia del corpo: non c'è un gesso, una cicatrice, una data di guarigione. E davanti a ciò che ci spaventa la tentazione è prendere le distanze. Restare umani vuol dire tollerare di non avere risposte, di non poter aggiustare, e restare lo stesso, conoscendo però i propri limiti. L'amore, da solo, non cura: la malattia mentale ha bisogno di cure specialistiche e affidarla ai professionisti non è un abbandono, è un atto di responsabilità. Restare non significa nemmeno accettare tutto: dire di no per esempio alla dipendenza o al ricatto emotivo, tipico della patologia, protegge sé stessi e anche l'altro. E chi accompagna ha diritto alla propria fatica e a chiedere aiuto per sé. Restare accanto non vuol dire pretendere di salvare. Quel “ci stai?” nello spettacolo è rivolto allo spettatore, ma prima ancora a me. È la domanda che mi faccio ogni volta che qualcuno entra nel mio studio. Non sempre so cosa rispondere. Ho imparato però che restare, anche senza sapere cosa dire, è già una risposta».
I biglietti sono ancora disponibili su Ticketcorner. Al termine dello spettacolo è previsto anche un firmacopie.
