«Studio a distanza a Lugano, ma sogno la California»

La luganese Eleonora Bianchi ha 26 anni e ad inizio anno è stata ammessa al Master di giornalismo della prestigiosa università di Berkeley, in California. A causa del coronavirus ha però dovuto rinunciare a partire per gli Stati Uniti e sta seguendo i corsi online da casa sua in riva al Ceresio. Tra la gioia di essere stata ammessa al corso e l’incertezza legata alla pandemia, ci ha raccontato come sta vivendo questa esperienza a distanza.
Com’è nata l’idea di frequentare il master in giornalismo alla Berkeley?
«Si è sviluppata mentre stavo frequentando il Bachelor in Diritti umani, un corso di studi affascinante che mi ha dato modo di viaggiare moltissimo e fare esperienza sul campo. Sono partita per Asia, Africa, Medio Oriente e America Centrale a volte per avvicinarmi alle culture e tradizioni locali, a volte per comprendere meglio le questioni politiche presenti nei vari Paesi. Sono stata backpacker e viaggiatrice solitaria, ma anche volontaria impiegata in progetti umanitari in Tanzania, India, Iraq e Siria. Lentamente tutto ha iniziato a condurmi verso il giornalismo: dalle storie che raccoglievo per strada durante i miei viaggi, alla mia tesi di laurea sul traffico di organi, fino a portarmi a seguire il War reporting Training Camp (un’esercitazione operativa con i giornalisti in zone di guerra, ndr.) e farmi conoscere altri giornalisti del settore, come Cristiano Tinazzi, che ha accompagnato e guidato questa mia passione. Una volta deciso il mio percorso, ho preparato la candidatura per la Jschool of Berkeley».
A causa della pandemia, però, non è riuscita a partire per gli Stati Uniti.
«L’impedimento della partenza era un rischio temuto tanto quanto inevitabile. Fortunatamente, l’Università si è battuta affinché tutti i suoi studenti fossero accettati almeno nel programma di lezioni online. Chiaramente non è stato l’inizio che mi aspettavo, ma anche questo fa parte della sfida».
Che effetto le fa frequentare i corsi online?
«Quando a febbraio ho ricevuto la telefonata da San Francisco che confermava la mia ammissione non ci potevo credere: la selezione è durissima, vengono accettati solo 60 studenti all’anno su 95.000 candidati. La mia corsa alla ricerca di borse di studio, tuttora in corso, e ai preparativi per il visto d’entrata negli USA è stata bruscamente interrotta dalla pandemia. La situazione poi è particolarmente degenerata negli Stati Uniti, in cui addirittura erano state inizialmente congelate tutte le procedure per i visti e gli studenti stranieri allora presenti sul territorio erano stati rispediti nel loro Paese di origine. L’Università di Berkeley ha però subito messo in atto un piano di studi che prevede che tutti i corsi siano seguiti da remoto, anche dagli studenti americani».
Pensa che riuscirà, prima o poi, a partire per la California?
«Sono fiduciosa. Provvisoriamente con Berkeley si è deciso di posticipare l’arrivo nell’anno nuovo e trascorrere quindi i primi 6 mesi dietro allo schermo. Nulla è certo: né che la pandemia continui né che finisca e tantomeno che le lezioni siano fattibili per l’intera durata del semestre. È una situazione nuova per tutti, sotto molteplici punti di vista. In questo l’Università è stata molto chiara: faranno tutto il possibile affinché ognuno di noi possa seguire il corso e se non si dovesse riuscire c’è la possibilità di posticipare l’inizio dell’anno accademico, non dovendo così ripetere la procedura di ammissione. Credo però che mai come oggi sia importante per un giornalista essere reattivo ai cambiamenti e saper prendere con filosofia le sfide».
Cosa la spaventa e cosa la affascina di più di un’eventuale partenza?
«Mi spaventa la possibilità che la pandemia si prolunghi fino al periodo di stage e ci costringa a fare questa meravigliosa esperienza professionale da casa. Gli studenti di giornalismo a Berkeley hanno la possibilità di lavorare nelle redazioni di prestigiosi giornali, come The Washington Post, New York Times, Wall Street Journal e altre testate. Perdere l’occasione di respirare la vita all’interno di un giornale, crearsi una rete di conoscenze e collaborare con vincitori di Premi Pulitzer sarebbe davvero un peccato».
Che ambiente si aspetta di trovare nel Campus?
«Il Campus di Berkeley può essere descritto come una piccola città di studenti. È stato fondato nel 1868 e conta ad oggi 184 facoltà e quasi cinquantamila universitari. Mi aspetto di assaporare un ambiente fresco, dinamico e ambizioso senza dimenticare la particolare attenzione che Berkeley vanta nei confronti dei diritti umani, essendo stato centro nevralgico delle manifestazioni degli anni ’60 contro la guerra in Vietnam. Non so per certo quando sarà possibile per me e i miei colleghi di corso rientrare; quello che è certo è che sarà strano vedersi per la prima volta, dopo essersi conosciuti ed aver lavorato insieme sei mesi».
Lezioni in notturna a causa del fuso orario
«Cerchiamo di azzerare la distanza geografica con la determinazione e la passione per il giornalismo, - racconta Bianchi - trascorrendo anche momenti «social» per conoscerci meglio, ad esempio facendo colazione, pranzo o cena insieme. Un solo problema purtroppo non è risolvibile: il fuso orario. Le nostre 9 ore di differenza con la California rendono il percorso più complesso del previsto in quanto inizio lezione alle 18 e finisco alle 3 di mattino. Mi equipaggio di caffè e buona volontà. Sarà impegnativo, ma ne vale la pena».