Tra clima pazzo e crisi internazionali il commercio non ha più certezze

Le mezze stagioni, si sa, non ci sono più da un pezzo. Ma anche le stagioni, sempre più spesso, latitano. Le conseguenze sono molteplici. E una - forse tra quelle meno facilmente immaginabili - riguarda le abitudini di consumo: «Il clima costantemente soleggiato e caldo ha modificato significativamente la domanda tra le gamme di prodotti, ritardando enormemente la transizione verso il business autunnale, specialmente in vari segmenti non alimentari». Parola di Swiss Retail Federation, l’associazione elvetica delle imprese di commercio. Che su questo tema insiste da tempo.
Ci si avvicina a grandi passi verso il Black Friday di fine novembre e, soprattutto, verso il Natale, ma negozi piccoli e grandi hanno ritardato molto a lungo il ricambio della merce sugli scaffali.
«Mentre l’abbigliamento estivo leggero è stato richiesto fino a settembre, molti rivenditori finora sono stati bloccati con le loro gamme autunnali: la domanda di giacche, felpe, abbigliamento più caldo e articoli per la pioggia è stata estremamente debole», ha scritto sempre Swiss Retail Federation in un rapporto pubblicato all’inizio di ottobre sul proprio sito. Le cose non sono cambiate granché, almeno fino a ieri.
Grandi appuntamenti
Come si arriva, allora, ai due grandi appuntamenti di vendita di fine anno? Lorenza Sommaruga, presidente di Federcommercio Ticino, distingue tra Natale e Black Friday. «Il primo - dice al Corriere del Ticino - è sempre stato importantissimo sul piano delle vendite, per noi vale doppio. Il Black Friday, invece, che ormai dura una settimana - e online anche di più - serve soprattutto per alleggerire gli stock: il piccolo commerciante non proporrà mai uno sconto elevato su un prodotto che, tre giorni dopo, torna a prezzo pieno».
La diffidenza, quando non l’ostilità, verso il Black Friday «non ci sono più - dice ancora Sommaruga - abbiamo capito che questo genere di promozione mette in ogni caso in moto un grande interesse verso gli acquisti. Oggi le affluenze non sono più come all’inizio, ma il numero di clienti aumenta comunque».
Anche la concorrenza con le vendite online è un tema affrontato in modo diverso. «Non possiamo competere con Internet, è impossibile e inutile - spiega Sommaruga - per questo offriamo merce diversa, di maggiore qualità. Merce che online non c’è. E poi, puntiamo sul contatto diretto con il cliente. Anche soltanto una chiacchierata fa la differenza, l’algoritmo non potrà mai sostituire il rapporto umano».
Attenzione ai costi
Da Mendrisio, la direttrice del FoxTown Giorgia Tarchini conferma l’importanza degli ultimi due mesi dell’anno per il settore del commercio. «Il Black Friday - dice al CdT - è ormai radicato nelle abitudini dei consumatori, ogni anno è più lungo e sempre più spesso diventa il momento in cui le famiglie fanno grossi acquisti, ad esempio, per i capi di abbigliamento importanti».
L’andamento anomalo delle stagioni come fattore di mutamento delle consuetudini d’acquisto è confermato anche da Tarchini, che sottolinea tuttavia un altro elemento, altrettanto significativo: «Le persone sono più attente, in questo momento, a cosa comprare e a che prezzo comprarlo». È evidente, sottolinea la direttrice del FoxTown, come i venti di crisi instillino preoccupazione nei consumatori.
«Noi non determiniamo i prezzi, lo fanno le aziende. Ma è chiaro che, se parliamo del retail in generale, gli aumenti ci sono. Mi piacerebbe che i clienti avessero maggiore fiducia nel futuro, questo aiuterebbe tutto il settore».
Una riflessione inevitabile. Nel tempo della spensieratezza, la propensione al consumo è molto più elevata. Oggi è tutto più complicato.
Un rincaro inevitabile
Dalla Florida, dove è in trasferta di lavoro, l’amministratore delegato del Parco Grancia, Daniele Radaelli, mette invece subito l’accento sulla crescita esponenziale dei costi energetici che, a cascata, sta provocando un «rincaro generale delle merci. Tutto quello che vendiamo è trasportato, l’aumento del carburante si riflette sul prezzo finale - dice Radaelli al CdT - Allo stesso modo, stanno rincarando i packaging e, soprattutto, i costi fissi delle aziende: energia, luce, riscaldamento». Il fatto positivo, ironizza l’amministratore delegato del Parco Grancia, è che «si gioca ad armi pari. I costi aumentano per tutti, su questo non c’è concorrenza possibile. Chi potrebbe essere penalizzato è, invece, il consumatore. Le imprese tentano di contenere il più possibile gli aumenti dei prezzi finali, ma temo ugualmente che alla fine le persone decideranno di non spendere per il superfluo».
Secondo Radaelli, in questa situazione «i centri commerciali possono probabilmente offrire prodotti a prezzi più competitivi, i piccoli negozi invece faranno fatica. Non ci resta che sperare nel miracolo, che decidano di mettere fine alle guerre». Una conseguenza, però, sarà inevitabile, e ne subiremo gli effetti tra qualche tempo: «Tutto quello che è stato prodotto con questi costi, prima o poi, dovrà essere smaltito».
Nei primi sei mesi quadro in chiaroscuro
Le ultime rilevazioni statistiche sul commercio ticinese confermano un quadro in chiaroscuro. Nei primi sei mesi dell’anno, le vendite al dettaglio nel nostro cantone sono tornate in territorio positivo soltanto a giugno, dopo aver vissuto un trimestre non del tutto favorevole.
Al saldo favorevole di gennaio e di febbraio, complici i saldi invernali, ha fatto seguito un lungo periodo di stallo, con l’unica eccezione della Pasqua a inizio aprile. Male, invece, il mese di maggio.
In Svizzera, il quadro è stato più regolare, ma anche peggiore: il giudizio dei commercianti intervistati dal Centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo (KOF) - nell’àmbito di un’indagine poi pubblicata e commentata dall’Ufficio di statistica del Cantone (USTAT) il 7 ottobre scorso - è infatti rimasto negativo da marzo a maggio, per tornare sufficiente soltanto a giugno.
Alti e bassi, quindi. Con previsioni incerte. A trainare il settore sono state le superfici di vendita medio-grandi, che in Ticino hanno mantenuto un saldo positivo per tutto il semestre. Molto più scomoda la situazione dei piccoli negozianti: segnali positivi ad aprile e giugno, difficoltà a maggio e un’affluenza di clienti giudicata comunque in calo nelle ultime due rilevazioni.
Proprio l’affluenza è il dato in apparente controtendenza. Anche se a giugno la maggior parte dei commercianti ha visto crescere i propri volumi di vendita, il giudizio sul numero dei clienti è stato infatti negativo. Insomma: meno persone nei negozi, ma acquisti più consistenti. In Svizzera, invece, vendite e affluenza si sono mosse di pari passo.
Le scorte restano un nodo: una maggioranza relativa di dettaglianti le ritiene ancora troppo elevate. Anche in questo caso, i medio-grandi sembrano aver sofferto meno dei piccoli. Si attenuano anche le previsioni di rincaro dei listini dopo il picco di aprile, quando quasi un quarto dei piccoli dettaglianti annunciava aumenti; a giugno, l’indice dei prezzi al consumo segnava +0,5% su base annua.
Sul fronte dell’occupazione permangono le differenze che distinguono in generale i grandi dettaglianti dai più piccoli. Da parte dei primi è prevalsa sempre una «lettura di correttezza» dei livelli d’occupazione, mentre tra i piccoli commercianti si è manifestato il problema di un organico eccessivo soprattutto nei mesi di minore affluenza di clienti, ovvero aprile e maggio.
