Il rapporto

Tra le pieghe del rapporto Hospita: nessuna combine

Il documento sarà reso pubblico l’11 novembre, ma grazie a un accurato lavoro di ricostruzione, siamo in grado di anticipare alcuni passaggi salienti sulla base di fonti a conoscenza dell’incarto
©Gabriele Putzu
Andrea LeonieLaura Milani
30.10.2026 18:05

Un lavoro monumentale di oltre 300 pagine per fare luce su una vicenda che intreccia politica, giustizia, affari privati e nomine partitiche nel parapubblico. È questo il rapporto sul caso Hospita confezionato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Natalia Ferrara. Un rapporto certosino, ricco di documenti, comprese e-mail, whatsapp, testimonianze. La CPI insomma non si è risparmiata, scavando a fondo, anche sui dettagli. Il documento sarà reso pubblico l’11 novembre, ma grazie a un accurato lavoro di ricostruzione, siamo in grado di anticipare alcuni passaggi salienti sulla base di fonti a conoscenza dell’incarto. Diciamo subito che la CPI non porta alla luce fatti inediti da lasciare a bocca aperta, così come non inchioda alcun altolocato della politica, né produce ulteriori segnalazioni in Procura, tranne che per Eolo Alberti. Alcuni lo definiscono un rapporto pilatesco, che punge ma non azzanna, alcuni semplicemente una ricostruzione fattuale ed equilibrata. Al centro della vicenda i due ex deputati della Lega: Eolo Alberti e Sabrina Aldi. Alberti, che dovrà rispondere penalmente di reati finanziari legati al caso, non viene risparmiato dalla Commissione. È quello che ne esce peggio per i vari comportamenti assunti. Viceversa, pur con delle critiche puntuali sul suo ruolo di deputata e membro della Commissione Giustizia, la CPI ridimensiona le responsabilità di Aldi. La principale accusa nei confronti dei due era quella di aver organizzato una combine, ipotizzata da parte della politica e della stampa, che prevedeva la nomina di Alberti nel CdA dell’EOC, l’assunzione di Aldi come direttrice della società Hospita e la nomina di Alvaro Camponovo in Procura. Camponovo figlio di Claudio, direttore sanitario di Hospita, società attiva nel campo sanitario fondata insieme ad Alberti. Ebbene, secondo la CPI questa combine non è avvenuta. A sollevare critiche severe da parte della Commissione è invece la nomina di Alberti nel CdA di EOC. Critiche rivolte in primis al Consiglio di Stato, che l’ha proposto, ma anche alla maggioranza del Gran Consiglio, che l’ha votato. Secondo la Commissione non sono state fatte le necessarie verifiche sul candidato, nonostante fossero emerse delle zone d’ombra. Lo stesso Ente ospedaliero aveva realizzato una valutazione interna dove si sollevavano criticità su potenziali e indiretti conflitti d’interesse. EOC raccomandava di non nominarlo. Ente ospedaliero nel cui Consiglio siede anche il direttore del DSS Raffaele De Rosa. De Rosa che aveva portato il parere all’attenzione del Governo. Infatti anche il DSS, aveva stilato un giudizio negativo e ancora più severo, proponendo un altro candidato. Tuttavia l’uscita di Alberti da Hospita ha fatto decadere i presupposti del conflitto d’interesse. A questo si aggiunge il via libera alla nomina anche da parte dei servizi giuridici del Cantone. Ciò nonostante, secondo la CPI, i ministri sarebbero rimasti indifferenti rispetto a quanto emergeva, facendo prevalere la logica partitica della nomina. Va precisato che la Commissione non muove alcun rimprovero personale sul punto a Raffaele De Rosa, Norman Gobbi e Claudio Zali. Il paradosso poi è che Gobbi e Zali, come il DSS, volevano Bruno Buzzini in EOC, ma i ministri leghisti finirono in minoranza all’interno del movimento che preferì proporre Alberti. E veniamo a un altro capitolo, quello dell’ormai celeberrimo rapporto segreto commissionato dai vertici della Lega, allora guidati da Norman Gobbi, per far luce su quanto stava succedendo in Hospita e sul conseguente scontro tra Sabrina Aldi e Eolo Alberti, scoppiato dopo che Aldi aveva riscontrato problemi nei conti della società.

Petrini non avrebbe dovuto accettare

Rapporto commissionato all’ex deputato leghista e avvocato Enea Petrini. Innanzitutto la CPI sostiene che Petrini non avrebbe dovuto accettare l’incarico. Petrini ha ammesso i legami professionali che lo legavano ad Alberti, tuttavia negando di esserne il legale di riferimento, così come di avere con lui un rapporto di amicizia. A Petrini viene rimproverato una condotta discutibile dal punto di vista professionale, pur esercitata in buonafede. La CPI, per contro, accerta che il ruolo ricoperto da Petrini nel CdA di BancaStato - banca di cui Hospita era cliente - non ha interferito con l’attività dell’istituto. Una conclusione a cui è giunta la stessa BancaStato, a seguito di verifiche interne. Le stoccate più severe a un politico attivo la CPI le rivolge al vicecoordinatore della Lega Alessandro Mazzoleni, la persona incaricata dall’allora coordinatore Norman Gobbi di seguire l’iter del rapporto. Su Mazzoleni emerge, sulla base di scambi di comunicazione, un rapporto di amicizia con la famiglia Alberti. La CPI inoltre segnala che Mazzoleni, preso atto del rapporto, si sarebbe avvicinato al limite della violazione dell’obbligo di segnalazione per i deputati a conoscenza di reati. Ma questo limite, anche secondo la CPI, non è stato oltrepassato. Mazzoleni, nel frattempo, si è comunque già dimesso dalla Commissione Giustizia per motivi strettamente personali. Capitolo Norman Gobbi. Il principale rimprovero che viene mosso al ministro leghista riguarda la doppia carica di Consigliere di Stato e di coordinatore della Lega ad interim, assunte da Gobbi all’epoca del rapporto segreto. Purché perfettamente legale, lo stesso Gobbi ne ha già ammesso pubblicamente l’inopportunità dal profilo politico. Anche perché, annota la Commissione, i risultati del rapporto segreto avrebbero dovuto far privilegiare a Gobbi il ruolo di ministro a quello di capo partito. Ma l’arresto di Alberti ha interrotto la discussione e le valutazione sul caso. La CPI rileva altresì che le sale riunioni del Dipartimento non dovrebbero essere utilizzate per discutere di nomine partitiche. L’attuale coordinatore Daniele Piccaluga, all’epoca vice coordinatore, viene dipinto come un attore marginale, un po’ inconsapevole, un po’ ingenuo, un po’ estraneo alle dinamiche, pur avendo avallato l’idea del rapporto. Ultima nota su questo punto: una perizia esterna commissionata dalla CPI sostiene che non fosse di per sé sbagliato effettuare delle verifiche, ma errato è stato il modo con cui sono state condotte, ad esempio non informando tutte le persone coinvolte, in primis Aldi o il dottor Camponovo, che nulla c’entra con la Lega. Altre note a margine sul rapporto della CPI: la Commissione non risparmia critiche anche all’MPS, il partito da cui de facto la CPI stessa è nata a seguito di un’interrogazione. A Sergi e Pronzini viene rimproverato di aver in parte strumentalizzato il caso per attaccare degli avversari politici. Rilievi vengono mossi anche a una parte della stampa, per alcune ricostruzioni. Nulla da obiettare infine alla deputata PLR Cristina Maderni, finita nel calderone per aver svolto la sua professione di fiduciaria in uno dei passaggi dell’intricata vicenda. L’ex ministro Claudio Zali, dopo un primo incontro tumultuoso in CPI, non è stato sentito, in quanto il secondo appuntamento con la Commissione era stato agendato nei giorni in cui Zali si sarebbe poi dimesso. Di conseguenza la CPI ha preferito stralciarlo. Neppure «gola profonda», l’uomo da cui tutto l’affair ha preso il via, definito «un mitomane» dal ministro Gobbi durante un’intervista a TeleTicino, è stato sentito dalla CPI.

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