Tutti condannati gli autori della truffa da 60 milioni di franchi

Tutti colpevoli e perciò tutti condannati. La Corte delle assise criminali, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta (giudici a latere, Renata Loss Campana e Luca Zorzi), ha inflitto 12 anni e sei mesi al terzetto alla sbarra per una truffa di 60 milioni di franchi ai danni di un cittadino georgiano sull’asse Dubai-Lugano-Lussemburgo. In particolare, la Corte ha inflitto 5 anni e 6 mesi da scontare all’italiano di 60 anni residente a Lugano; un anno da espiare e 24 mesi sospesi per due anni al belga 51.enne con casa in Lussemburgo e 4 anni da scontare all’iraniano di 51 anni residente a Dubai. Il terzetto era stato arrestato nella seconda metà del 2025 con l’accusa di truffa e falsità in documenti ai danni del cittadino georgiano.
A prevalere nella sentenza di condanna è stata insomma la tesi dell’accusa, rappresentata dalla procuratrice generale sostituta, Chiara Borelli secondo cui il terzetto ha messo in piedi «una mascherata sofisticata», il cui fine ultimo era appunto quello di intascarsi i 60 milioni del georgiano, che voleva solo investire al sicuro i suoi soldi in Europa. Da qui la richiesta di pena per i tre imputati di oltre 17 anni di carcere.
Pur discostandosi dalla richiesta di pena formulata dalla procuratrice generale sostituta, la Corte ha confermato, come detto, l’impianto accusatorio. «Tutti e tre gli imputati - ha sottolineato Pagnamenta - hanno agito per ingannare e trarre indebito profitto». L’italiano, che era stato definito da Borelli il deus ex machina, «ha ideato tutta l’operazione, ha prodotto documenti falsi e ha usato il denaro del georgiano a proprio beneficio - ha continuato il giudice -. L’iraniano è stato il tramite senza il quale la vittima non sarebbe stata attratta dal raggiro - ha proseguito Pagnamenta -, mentre il belga ha dato forma alla struttura e allo schema che ha rassicurato la vittima». Insomma tutti e tre hanno avuto un ruolo. E tutti e tre sapevano a cosa andavano incontro.
Non così il georgiano che si era affidato al terzetto ed è stato convinto attraverso varie operazioni legali di poter realizzare interessanti profitti, procedendo, ad esempio, con la costituzione di un fondo di investimento basato in Lussemburgo. E invece quei soldi, il georgiano li ha persi quasi tutti, a eccezione di circa 10 milioni, che sono stati recuperati. Una parte dei soldi sono finiti nelle tasche del terzetto, un’altra negli Stati Uniti e un’altra ancora per andare a ripagare debiti e «arricchire» altre persone.
La tesi delle difese
A nulla sono insomma valse le argomentazioni delle difese, secondo cui invece non c’era nessun colpevole. E per questo motivo per tutti e tre gli imputati avevano chiesto il proscioglimento da ogni accusa. A centro della vicenda, secondo l’avvocato dell’iraniano, Davide Ceroni, c’era sempre stato l’italiano 60.enne, definito dal difensore un «Leonardo da Vinci della falsificazione». Da parte sua l’iraniano «non sapeva nulla degli investimenti condotti nel fondo di investimento». Per Rosa Maria Cappa, avvocato dell’italiano, il suo assistito aveva sì raccontato bugie inutili e non necessarie, «ma non è vero che voleva appropriarsi dei 60 milioni. Gli investimenti nel fondo non erano finti, erano solo scellerati». Quindi, da questo punto di vista «non c’è stato alcun inganno astuto al patrimonio della presunta vittima», aveva sottolineato Cappa. A chiedere il proscioglimento del suo assistito, il cittadino belga, era stato anche l’avvocato Giovanni Molo, per il quale il 51.enne era stato trascinato nella vicenda in un secondo momento, come «un isolotto distante». Tutto questo, tenendo presente «che la struttura del fondo di investimento era regolare e non ha partecipato in alcun modo ai profitti indebiti». Molo ha anche contestato che il belga avesse «una galassia di società» a sua disposizione.
Nei confronti del terzetto è stata inoltre decisa dalla Corte l’espulsione dalla Svizzera: di 10 anni per l’italiano, di 7 per l’iraniano e di 5 anni per il belga.
