«Tutto ciò che vogliamo è verità e giustizia per Rufus»

«È una storia brutta, ed è giusto che venga conosciuta. Ma è altrettanto giusto raccontarla nel rispetto dei limiti imposti dalla legge». È con queste parole che Debora Fiora, presidente dell'associazione Acchiappalevrieri Ticino, torna sulla vicenda che, da giorni, sta facendo discutere tutto il Ticino. Parliamo del caso Rufus: il bassotto di un anno, scomparso mentre si trovava con il dogsitter, e di cui è stato ritrovato il corpo solo dopo giorni di incessanti ricerche. Un triste epilogo che, va da sé, ha suscitato numerose reazioni di indignazione e che ha portato diverse persone a chiedere giustizia per il cagnolino. Parallelamente, però, sui social media hanno iniziato a circolare teorie – con tanto di screenshot – che ricostruirebbero quanto accaduto, realmente, a Rufus. Senza, tuttavia, avere prove concrete che si tratti della verità.
Proprio per questo motivo, la presidente di Acchiappalevrieri Ticino– l'associazione che si è occupata delle ricerche e del ritrovamento del bassotto – vuole fare chiarezza. Evitando ogni tipo di speculazione, fino a quando non verrà fatta luce sui fatti. «Tutto è cominciato il 2 agosto, giorno in cui i proprietari di Rufus sono rientrati, in anticipo, dalle vacanze. Un'ora prima che arrivassero a prendere il cane sono stati informati del fatto che Rufus era stato aggredito da un presunto cane aggressivo, di cui non si conosceva il proprietario, al Parco Tre Pini, tra Massagno e Savosa. Dopo essere stato aggredito, il bassotto era scappato, ancora con il guinzaglio addosso». Questa è stata, a tutti gli effetti, la prima versione fornita dal dogsitter alla famiglia.
Neanche a dirlo, le ricerche del cagnolino sono partite immediatamente. «Rufus poteva essere ferito, bloccato da qualche parte. Le temperature, in quei giorni, erano molto alte, quindi poteva trovarsi in difficoltà», spiega Debora Fiora. Per otto giorni e otto notti, le ricerche sono proseguite, senza sosta. «Abbiamo creduto alla dinamica della fuga, perché la persona che si occupava di Rufus ci aveva persino fornito le foto dei suoi pantaloni strappati durante l'aggressione. Ciononostante, alcune cose non tornavano. I cani da ricerca non trovavano niente nel posto che ci era stato indicato. Stesso discorso per le termocamere». Poi, nella sera di venerdì 14 agosto, ogni speranza è andata in fumo. Dopo una parziale confessione della persona che si stava occupando di Rufus e dopo indagini approfondite sul territorio, gli indizi raccolti hanno permesso di individuare i resti del cane. «Era in mezzo alle sterpaglie, buttato giù da una scarpata. Per fortuna, il microchip era ancora leggibile».
Da quel giorno, come detto, sui social hanno iniziato a moltiplicarsi teorie, screenshot e versioni diverse della storia. Storia per la quale, lo ricordiamo, attualmente non esiste ancora alcuna verità. «Noi non sappiamo ancora cosa sia realmente successo, e rimaniamo stupiti nel leggere tutte queste voci che girano, raccontando con certezza assoluta che cosa sia accaduto». L'associazione, oltretutto, non vuole che il focus della vicenda si sposti sulla persona a cui era stato affidato Rufus, su cui nelle scorse ore sono stati diffusi anche dettagli intimi e delicati sulla sua vita privata. «Nei giorni delle ricerche ci ha, indubbiamente, raccontato molte bugie. Ma non vogliamo che questa persona diventi il centro della questione che, invece, resta Rufus». L'obiettivo dell'associazione è quello di sapere la verità e ottenere giustizia. «Speriamo che vengano fatte le indagini necessarie. Noi siamo a disposizione delle autorità per testimoniare e raccontare tutto quello che sappiamo, fornendo le prove che abbiamo raccolto. La fase successiva delle indagini spetta agli organi competenti, come polizia e veterinario cantonale, che dovranno stabilire che cosa sia successo ed eventuali responsabilità e colpe».
E non è tutto. L'obiettivo dell'associazione è anche quello di andare a fondo, in questa vicenda, per sensibilizzare la popolazione. «Sappiamo come funziona il mondo dei social, e non vogliamo che le persone si facciano giustizia da sole, per questa vicenda, per colpa delle teorie che circolano online. Il nostro intento è quello di tenere alta l'attenzione su quanto accaduto, e anche di ricordare alle persone di scegliere con attenzione a chi affidare i propri animali domestici. Ma è bene ricordare che la storia di Rufus non è un pettegolezzo: è una disgrazia che, nel tempo, deve portare a qualcosa». Al momento, Acchiappalevrieri Ticino non vuole escludere alcuna opzione. «Può essere stato un incidente la causa scatenante, ma non si può giustificare un silenzio di 10 giorni o l'aver fornito indicazioni sbagliate su dove cercare il cane. Per questo motivo, vogliamo che si vada avanti, con indagini approfondite e accurate. Non vogliamo che quanto successo a Rufus perda valore, nel giro di qualche settimana, solo perché si tratta di un cane».
