Ticino

«Un blocco dei ristorni? Reazione comprensibile»

Il presidente della Cc-Ti, Andrea Gehri, commenta l’ennesimo calo dei frontalieri e le conseguenti difficoltà nel reperire manodopera – E sulla contromisura afferma: «Bene esercitare pressione, ma poi occorrerà dialogare»
©Chiara Zocchetti
Paolo Gianinazzi
19.02.2026 20:30

È un leggero calo, ma che conferma una tendenza che inizia a preoccupare gli ambienti economici. Il numero di frontalieri, in Ticino, dopo il picco registrato nel terzo trimestre del 2023 (con 81.321 unità), ha infatti registrato una regolare flessione. E il quarto trimestre del 2025 – i cui dati sono stati pubblicati oggi dall’Ufficio cantonale di statistica (USTAT) – non ha fatto eccezione. Dai 79.591 permessi G del terzo trimestre siamo infatti passati a quota 78.809 sul finire dell’anno (-782). Un calo ovviamente legato alla stagionalità del fenomeno, ma che si è confermato anche rispetto allo stesso periodo del 2024 (-143 unità). Su base annua, infatti, la flessione è stata costante. E dal picco del 2023, nessun trimestre ha fatto eccezione.

Condizioni peggiorate

Ora, va detto che la flessione registrata dal 2023 in poi, con ogni probabilità, non è casuale. Bensì legata (fra vari fattori) anche al nuovo accordo siglato con l’Italia che, dal punto di vista fiscale, ha reso meno attrattivo il permesso G per i nuovi frontalieri.

Assolutamente sì, il nuovo accordo fiscale sta impattando in maniera importante
Andrea Gehri, presidente della Camera di commercio ticinese

A confermare questa ipotesi è anche il presidente della Camera di commercio ticinese (Cc-Ti), Andrea Gehri. «Direi assolutamente sì, il nuovo accordo sta impattando in maniera importante. Ed è chiaro che siamo in un contesto diverso rispetto a qualche anno fa, quando comunque, al netto della stagionalità, vi era sempre una crescita del numero dei frontalieri». Detto in altre parole: «Le condizioni (ndr. con il nuovo accordo) non sono più così favorevoli come lo erano in precedenza». Una difficoltà in più che, va detto, si sta presentando in un quadro generale già di per sé complesso. «Questo calo – prosegue Gehri – si inserisce in un contesto in cui l’economia, negli ultimi 12 mesi, ha vissuto alti e bassi abbastanza importanti, soprattutto dal punto di vista delle incertezze: si pensi al calo dei consumi in Europa e ai dazi americani».

Ora, tornando al numero di permessi G, il presidente della Camera di commercio conferma anche che, molto concretamente, questa flessione si sta già traducendo in una difficoltà crescente nel reperire manodopera, soprattutto quella qualificata. «Sì, ci sono settori dove si fa notevolmente fatica. Nel manufatturiero, ad esempio. Oppure nelle costruzioni». In quest’ultimo caso, poi, «facciamo fatica pure a trovare apprendisti. In passato, il bacino dei frontalieri era florido anche per i giovani. Ma ora hanno attrattive diverse. Oppure vengono trattenuti dalle regioni di confine, che stanno erigendo barriere sempre più importanti per trattenere la forza lavoro nel loro territorio».

Protezionismo negativo

Già, al netto della nuova intesa fiscale, l’Italia in questo periodo sta portando avanti diverse misure protezionistiche che stanno impensierendo il nostro Cantone: dalla proposta di creare una zona economica a statuto speciale lungo il confine, agli incentivi fiscali per le aziende che investono in macchinari fabbricati nell’Unione europea o nello Spazio economico europeo (tagliando fuori la Svizzera), fino alle discussioni sulla cosiddetta tassa sulla salute. Non è un caso che, nelle scorse settimane, su queste colonne il consigliere di Stato Christian Vitta abbia segnalato questa situazione, arrivando a ipotizzare una decurtazione dei ristorni quale contromisura.

Una proposta condivisibile? Secondo Gehri «la reazione del Governo e di Vitta è stata comprensibile e corretta: hanno fatto bene a esercitare pressione. Di fronte al non rispetto delle regole del gioco dobbiamo reagire. E far capire alla controparte che questa non è la via da percorrere». Detto ciò, aggiunge il presidente, «con i muscoli non si risolve nulla e un innalzamento dei toni non porta giovamento a nessuno». E, dunque, «alla fine occorrerà sedersi tutti attorno a un tavolo per trovare soluzioni». Come dire: giusto reagire, ma poi il dialogo deve prevalere. Anche perché, aggiunge Gehri, «queste tensioni che si stanno verificando sul mercato del lavoro non sono positive per nessuno e, visti i fenomeni in atto, ci aspettiamo che nel 2026 vi sarà un ulteriore inasprimento dei toni. Ciò mi porta a dire che le aziende dovranno operare con grande cautela e investire nella ricerca del personale qualificato, offrendo soluzioni innovative e al passo con le aspettative delle nuove generazioni».

Una ricerca che, sottolinea Gehri, diverrà sempre più importante nel medio-lungo periodo. «Gli effetti della carenza di manodopera probabilmente li sentiremo in maniera ancora più importante in futuro». Per forza di cose, dunque, occorrerà concentrarsi anche, se non soprattutto, sui giovani. In particolare alla luce del fenomeno della denatalità e del previsto pensionamento dei «baby-boomers». «Sono generazioni con obiettivi diversi rispetto alle precedenti», rileva infine Gehri. E le aziende, dunque, «stanno lavorando sulla loro attrattività» anche da questo punto di vista. Attrattività che, chiosa Gehri, «dovrà passare anche dal nostro alto livello di formazione», un atout che la Svizzera e il Ticino devono far valere. Ma anche, sul medio e lungo periodo, «dove la penuria di manodopera avrà la conseguenza di generare un graduale aumento dei salari per sopperire, in certi settori, alla difficoltà di reperire manodopera, tramite investimenti nelle tecnologie, nell’automazione dei processi e nella riqualifica del personale».

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