Il caso

«Un ciclo di violenze sessuali dettate da gelosia e paranoia»

A processo per violenza carnale e lesioni gravi ai danni della compagna un 28.enne domiciliato nel Sopraceneri - L’accusa chiede 4 anni e 10 mesi di carcere - La difesa contesta la maggior parte delle ipotesi di reato - Domani la sentenza
© CdT/ Chiara Zocchetti
Giacomo Butti
08.10.2026 22:45

Quattro anni e dieci mesi di carcere, oltre a un trattamento ambulatoriale obbligatorio durante la detenzione. È la pena chiesta dal procuratore pubblico Zaccaria Akbas per il 28.enne domiciliato nel Sopraceneri comparso ieri di fronte al presidente della Corte Amos Pagnamenta (giudici a latere Claudio Colombi ed Emilie Mordasini) alle Assise criminali di Lugano. L’uomo è accusato di ripetuti, e in parte tentati, episodi di violenza carnale, fra il 2024 e il 2025, ai danni dell’allora compagna. Ma le ipotesi di reato nei suoi confronti sono tante e comprendono, tra le altre, lesioni gravi e semplici, ingiuria, danneggiamento. Rappresentato dall’avvocato Matteo Quadranti, l’imputato ha contestato la maggior parte dei capi d’imputazione. La sentenza è attesa domani alle 16.30.

Una serie di eventi

«È difficile capire cosa passi nella mente di una vittima. Il perché, nonostante soprusi, violenze fisiche e sessuali, non riesca a lasciare il perpetratore. Le motivazioni sono complesse e, purtroppo, portano spesso alla colpevolizzazione della vittima». Così il pp ha iniziato la ricostruzione dei due anni di relazione. Un periodo segnato da un «vortice emotivo», nel quale l’alternanza fra momenti affettuosi e presunte aggressioni avrebbe impedito alla donna di interrompere la relazione. «Prima le parole dolci, poi le botte e gli abusi sessuali, quindi le scuse, per tornare al punto di partenza. Un ciclo sempre più violento» - schiaffi, spinte, mani al collo - alla base del quale «c’era la gelosia di lui, che nella paranoia vedeva tradimenti ovunque». Tra gli episodi contestati (avvenuti fra Bellinzonese, Locarnese e Svizzera interna), particolare rilievo ha assunto quello del 15 novembre 2025, la notte che ha portato alla denuncia (e per la quale si profila anche il reato di atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere). Secondo l’accusa, il 28.enne, che aveva passato la serata in discoteca in compagnia della donna, avrebbe approfittato dell’evidente stato di ebbrezza di lei. E dopo aver accompagnato a casa due amici, invece di riportare anche la donna, avrebbe avuto un rapporto sessuale con lei approfittando della sua incapacità di consentire. «Ha agito in modo egoistico e insensibile, soverchiandola fisicamente per dare sfogo ai suoi bisogni, imporsi e sentirsi potente. Senza considerare che avrebbe lasciato ferite, anche interiori, difficili da superare». Di qui, come detto, la richiesta di quattro anni e dieci mesi di carcere, oltre al trattamento ambulatoriale e una pena pecuniaria di 30 aliquote giornaliere per ingiuria, senza condizionale, considerati alcuni precedenti, più una multa di 500 franchi per vie di fatto e violazioni della Legge federale sugli stupefacenti. Per quanto riguarda le pretese di diritto civile, l’accusa privata – rappresentata dall’avvocata Sofia Padlina – ha chiesto un risarcimento di 20 mila franchi per torto morale. «Ha ridotto questa donna all’isolamento sociale, con la sua gelosia, per poi presentarsi come vittima, fino a farle dubitare nella realtà. L’ha annientata, facendola vivere sempre in stato d’ansia, pronta a rispondere al telefono per evitare conseguenze. L’arresto è stato il primo passo della rinascita».

I messaggi

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, interrogato dal giudice Pagnamenta, il 28.enne ha continuato a negare di aver violentato la donna, pur ammettendo una relazione «tossica», fatta di gelosia, insulti e aggressioni fisiche. «Non l’ho mai stuprata. Non sono capace di un’azione simile», ha affermato, negando poi due episodi contestati in cui la donna avrebbe perso i sensi dopo essere stata afferrata al collo. «Non sono mai andato oltre gli schiaffi, di cui mi pento». L’uomo ha spiegato di stare già seguendo una terapia per la gestione dell’impulsività, che spera possa aiutarlo a «gettare le basi» per il suo futuro. Nella sua arringa, l’avvocato Matteo Quadranti ha da parte sua costruito la difesa attorno a una presunta assenza di «riscontri esterni» che concretizzassero l’accusa di violenza carnale, dimostrando il dissenso a un rapporto sessuale. In dubio pro reo, insomma. Soffermandosi su un episodio avvenuto a Losanna nel 2024, ma citando anche altri eventi presenti nell’atto di accusa, Quadranti ha sottolineato che, nei messaggi scambiati dai due nelle ore seguenti i presunti casi di violenza, la donna avrebbe più volte chiesto conto all’imputato delle sue azioni, «scrivendo apertamente di violenze fisiche e verbali, litigi e tradimenti, ma mai di violenza carnale». E proprio sulla questione delle chat, l’avvocato ha duramente criticato l’inchiesta: i testi, decine di migliaia di pagine, «sono stati selezionati e letti a senso unico», ha affermato. «Senza che vi fosse, insomma, un esame dei messaggi poco prima o poco dopo gli episodi che desse il contesto ed evitasse una lettura parziale». Contestando tutti i reati più gravi di violenza carnale, lesioni gravi e semplici, coazione e minaccia, la difesa si è rimessa al giudizio della Corte per i reati ammessi e riconosciuti: ingiurie, danneggiamento, vie di fatto, infrazioni alla Legge federale sugli stupefacenti e alla Legge federale sulle armi. Il tutto chiedendo un trattamento ambulatoriale e una pena che tenga conto dei mesi di carcere già scontati da gennaio a oggi, in regime di esecuzione anticipata della pena. «Il mio assistito chiede di essere giudicato per ciò che è stato provato».